Israele li chiama effetti collaterali, io con il nome e cognome: Nayef Qarmout, 15 anni, ucciso mentre giocava

Massimo Ragnedda (TiscaliUna trentina di persone uccise in pochi giorni: è il tristissimo, e ancora parziale, bilancio dell’ennesimo attacco israeliano dentro la Striscia di Gaza. Venerdì 9 marzo gli aerei da guerra di Tel Aviv hanno iniziato a bombardare la Striscia di Gaza, massacrando militanti dei gruppi di resistenza palestinesi, ma anche donne e bambini. Gli israeliani li chiamano, con un eufemismo che fa meno male e che risulta essere più telegenico e digeribile per i fini palati occidentali, omicidi mirati, mentre le donne e i bambini uccisi, effetti collaterali.

Chiamateli come volete, ma sotto le bombe israeliane, per l’ennesima volta, sono rimasti i corpi senza vita di 26 persone (bilancio provvisorio). Ed è di una di queste tante vittime collaterali che voglio parlare, poiché ha un nome e un cognome, aveva un volto e un sorriso, aveva voglia di giocare e vivere, aveva sogni e speranze rubate dalle bombe sganciate in uno dei 37 attacchi aerei che Israele ha compiuto in 3 giorni.

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Autodifesa proattiva, l’ultima trovata retorico-giuridica per giustificare la guerra contro l’Iran

Massimo Ragnedda (Tiscali) Partiamo da un principio incontrovertibile: l’Iran, anche qualora lo volesse, non riuscirà mai e poi mai a dotarsi di un’arma nucleare, a differenza di Israele che detiene illegalmente centinaia di ordigni nucleari. Tel Aviv, e di questo non ne è mai fatto mistero, attaccherà Teheran prima che l’Iran possa avvicinarsi a questo traguardo. Farà come fece con l’Iraq, quando nel 1981 i caccia israeliani distrussero il reattore iracheno di Osirak, annientando così le ambizioni di Saddam di dotarsi dell’arma nucleare. Farà come fece contro Damasco, quando la notte del 6 settembre 2007 gli aerei da guerra israeliani bombardarono, nella Siria orientale, alcune “nuclear installations” costruite per ospitare materiali forniti dalla Corea del Nord. Insomma Israele vuole essere l’unico paese in tutto il Medio Oriente ad avere l’arma nucleare per dominare indisturbato e far valere la sua supremazia nella regione.

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Good morning Afghanistan: 10 anni di guerra inutile e dannosa

Massimo Ragnedda (Tiscali)  S ono passati dieci anni, e decine di migliaia morti, da quando gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno lanciato l’attacco all’Afghanistan. Dieci anni dopo la guerra continua e probabilmente durerà almeno altri dieci anni (secondo alcune stime le truppe statunitensi non andranno via prima del 2024). Dieci anni dopo tutto come prima: tranne le casse delle multinazionali di armi, molto attive in campagna elettorale, tra le poche a gioire per questa inutile guerra. Non è un caso che, assieme a quelle petrolifere, siano sempre in prima linea finanziando massicciamente i comitati elettorali dei candidati al congresso e alla presidenza. Tutti, più o meno, sul libro paga delle multinazionali. Un chiaro conflitto di interesse: o no? In Italia, solo per citare il nostro caso, mentre il governo spende 27 miliardi di euro in armi e guerra, taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali. In fondo ogni governo ha le sue priorità. Padre Zanotelli, intervistato sull’Espresso, si chiede:  “Vorrei sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari, come Finmeccanica, sul Parlamento per ottenere commesse di armi e quali percentuali prendono i partiti”.

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Palestine 194

di Massimo Ragnedda (Area89).

Il 23 settembre 2011 è una di quelle date che la Palestina non dimenticherà mai. Una data storica per tutto il Medio Oriente e per il mondo intero. È una giornata storica per chiunque abbia a cuore il problema della pace, dell’autodeterminazioni dei popoli e per la libertà di un popolo che da più di 60 anni attende di essere riconosciuto come stato. Il 23 settembre Abu Mazen ha ufficialmente chiesto all’ONU lo status di «194° Stato membro delle Nazioni Unite», limitato dai confini del 4 giugno 1967 con Gerusalemme Est come capitale. Dopo sessant’anni di guerre, ritorsioni, attentati è giunto il momento di chiedere direttamente all’Onu di riconoscere la Palestina come stato. Anche se, come lo stesso Abu Mazen sottolinea, ciò non può prescindere dai negoziati con Israele. Negoziati fermi da più di un anno mentre Israele continua a costruire illegalmente le colonie in territori palestinesi.

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La Palestina deve avere uno Stato indipendente: è l’unica garanzia per raggiungere la pace

di Massimo Ragnedda (Tiscali)

Nascerà lo Stato palestinese? Dopo sessant’anni di guerre, di conflitti a bassa ed alta intensità, attentati, ripercussioni, rappresaglie, occupazioni militari, negoziati falliti, accordi disattesi, vedrà la luce uno stato palestinese? Un concreto passo avanti verrà mosso tra qualche giorno (il 23 settembre) da Abu Mazen quando chiederà per la Palestina lo status di «194° Stato membro delle Nazioni Unite», limitato dai confini del 4 giugno 1967 (compresi i territori occupati) e con Gerusalemme Est come capitale. Nascerà dunque finalmente uno stato palestinese? La richiesta che Abu Mazen presenterà a Ban Kin-moon da sola non basterà, anche se sono già 126 i Paesi che hanno riconosciuto la Palestina: sarebbero in tutto 140 pronti ad accettare la richiesta all’Assemblea Generale dell’Onu, dove occorre la maggioranza di due terzi per entrare come Stato osservatore. Tra questi non ci sarà l’Italia. Ma il problema, per la Palestina, non è l’assenza dell’Italia, oramai ininfluente a livello internazionale (a Tripoli, solo per citare l’ultimo caso, sono arrivati da vincitori il vice della Clinton, Jeffrey Feltman, e i premier Sarkozi, Cameron ed Erdogan, non di certo l’Italia che pur vantava una relazione storica e privilegiata con la Libia), ma il veto degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza, dove basta il veto di una delle cinque grandi nazioni per affossare la proposta. Infatti la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Victoria Nuland ha dichiarato che gli Stati Uniti porranno il veto: ergo la Palestina come stato indipendente non nascerà. Per ora. Può il popolo palestinese, la comunità araba e tutto il mondo accettare altri 42 anni di vessazione nei confronti della Palestina e del suo popolo? Read the rest of this entry »

Cari economisti spiegateci la crisi. Chi l’ha creata e chi ci guadagna?

di Massimo Ragnedda (Tiscali)

Non sono un economista e faccio fatica a districarmi in questa marea di informazioni e dati che tutto dicono e nulla spiegano. Quando gli economisti e i mass media parlano della crisi sembrano parlare in codice per non farci capire. I mass media hanno il dovere di informarci, ma non lo fanno. So tutto dell’omicidio di Avetrana, della casa di Cogne, del delitto di via Poma, della strage di Erba, eccetera, e non so i nomi degli speculatori, chi comanda il Fondo Monetario Internazionale, cosa sono le agenzie di rating e soprattutto cosa guadagnano le banche centrali e da chi sono governate. Voglio i nomi e voglio conoscere i meccanismi, e voglio che siate voi economisti a spiegarcelo. Per esempio mi piacerebbe che spiegaste questo ai cittadini. La crisi finanziaria non è un fatto inevitabile e in balia delle forze irrazionali della natura; non è un terremoto o un’eruzione vulcanica: non è, insomma, un evento geologico, ma un evento previsto e prevedibile. Mi chiedo e vi chiedo: qualcuno ci guadagna da questa crisi? E se sì, chi? E poi: se qualcuno ci guadagna, non potrebbe essere lui il responsabile creando ad hoc la crisi per specularci?

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Banche e Borsa, il controllo sociale e la fede nel Dio mercato

Massimo Ragnedda (Tiscali)

In questi giorni di crisi, rischi default, crisi delle banche e della borsa, speculazioni finanziarie, mi viene in mente un classico oggetto di studio della sociologia: il controllo sociale. È grazie ad esso che il cittadino tende ad accettare e ad assorbire i valori che conferiscono stabilità e coerenza all’ordine sociale, riducendo così le potenzialità di deviare. Tranne l’Islanda, dove la crisi è stata pagata dalle banche e dai grossi speculatori finanziari, ovunque nel mondo la crisi viene pagata dalle famiglie, dai lavoratori, dal ceto medio. Le banche non pagano e i grossi speculatori neppure. Eppure. Eppure  spetterebbe a loro pagare la crisi per almeno due ragioni: la prima è che sono loro ad averla creata e la seconda è che hanno più risorse ed è giusto che siano a loro a contribuire più degli altri. Ma niente da fare: la crisi la paghiamo noi. Perché? Come spesso accade, le domande più semplici sono anche le più complesse a cui rispondere, ed io qui tento una breve, anche se non esaustiva, risposta. Read the rest of this entry »

Crisi del Medio Oriente: Nuove opportunità democratiche o fine dell’Impero?

Crisi del Medio Oriente: Nuove opportunità democratiche o fine dell’Impero? E’ il titolo dell’incontro che si è tenuto all’Università di Sassari l’8 aprile 2011. Sono intervenuti il giornalista Giulietto Chiesa, il direttore di Megachip Pino Cabras e Massimo Ragnedda, docente di Sociologia dei processi culturali a Sassari. 

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Non sono fotografie di guerra ma di un MASSACRO

Niente puà giustificare la morte di 300 bambini innocenti, colpevoli solo di essere nati in un posto sbagliato al momento sbagliato. Quelle che seguono non sono foto di una guerra ma di un massacro, compiuto senza pietà e con cinismo, che alimentano odio e uccidono ogni speranza di pace. Non si può essere colpevole di essere “bambini palestinesi”, perchè questo ricorda qualcosa di funesto nel nostro passato. Un qualcosa che noi tutti vorremmo per sempre dimenticare. Niente potrà mai giustificare questi massacri, per quanto Claudio Pagliara e il ministro degli esteri si sforzino di giustificare il massacro come risposta al lancio di razzi Qassam. Questi bambini sono vittime di un massacro perpetrato da Israele. Punto. gaza31

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La crisi georgiana

La Russia ha invaso la Georgia. No è stata la Georgia ad invadere l’Ossezia del sud e la Russia è intervenuta per difendere i civili (di cui il 90% con passaporto russo). L’occidente (e all’unanime i media occidentali) e il filo occidentale presidente georgiano Saakashivili hanno etichettato l’intervento russo come invasione. Putin e Medved (in realtà più il primo che il secondo) hanno parlato di operazione di peacekeeping, stile modello occidentale, facendo proprio il vocabolario internazionale orwelliano (quello che la guerra è pace). Il mondo occidentale ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo con il parere negativo di Mosca. La Russia riconosce l’indipendenza dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia, con il parere negativo dell’occidente. E così dal 26 agosto 2008, queste due enclavi sono di fatto tornate sotto l’egida dell’impero russo. Infatti riconoscendone l’indipendenza, Mosca le rende dipendenti da se stessa legittimando così la propria presenza militare. Naturalmente come peacekeepers e per mantenere la pace. Un po’ come le nostre truppe in Afganistan. Read the rest of this entry »

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