L’antipolitica è il berlusconismo, non il Movimento 5 stelle

Massimo Ragnedda (TiscaliMa come si fa a definire antipolitica un movimento, quello di 5 stelle, che porta in piazza migliaia di giovani, che scrive programmi elettorali (condivisibili o meno), che fa banchetti e fa proposte concrete? Come si fa a definire antipolitica migliaia di persone che nel tempo libero si impegnano per un’idea (condivisibile o meno) e un modello di società? Come si fa a definire antipolitica un movimento che propone piste ciclabili, orti urbani, stop alla cementificazione selvaggia, che propone di incentivare l’energia alternativa e che ha nelle sue liste solo incensurati?

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L’insegnamento di Antonio Gramsci contro l’indifferenza

Massimo Ragnedda (Tiscali).  Era il 27 Aprile 1937 e si spegneva a Roma una delle più grandi figure dell’Italia contemporanea, apprezzata e stimata ovunque nel mondo. I suoi scritti e le sue opere sono tradotti in decine di lingue e non c’è al mondo biblioteca universitaria che si rispetti che non ha copia delle sue opere. La sua pagina Wikipedia è tradotta in più di 50 lingue diverse. Il 27 aprile di 75 anni fa moriva Antonio Gramsci, dopo aver trascorso quasi 10 anni nelle prigioni fasciste e gli ultimi tre anni della sua vita tra cliniche e regime di semilibertà. Gramsci è stato un filosofo, un giornalista, un critico letterario, ma prima di tutto un uomo che ha lottato con forza e dignità ed ha pagato, sino in fondo, per le sue idee. Ed è del Gramsci come uomo che voglio parlare, del suo impegno civile e del suo senso dello stato. Il suo è stato un insegnamento di vita che ancora oggi dovremmo tener presente.

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In Italia dieci persone sono più ricche di tre milioni di poveri

Massimo Ragnedda (Tiscali) Qualcosa non va in questo sistema. Qualcosa di profondamente sbagliato, di iniquo ed ingiusto c’è in un Paese quando 10 persone, le più ricche d’Italia, hanno un capitale pari a quello di 3 milioni dei più poveri. No, qualcosa di profondamente ingiusto e sbagliato c’è, quando in un paese democratico viene permessa questa sperequazione economica. Qualcosa non va e deve essere cambiata, subito, se non vogliamo che la situazione degeneri.  È semplicemente indegno di un paese democratico una simile disuguaglianza economica. Indegno, non conosco altri aggettivi più efficaci. Ed ancora più indegno è che in un periodo di crisi ed austerity il governo tagli i fondi per il Welfare State che permette anche a quei 3 milioni di cittadini di avere un’assistenza sanitaria gratuita o di poter mandare i propri figli a scuola. In un momento di crisi, dove aumenta la povertà, la disoccupazione e la disperazione, lo Stato deve farsi carico di chi sta indietro, di chi non ce la fa, di chi prova a sopravvivere e non, come invece sta facendo, aiutarli a buttarsi giù dal baratro. Ed ancora più indegno è che in un periodo di crisi il governo pensa a reperire fondi dalle classi più povere lasciando intatte le grandi ricchezze: il governo Monti tassa i poveri lasciando inalterati i grandi capitali. Read the rest of this entry »

E’ in gioco la tenuta democratica del paese: professor Monti non tiri troppo la corda

Massimo Ragnedda (Tiscali). La legge sono io: gli italiani amano me e non i partiti e dunque la riforma del lavoro si farà. In sintesi è questo il senso del diktat (sud) coreano del caro leader. La Bindi l’ha definita una caduta di stile, ma forse, più semplicemente, è la conferma dello stile autoritario di chi sa di governare in un momento particolare e senza opposizione. Il diktat coreano di Monti è, comunque lo si voglia leggere, l’ennesimo segno di una stagione molto pericolosa per la democrazia italiana: è in gioco la tenuta democratica dell’intero paese. Nessuno, neanche Prof. Monti e il suo sponsor al Quirinale (che chiede ai sindacati e ai partiti di non fare il loro lavoro, ovvero curare gli interessi di chi rappresentano) possono pensare di governare senza l’appoggio dei partiti o, peggio ancora, governare contro gli stessi partiti.

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L’Italia dei figli di papà e l’Italia degli sfigati

Massimo Ragnedda (TiscaliSe non fosse stato per la sua infelice battuta il suo curriculum sarebbe passato inosservato. Se non fosse stato per quella “sciocchezza” detta alla “Giornata sull’apprendistato” organizzata dalla Regione Lazio, i riflettori su di lui non si sarebbero mai accesi e il cosiddetto popolo dei social network, forse, non avrebbe cominciato a postare online il suo curriculum. Se non fosse per quella battuta infelice il viceministro al Lavoro e al welfare Michel Martone probabilmente sarebbe rimasto un anonimo sottosegretario figlio di papà, il più giovane del governo Monti, ma perfettamente in linea con l’establishment politico culturale italiano. È anagraficamente giovane, ma culturalmente e politicamente vecchio. E vecchi sono i modi di far carriera dei figli di papà in questo paese. Figlio d’arte, il padre, il Giudice Martone, era un frequentatore dello studio Previti ed è balzato agli onori della cronaca per quel pranzo a casa Verdini, venuto fuori durante le indagini sulla cosiddetta P3. Ma non è questo il punto. E il punto non è nemmeno che sia stato raccomandato dai vari Brunetta, Montezemolo e Sacconi. Non è neanche questo il punto. La cosa che, da precario della ricerca mi fa male, è vedere la sua fulminante carriera universitaria. È troppo facile definire sfigato chi non si è laureato entro 28 anni, per chi a 23 anni fa già il dottorato e a 26 anni vince il concorso da ricercatore e dopo neanche un anno il concorso da associato.

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Se in questo paese la volontà popolare ha ancora un senso, giù le mani dall’acqua pubblica caro Monti

Massimo Ragnedda (Tiscali) E no caro professore. No e ancora no. Giù le mani dall’acqua pubblica. L’acqua è un bene comune e un diritto umano universale e deve essere gestito senza logiche di profitto. Credevo che su questo punto lo scorso 12 e 13 giugno gli italiani si fossero espressi in maniera chiara ed inequivocabile e che sull’argomento non si dovesse ritornare. Almeno per un bel po’. E invece evidentemente mi sbagliavo, visto che Prof. Monti con un decreto cerca di sovvertire la volontà popolare.  E il PD su questo punto che fa? Se a sacrificare l’interesse generale per favorire i pochi fosse stato il governo precedente si sarebbe gridato allo scandalo, si sarebbe cavalcata l’onda, si sarebbe parlato di dittatura. Già le sento le dichiarazioni ufficiali di dirigenti nazionali che gettano benzina sul fuoco, che parlano di un governo lontano dagli interessi della popolazione e che sovverte la volontà popolare. Ma al governo ora c’è Monti, il professore che tutto può, in un paese governato senza opposizione e a colpi di decreto.

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Nonostante le modifiche rimane una pessima manovra finanziaria

Massimo Ragnedda (Tiscali) Basta chiamarlo governo tecnico. Il governo Monti è chiaramente un governo politico; della nuova fase politica, dove le scelte politiche le dettano le banche, i grossi gruppi finanziari internazionali e i grossi investitori esteri. Sono loro che hanno in mano le sorti dell’Italia, dell’EU e degli altri Paesi democratici. Sono le banche i nuovi tiranni del XXI secolo. La chiamano Finanzocrazia, Bancocrazia, Spreadcrazia. Chiamatela come volete, ma è evidente che siano le banche a dettare l’agenda politica, e non solo in Italia. Prima la Goldman Sachs, per citarne una, si limitava a reclutare persone influente nei singoli paesi. Ora vi è stato un salto di qualità: mettere i propri uomini nei posti chiave, là dove si decidono le sorti dei paesi e dei loro bilanci. Vedi Monti e Draghi, giusto per fare due esempi a noi vicini.

Togliere ai poveri per dare ai ricchi. Il mercato ringrazia, gli italiani no e la Chiesa cattolica non pagherà

Massimo Ragnedda (Tiscali) La manovra lacrime (non quelle della Fornero) e sangue, messa giù dal professor Monti è una profonda delusione. O meglio è una delusione per chi, ingenuamente, si aspettava che con un governo di tecnocrati conservatori puntasse ad una manovra equa. Ma così non è stato e così non sarà. Einstein diceva: “Non si può risolvere un problema usando lo stesso modo di pensare che ha creato quel problema”. Ergo, non si può risolvere il problema della crisi economica con un tecnocrate che arriva da quel mondo economico e finanziario che ha creato la crisi. Ripeto ancora una volta: nessuno mette in dubbio la professionalità del professor Monti. Anzi, al contrario. La sua professionalità è, in questo caso, un problema. È un uomo della finanza internazionale, fondamentalmente un uomo dei poteri forti, e che ha una visione elitaria della società. Già nel 1956 il sociologo statunitense Wright Mills scriveva, in  “Le élite del potere”, che la società statunitense non è la società dell’uomo medio, ma di una ristretta èlite chiusa. Una piccola oligarchia composta tra tre élites: quella politica, quella economica e quella militare, che si coalizzano per impedire l’accesso al potere a persone estranee a questa cerchia. Ora questa èlite è estesa a tutto il mondo occidentale. In Italia, le tre èlites sembrano essersi fuse in un governo di banchieri, tecnocrati e militari.

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Lettera aperta a Prof. Monti

Massimo Ragnedda (TiscaliGentile professore mi permetto di scriverle una lettera pubblica per farle qualche domanda. Abbiamo tutti notato il cambio di stile (finalmente un po’ di sobrietà e serietà), la sua professionalità e signorilità. Aspetti che, personalmente, mi rendono particolarmente felice, ma che da soli, vien da sé, non bastano. Dopo anni di volgarità e teatrini molto tristi, una persona per bene, normale e incensurata ci sembra un miracolo (come Enrico Letta le ha ricordato in quella lettera privata divenuta pubblica), mentre dovrebbe essere la conditio sine qua non per fa politica. Ma non è sullo stile che voglio interloquire con Lei. Come nostro presidente del Consiglio dovrà prendere delle decisioni molto difficili in nome e per conto degli italiani. Sinora lei ha goduto di un trattamento molto speciale da parte dei media nazionali: un po’ come i telegiornali Mediaset o il TG1 e il TG2 trattavano il suo predecessore. Converrà con me che questo non è giornalismo. Il cambiamento di stile lo vogliamo anche in queste cose: la possibilità di avere risposte a domande concrete. L’opinione pubblica ha il diritto di sapere, al di là della sbornia di entusiasmo, da chi è guidata e quali sono, al di là dei proclami, i suoi obiettivi di governo. Insomma, vogliamo sapere chi pagherà la crisi. Mi permetto, perciò, di farle qualche domanda. Sarò chiaro e diretto, nel solco del nuovo stile da Lei inaugurato.

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Io antiberlusconiano convinto, non riesco a gioire della sua caduta

di Massimo Ragnedda (TiscaliSono un antiberlusconiano convinto, della primissima ora, da quando un magnate dell’informazione (caso unico al mondo e molto pericoloso per una democrazia) si è affacciato direttamente sulla scena politica. Sono un antiberlusconiano nel senso che detesto il modo in cui, quello che buona parte della stampa internazionale ha definito senza esitazione un pagliaccio, ha governato il nostro paese. Sono un antiberlusconiano semplicemente perché l’Italia, terra nobile di cultura e ingegno, di viaggiatori e poeti, di santi e brava gente merita di meglio di un premier ridicolizzato in tutto il mondo (tranne che da Putin, Gheddaffi e qualche altro vecchio tiranno).

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