Il primo libro dell’Italian Group on Surveillance Studies (IGSS), di cui faccio parte, sta per essere consegnato all’editore. Il lavoro è quasi concluso: mancano gli ultimi ritocchi, il lavoro di editing e i riferimenti incrociati tra i vari capitoli. È stato un lavoro molto interessante e stimolante che ha visto impegnati, per quasi un anno, cinque giovani ricercatori (precari) italiani in un lavoro di confronto, revisione reciproca, scambio di email con consigli e appunti, rimandi e commenti. Un lavoro che, come si dice in questi casi, non è il punto di arrivo, ma l’inizio di un lavoro di ricerca comune, aperto ad altri studiosi italiani, e che ci vedrà impegnati, pur tra mille difficoltà, in un insieme di discussioni, workshop e seminari, in Italia e all’estero.
Qui di seguito pubblico la parte introduttiva del mio capitolo, “Sorveglianza, reti e vita quotidiana”, aperta a commenti e critiche, nel migliore spirito del web 2.0.
L’ipotesi di fondo che percorre questo capitolo è che la sorveglianza online non solo integra la sorveglianza offline, ma questi due fenomeni tendono oggi a procedere di pari passo ed essere, in qualche misura, inscindibili. Un po’ per via del mutare del contesto sociale nel quale viviamo, un po’ per il mutare antropologico dell’essere umano occidentale (De Kerckhove 1996) sempre più impegnato a muoversi, lavorare, contestare, conoscere (in una parola a vivere) nella rete, online e offline sono sempre più fusi e confusi: due facce della stessa medaglia. E la sorveglianza si muove perfettamente tra le righe e gli interstizi di questi due “mondi” solo apparentemente distanti e distinti e sempre più interconnessi e dipendenti. Read the rest of this entry »
Berlusconi parla di farla finita con le occupazione. Dà istruzione dettagliate (ordini, stile fascista) al ministro dell’interno su come intervenire. Cossiga glielo ricorda: fai infiltrare qualcuno e poi picchiali. Il resto lo fanno le sue televisioni che parlano di rissa: ma che ci faceva un camion pieno di spranghe, all’interno di una manifestazione? Perchè si è concesso a quel camion di essere lì, sotto gli occhi della polizia? La situazione è molto più grave di quello che si creda. Ma le televisione del padrone continueranno a dire che si trattava di facinorosi di sinistra, di movimento violento. Io sono appena rientrato da una manifestazione di studenti e docenti, qua a Sassari: l’unica cosa che ci animava era la protesta contro i tagli che uccideranno le Università e le scuole pubbliche. E’ stata una manifestazione assolutamente pacifica. Per bloccare questa onda anomala, l’unico rimedio, pensa bene il premier, è mandare la polizia e infiltrare squadristi: e così sta facendo. Dai filmati si vede chiaramente come, i fascisti di Piazza Navona, avessero una tecnica paramilitare ed in questo video si vede come uno di loro, sia in atteggiamenti molto intimi con la polizia.
Qui di seguito l’abstract del paper presentato all’interno del Convegno nazionale “Oltre l’individualismo? Rileggere il legame sociale tra nuove culture e nuovi media” promosso dalla sezione PIC dell’AIS (Associazione Italiana Sociologia) all’Università di Milano-Bicocca.
Il contributo parte dall’assunto che Internet sia visto non soltanto come il luogo e l’ambiente privilegiato di nuovi movimenti sociali, ma anche come la culla di nuove speranze e di vecchi sogni libertari. Qualcuno vi ha alimentato il sogno anarchico, di un nuovo movimento di rivendicazione di diritti, vedendo nella rete un luogo indipendente, lontano da centri di potere (Barlow1996). Internet è anche visto come il luogo della riscossa democratica, della cyberdemocrazia (Lévy 2002), di una nuova base per la decisione e il coinvolgimento dei cittadini in un’epoca post-ideologica, in cui le differenze partitiche sono quasi nulle o inesistenti (De Kerckhove 2006). Ad alimentare questa idea vi sono le sue caratteristiche rizomatiche, il suo rifiutare ogni relazione di tipo gerarchico, lo strutturarsi in maniera orizzontale e non verticale. Al di là di queste tecnoentusiastiche analisi, emerge anche qualche voce critica. Autori quali Lessing (2006, 2008), Rodotà (2006), Lovink (2008) mettono in luce, in diverso modo, quanto il mito di un nuovo ambiente completamente libero da condizionamenti esterni, da un centro e da una struttura verticale, sia duro a morire, nonostante gli episodi che hanno accompagnato la rete nell’ultimo lustro: il caso cinese in primo luogo, ma anche la dataveillance, i computer-matching, e-profile sempre più accurati. Read the rest of this entry »
In occasione del I festival internazionale del diritto (Piacenza 25/28 settembre 2008) diretto dal Prof. Stefano Rodotà, si è costituito, sotto la supervisione e i consigli del Prof. David Lyon, il gruppo di ricerca, Italian Group on Surveillance Studies (IGSS)
Il professor David Lyon, uno degli ospiti del festival, ci ha invitato a tenere un workshop sul tema della sorveglianza, proprio con l’obiettivo di dare il via ad un gruppo di ricerca sulle tematiche legate alla sorveglianza.
Si è costituito così un gruppo di studio composto da ricercatori e studiosi italiani che si occupano di sorveglianza, con particolare attenzione alle nuove forme di sorveglianza e alle implicazioni sociali. Fa parte della rete internazionale di studi sulla sorveglianza di cui il Surveillance Project presso la Queens’ University, Kingston, Canada, rappresenta un punto di riferimento.
Il gruppo di ricerca è composto da (in ordine nella foto da sinistra verso destra):
Stamattina, quasi per caso, incontro uno studente. Ci fermiamo a chiacchierare e decidiamo di bere un caffè insieme. Già questo semplice inizio potrebbe essere uno spunto di riflessione: fermarsi a chiacchierare con uno studente in un mondo accademico così formale potrebbe essere oggetto di discussione: perché in Italia si è così formali? Perché da noi esiste questo distacco docente/discente che nel resto d’Europa è impensabile?
A berci un caffè dicevo: il caffè è una droga socialmente accettata, a differenza di altre che pur essendo usate da migliaia di anni sono considerate da qualche decennio (dagli anni trenta in particolar modo) pericolose e proibite. Il caffè giunge a noi in prevalenza da paesi un tempo colonizzati dagli europei (e da qui il tema della colonizzazione e ora dello sfruttamento delle piantagioni di caffè, ma anche il tema del commercio equo e solidale che prova a rompere con le logiche dello sfruttamento); il caffè è una bevanda di compagnia, è un modo di relazionarsi agli altri. Insomma gli spunti di riflessione, anche partendo da questo semplice spaccato di vita quotidiana, non mancano. Ma non è di questo che voglio parlare ora.
Un sociologo, e più in generale uno studioso di scienze sociali, dovrebbe sempre porsi domande su tutto ciò che lo circonda, indagare il e sul banale, affrontare l’ovvio, senza cadere nell’ovvietà. Read the rest of this entry »
Il mondo accademico anglosassone mi sorprende ogni volta di più. O forse mi delude ancora una volta quello italiano.
Sto scrivendo un articolo in inglese su concetti quali surveillance and social control e ho spedito il mio articolo (o meglio la bozza) ai più grandi ed illustri studiosi del settore a livello internazionale: mi hanno risposto con una serie di input e commenti che sono rimasto senza parole. Oddio, dovrebbe essere normale nel mondo accademico, perché solo con il confronto, lo scambio e le critiche si cresce e si matura. Ma non è così in Italia. Non è così in questo mondo. Due anni fa, quando pubblicai il mio terzo libro, lo spedì a 70 docenti del mio settore (SPS/08): solo 4 mi hanno risposto (con una, RS, ora siamo anche amici ed abbiamo avuto modo, in seguito, di parlare in maniera molto proficua di questo e di altri lavori) dicendomi grazie e solo uno (che stimo tantissimo e non solo per questo) mi ha inviato un suo commento con critiche al mio lavoro. Mi ha talmente sorpreso quella sua risposta che ho stampato la sua email e ancora la conservo. Il suo nome è EC.
Chissà se gettare la spugna, presi dallo sconforto, dalla rassegnazione e dalla tristezza è un segno di libertà. Chissà se quando ci si arrende dinanzi al marciume del sistema, quando ti senti dire “è meglio che cominci a cercare altro”, lo stai facendo da uomo/donna libero/a, o invece da uomo/donna frustato/a, che sa di aver lottato sperando che qualcosa cambiasse, ma il mondo gli è corso davanti lasciandolo nell’assoluta indifferenza e impotenza? Ecco, l’impotenza e l’incapacità di farcela da soli pregiudicano la libertà? Se non puoi farcela da solo, devi necessariamente chiedere una mano: farlo, significa essere debitori a vita con quel qualcuno? E se si è debitori a vita con qualcuno come si può essere liberi? Quando ci si muove in un sistema chiuso, fortemente gerarchico ed autoreferenziale, o se ne assumono le regole o si getta la spugna e si abbandono il ring. O forse c’è chi si illude, che a furia di stare sul ring a prendere colpi, non importa se alti o bassi, regolari o sotto la cintura, qualcosa cambi e che ogni tanto, non sempre ovviamente, vinca il migliore. Ma a che prezzo? Read the rest of this entry »
Ma in quali meandri mi sono voluto infilare. Che diamine: parlare di libertà. Che mi sarà venuto mai in mente. Un argomento così vivo, così acceso e dibattuto e, al contempo, così difficile da incastonare all’interno di facili etichette o semplici aneddoti. Che diamine. Libertà, libertà, libertà. Libertà è scelta, libertà è possibilità di muoversi, mandare a quel paese chi vuoi, non subire ingiustizie, possibilità di ribellarsi, autodeterminazione. Libertà è la capacità, la forza e la possibilità di dire no. Libertà è tutto questo. Ma soprattutto, libertà è anche ben altro. Read the rest of this entry »
L’ho detto sin dall’inizio. Farò il punto sui problemi e i piani. Mi guarderò attorno e rifletterò a voce alta. Oggi mi va di farlo. Non so se lo faccio da studioso di scienze sociali e da comune mortale. Non lo so, e in fondo non lo voglio sapere. Voglio però riflettere su una delle cose più complicate sulle quali riflettere, utilizzata a manca quanto a destra, da tiranno e rivoluzionari, da schiavi e padroni: il sostantivo femminile, libertà. E lo voglio fare partendo da un aneddoto, tanto semplice quanto eloquente.
Proprio ieri ho incontrato un mio vecchio amico dei tempi di Cambridge. Un italiano che a meno di 40 anni ed ha già insegnato a Harvard, LSE, Oxford ed ora insegna a Cambridge. Prima cosa su cui riflettere: da noi sarebbe impensabile. A 32 anni stava già insegnando nella più prestigiosa università al mondo, dopo due anni è andato via per tornare nella “sua” London (dove ha fatto il Ph.D) per poi spostarsi a Oxford e infine approdare a Cambridge dove ora vive. La mobilità da noi è cosa impensabile e cosa assai più grave è impensabile costruirsi la propria carriera da soli. Ma per favore non fatemi dire altro. Read the rest of this entry »
Anche in questo caso, come già fatto con Katy, trasformo un commento in post. Si tratta di un commento del mio amico Emiliano, su un tema molto caldo e sentito in questo periodo: il problema “sicurezza” e paura rom.
Ho già avuto modo di scrivere sul blog sui rom. Non posso dire di essere un esperto di quella cultura, ma ho avuto modo di occuparmene per puro piacere personale e per polemica politica. Nel ‘98 sulla Nuova Sardegna apparve una lettera di un consigliere comunale di Olbia che descriveva in maniera terroristica e razzista la presenza dei rom sul territorio. A quell’epoca, forse per la giovane età, ero più dedito alla polemica che al ragionamento per cui risposi, sempre dalle colonne del giornale, in maniera piuttosto piccata. Solo pochi anni dopo il nonno di un mio amico fraterno, quasi centenario, fu assassinato da due ragazze nomadi. Ciò mi indusse a riflettere. Tali riflessioni le riporto oggi, visto che il tema dei rom, degli zingari che dir si voglia(ci si dimentica dei sinti, ma non stiamo a fare una disquisizione filologica… è di strettissima attualità. Read the rest of this entry »