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	<title>Massimo Ragnedda</title>
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	<description>Riflessioni a blog aperto</description>
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		<title>Massimo Ragnedda</title>
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		<title>Promuovere la cultura della legalità</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 16:53:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mragnedda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’università è e deve essere il luogo di formazione della coscienza critica. L’università deve essere la palestra per la formazione del pensiero critico e per la formazione della cittadinanza attiva. Questa è l’idea di base che innerva e contrassegna il ciclo di incontri seminariali che all’interno del corso di Sociologia dei processi culturali della Facoltà [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=226&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/11/cimg1771.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-227" title="CIMG1771" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/11/cimg1771.jpg?w=300&#038;h=225" alt="CIMG1771" width="300" height="225" /></a>L’università è e deve essere il luogo di formazione della coscienza critica. L’università deve essere la palestra per la formazione del pensiero critico e per la formazione della cittadinanza attiva. Questa è l’idea di base che innerva e contrassegna il ciclo di incontri seminariali che all’interno del corso di Sociologia dei processi culturali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Sassari sto cercando di portare avanti. “Promuovere la cultura della legalità”: era questo il tema della prima iniziativa, tenuta il 13 novembre e che vedeva ospite Luigi De Magistris, europarlamentare e presidente della Commissione Controllo Bilancio dell’Unione Europea. Un incontro affollatissimo al quale hanno partecipato centinaia di studenti, ma non solo, molto attenti e interessati. Per il relatore certo, figura di spicco del panorama politico e culturale italiano, ma anche per il tema affrontato. Perché, si badi bene, il tema dell’eclissi della legalità non è affatto un retaggio del passato, degli anni Novanta, del dopo tangentopoli: è un problema più che mai attuale. Promuovere la cultura della legalità è il nodo centrale della nostra vita sociale nella quale sempre di più sembra esistere una incomunicabilità tra regole e cittadini e dove il rispetto delle regole, di cui una società si è dotata per sviluppare ordinatamente la vita sociale, è spesso visto come un ostacolo al raggiungimento dei propri egoistici obiettivi. <span id="more-226"></span></p>
<p>Spesso trasgredire e violare le norme viene considerato un <em>escamotage</em>, l’unico forse, per il raggiungimento dei propri obiettivi personali. Il confine tra ciò che è moralmente sostenibile e ciò che non lo è, risulta essere sempre più labile. Quasi inesistente. Così come molto debole è il passaggio tra l’economia legale e quella illegale, e su questo De Magistris si è notevolmente soffermato, poiché le mafie, grazie alle enormi somme di denaro sporco che vengono riciclate, investono in tutta Europa condizionando pesantemente tutti i settori economici: da quello immobiliare al business delle ecomafie, dalle speculazioni finanziarie in borsa sino al settore commerciale. E sul pericolo infiltrazioni mafiose in Sardegna? <em>Non è un pericolo: è una realtà</em>. Così ha risposto De Magistris a chi gli chiedeva di un eventuale interesse della mafia a riciclare anche in Sardegna i capitali illegali che potrebbe rientrare in Italia in relazione allo scudo fiscale. Dove potrebbe investire la mafia in Sardegna? Nell’eolico, nel settore immobiliare, in quello alberghiero, ma più in generale in tutti quei settori che permettono al crimine organizzato di ripulire capitali illeciti e provenienti da efferati crimini. L’aspetto più pericoloso della mafia è la sua istituzionalizzazione, il suo volto pulito, la sua capacità di penetrare nei settori economici e politici e condizionarne la vita democratica.</p>
<p><a href="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/11/cimg1772.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-229" title="CIMG1772" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/11/cimg1772.jpg?w=300&#038;h=225" alt="CIMG1772" width="300" height="225" /></a></p>
<p>De Magistris ha offerto un eccellente ed avvincente excursus sulle nuove mafie e sulla cambiata strategia dopo le stragi del 1992 e 1993 e ha concluso ricordando proprio Falcone e Borsellino che solevano ripetere che la mafia è un fenomeno culturale che può essere vinto solo da un salto generazionale di giovani educati alla legalità.</p>
<p>Ed incontri come questo, e non è retorico ripeterlo, vanno proprio in questa direzione. E anche questo deve essere il ruolo “educativo” dell’Università.</p>
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		<title>Fondo per giovani ricercatori sparito dalla Finanziaria</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 10:41:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[tratto da l&#8217;Unità Il Senato ha trasformato l&#8217;emendamento per sbloccare i fondi riservati all&#8217;assunzione dei ricercatori in un ordine del giorno; di fatto è ancora reale il rischio che questi fondi vadano persi perchè non utilizzati entro la scadenza del dicembre 2009. Lo sottolinea il segretario dell&#8217;Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), Fernando [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=222&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/11/universita2.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-223" title="Università" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/11/universita2.gif?w=300&#038;h=263" alt="Università" width="300" height="263" /></a><a href="http://www.unita.it/news/italia/91184/fondo_per_giovani_ricercatori_sparito_dalla_finanziaria">tratto da l&#8217;Unità</a> Il Senato ha trasformato l&#8217;emendamento per sbloccare i fondi riservati all&#8217;assunzione dei ricercatori in un ordine del giorno; di fatto è ancora reale il rischio che questi fondi vadano persi perchè non utilizzati entro la scadenza del dicembre 2009. Lo sottolinea il segretario dell&#8217;Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), Fernando D&#8217;Aniello. Mentre il ministro dell&#8217;Istruzione, che aveva annunciato il fondo in pompa magna, tace.</p>
<p>«Si tratta &#8211; osserva &#8211; dell&#8217;ennesimo gesto di indifferenza e prepotenza nei confronti non solo dei giovani ricercatori del nostro Paese ma di tutta l&#8217;Università. Chiediamo che il Parlamento approvi, nel proseguo dell&#8217;iter parlamentare, interventi adeguati per evitare che i fondi già stanziati per l&#8217;assunzione dei ricercatori vadano perduti. Chiediamo anche che il ministro, visto quanto dichiarato nei giorni scorsi in Commissione dal Sottosegretario Pizza, si attivi immediatamente e distribuisca senza ulteriori indugi i fondi alle Università, perchè si possa procedere con l&#8217;emanazione dei bandi&#8221;.<br />
<span id="more-222"></span>Ci piacerebbe, infine, sapere &#8211; conclude D&#8217;Aniello &#8211; cosa &#8220;pensano i rettori della bocciatura del provvedimento e se auspicano anche loro l&#8217;immediato sblocco dei fondi: il silenzio su questa vicenda del mondo dei Rettori è imbarazzante e scandaloso».</p>
<p>Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura: alla Camera: &#8220;Il ministro Gelmini è stato, di fatto, sfiduciato dal suo stesso governo che non solo tradisce gli impegni a fornire risorse aggiuntive alla ricerca, ma addirittura mette in discussione soldi che già esistono e che devono solo essere spesi. così &#8211; conclude &#8211; si stanno infliggendo nuovi tagli coerenti solo con l&#8217;idea della gelmini di ricercatori precari a vita».</p>
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		<title>Informazione, giovani e Internet</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 10:56:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mragnedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sociologia della comunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Come si informano i giovani? Che rapporto hanno con la rete e con la TV? Da una recente indagine curata da prof. Ilvo Diamanti, Luigi Ceccarini e Fabio Bordignon con la collaborazione di Ludovico Gardani per la parte metodologica (LaPolis, Univ. di Urbino) e Filippo Nani (Medialab, Vicenza) per quella organizzativa, si evince come i [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=214&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/uso-tv1.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-217" title="uso TV" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/uso-tv1.gif?w=430&#038;h=349" alt="uso TV" width="430" height="349" /></a>Come si informano i giovani? Che rapporto hanno con la rete e con la TV? Da una recente indagine curata da prof. Ilvo Diamanti, Luigi Ceccarini e Fabio Bordignon con la collaborazione di Ludovico Gardani per la parte metodologica (LaPolis, Univ. di Urbino) e Filippo Nani (Medialab, Vicenza) per quella organizzativa, si evince come i giovani leggono meno degli adulti i giornali. Questo non significa che non si informino:  si informano lo stesso ma usando canali alternativi alla carta stampata. In primo luogo, come tutti si informano alla tv. Ma non solo.</p>
<p>Ciò che maggiormente li caratterizza è l’uso di Internet. I giovani dunque usano internet non solo per chattare o scaricare musica ma la usano anche per informarsi. Inoltre spesso i social network sono diventati dei veri e propri “luoghi” di informazione, con informazioni caricati sulla rete e che spesso riempie lacune che l’informazione televisiva non copre. I giovani sono dunque, oltre che internauti, anche info-nauti. Seguono più Internet che la Tv.  Hanno più fiducia nella rete che non nella TV.</p>
<p><span id="more-214"></span></p>
<p>Ma l’aspetto interessante è vedere il rapporto con la TV hanno le diverse fasce d’età. Il 7.5% dei giovani tra i 25 e i 34 anni passa più di 4 ore davanti alla TV, mentre sono il 28.4% degli ultra 65enni a farlo.</p>
<p><a href="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/internet-e-democrazia1.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-218" title="internet e democrazia" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/internet-e-democrazia1.gif?w=433&#038;h=914" alt="internet e democrazia" width="433" height="914" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma l’aspetto forse più interessante di questa ricerca è come internet, quale luogo di informazione libera e indipendente, viene percepita. Per il 60% dei giovani tra i 25 e i 34 anni, Internet è il luogo dove l’informazione viaggia liberamente, mentre lo è solo per il 5.9% degli oltre 65enni. La rete è per i giovani la chiave d’accesso all’informazione. Marc Prensky definisce i giovani come “nativi digitali”, sono fruitori &#8220;impegnati&#8221; di questa nuova tecnologia della comunicazione e dell’informazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Esiste in Italia, ma il fenomeno anche se con caratteristiche diverse è presente un po’ ovunque, una forte divario digitale legato all’età.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per vedere tutte le tabelle<a href="http://www.demos.it/a00361.php"> clicca qui.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mragnedda.wordpress.com/214/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mragnedda.wordpress.com/214/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mragnedda.wordpress.com/214/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mragnedda.wordpress.com/214/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mragnedda.wordpress.com/214/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mragnedda.wordpress.com/214/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mragnedda.wordpress.com/214/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mragnedda.wordpress.com/214/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mragnedda.wordpress.com/214/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mragnedda.wordpress.com/214/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=214&subd=mragnedda&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Disegno di &#8220;distruzione&#8221; dell&#8217;Università pubblica</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 09:27:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mragnedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Università]]></category>
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		<description><![CDATA[di Paolo Bertinetti (l&#8217;Unità 29 ottobre 2009)
Il disegno di legge sull’Università che verrà presentato in un prossimo consiglio dei Ministri nasce dall’assenza di un qualsiasi serio confronto con il mondo universitario, tranne forse con qualche Rettore, ben felice, tuttavia, di dare il proprio consenso a una legge che prevede maggiori poteri per i Rettori stessi. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=212&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://www.unita.it/news/scuola/90417/disegno_di_distruzione_delluniversit_pubblica">di Paolo Bertinetti (l&#8217;Unità 29 ottobre 2009)</a></p>
<p><a href="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/universita2.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-211" title="universita2" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/universita2.gif?w=300&#038;h=263" alt="universita2" width="300" height="263" /></a>Il disegno di legge sull’Università che verrà presentato in un prossimo consiglio dei Ministri nasce dall’assenza di un qualsiasi serio confronto con il mondo universitario, tranne forse con qualche Rettore, ben felice, tuttavia, di dare il proprio consenso a una legge che prevede maggiori poteri per i Rettori stessi. Una parte del disegno di legge riguarda gli organi di governo dell’Università: vengono previste meno cariche elettive, più nomine dall’alto, più esterni a valutare e ad amministrare, meno “logica pubblica” e più intervento privato. Ma curiosamente le università private (che in realtà sono tutte lautamente sovvenzionate dallo Stato) sono escluse dalla legge: potranno continuare a fare quel che gli pare. L’idea che sta dietro al disegno di legge, all’insegna di “più banche e meno democrazia”, è che l’Università come servizio pubblico venga smantellata.  La parte restante sembra essere stata pensata da persone che non hanno la minima esperienza pratica di gestione dell’attività universitaria a livello decisionale. Si prevede, ad esempio, che i corsi di laurea facciano capo non più alle Facoltà ma ai Dipartimenti. I Dipartimenti esistenti, che nei settori umanistici (ma in qualche caso anche negli altri) spesso non rispondono a criteri e raggruppamenti scientifici affini, quasi mai hanno le caratteristiche e i mezzi organizzativi che consentirebbero loro di gestire la didattica. Infatti, uscite dalla porta, le Facoltà rientrano dalla finestra come organismo amministrativo. La legge, a questo punto, dà i numeri, prevedendo che le Facoltà siano 12 nelle Università con più di 3000 docenti (cioè Roma e Napoli) e 9 se i docenti sono meno di 3000. E perché non 10? E perché il tetto è 3000 e non 2000? E perché si contano i professori e non gli studenti? E soprattutto, perché non dovrebbero valutare la cosa le singole Università, in base alle caratteristiche della loro offerta didattica? (In ogni caso una simile riforma non potrebbe che essere preceduta dalla riforma dei Dipartimenti, stabilendone per legge le caratteristiche scientifiche).<span id="more-212"></span></p>
<p>Il massimo della (apparente) incompetenza dei redattori della legge riguarda il reclutamento dei docenti. Si prevede un’abilitazione nazionale seguita dalla chiamata (per “concorsino”) da parte dell’Università locale. Il risultato sarà: o una mascherata promozione ope legis (tutti diventeranno professori) o la creazione di un esercito di illusi, professori di nome, ma che nessuna università chiamerà a prendere servizio. Con la scusa demagogica di bloccare i favoritismi dei baroni i concorsi sono fermi da quasi quattro anni (mentre centinaia di docenti sono andati e continuano ad andare in pensione). Ma i giovani la legge ci pensa: infatti potranno diventare titolari di un contratto (preferibilmente senza stipendio) o diventare ricercatori a tempo determinato. I migliori, cioè, andranno all’estero.</p>
<p>Per i concorsi dei professori la pensata consiste nell’estrazione a sorte dei commissari tra i professori votati dai colleghi, ma estrazione tra un “parco eletti” tre volte superiore al numero necessario: roba bizantina, fatta apposta per ritardare i concorsi e favorire i ricorsi. Il concorso nazionale con l’estrazione a sorte integrale andava bene a molti nel mondo universitario. Ma tale sistema ha un difetto: consentirebbe di fare subiti i concorsi. Questo è ciò che il Ministero non vuole: nessun concorso significa nessuna “spesa aggiuntiva”.</p>
<p>In realtà l’unico criterio ispiratore della legge è infatti quello stabilito un anno fa dal vero ministro dell’Università, Giulio Tremonti: riduzione della spesa. Una delle espressioni più spesso ricorrenti nel testo è “senza oneri aggiuntivi”. L’Italia si colloca agli ultimo posti tra i Paesi avanzati per investimento in università e ricerca. E’ un investimento vitale per il Paese, non per l’Università in sé, e dovrebbe essere decisamente accresciuto. E questo governo decide di ridurlo ulteriormente direttamente (meno fondi) e indirettamente con un turn-over per cui ogni due che vanno in pensione solo uno viene assunto (grazie alle proteste studentesche dell’anno scorso: Tremonti aveva previsto uno solo ogni cinque). Ogni commento è superfluo.</p>
<p>E tuttavia una cosa ancora bisogna aggiungere. A proposito del diritto allo studio si dice che verrà istituito un Fondo per il merito: non se ne occuperà l’Università ma il Ministero dell’Economia in base a prove valutate da un ente esterno che si occupa di previdenza. Evidentemente, per i nostri tecnocrati (si fa per dire) dichiarazione dei redditi più media dei voti, come fece quasi 50 anni fa il primo governo di centro-sinistra, è un criterio catto-comunista. Per loro bisogna fidarsi solo dell’Economia. Abbiamo già dato.</p>
<p>Paolo Bertinetti, Università di Torino</p>
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		<title>Media e politica in Italia. Riflessioni</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 15:40:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mragnedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sociologia della comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[demos]]></category>
		<category><![CDATA[elettorato]]></category>
		<category><![CDATA[indipendenza fonti]]></category>
		<category><![CDATA[internet fonte di notizie]]></category>

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Più che le informazioni o le persone che diffondo le informazioni ad essere affidabile pare proprio il mezzo. Ma non da tutti allo stesso modo. È interessante notare come tra gli elettori dell’IDV nessuno crede che la TV sia il mezzo che fornisce l’informazione più libera e indipendente a differenza del 34,7% degli elettori del [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=205&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/blog1.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-208" title="L'indipendenza delle fonti" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/blog1.gif?w=423&#038;h=422" alt="L'indipendenza delle fonti" width="423" height="422" /></a></p>
<p>Più che le informazioni o le persone che diffondo le informazioni ad essere affidabile pare proprio il mezzo. Ma non da tutti allo stesso modo. È interessante notare come tra gli elettori dell’IDV nessuno crede che la TV sia il mezzo che fornisce l’informazione più libera e indipendente a differenza del 34,7% degli elettori del PDL. Internet viene ritenuta dal 69,8% degli elettori della sinistra alternativa e dal 56.3% degli elettori dell’IDV (il fenomeno Grillo in questo gioca un ruolo di primissimo piano) la fonte più credibile e indipendente di informazioni, mentre mette al primo posto la rete “solo” il 29,5% degli elettori del PDL e il 26.7% degli elettori della Lega Nord.</p>
<p>Altro tema interessante è la correlazione tra gli elettori del PDL e il numero di ore passate davanti alla TV e il sostegno al governo Berlusconi.</p>
<p><span id="more-205"></span></p>
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<p>Il 17,4% del campione intervistato dichiara di passare più di 4 ore al giorno dinanzi alla TV. Di questi più di un quarto e per l’esattezza il 27.4%, vota il PDL mentre il 6,2% vota l’IDV.</p>
<p><a href="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/esposizione-tv.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-207" title="esposizione tv" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/10/esposizione-tv.gif?w=410&#038;h=354" alt="esposizione tv" width="410" height="354" /></a></p>
<p>Un altro 46% di popolazione passa fra 2 e 4 ore davanti alla TV e oltre 30 milioni di italiani non legge giornali o libri. In altri termini metà della popolazione italiana trae le proprie informazioni dalla Tv.</p>
<p>Sono interessanti le riflessioni di Prof. Pietro Ignazi qui di seguito.</p>
<p><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://mragnedda.wordpress.com/2009/10/28/media-e-politica-in-italia-riflessioni/"><img src="http://img.youtube.com/vi/d1w7kDxLrQE/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
<p>NOTA. Le tabelle sopra riportate sono frutto di un’analisi dell&#8217;Osservatorio sul capitale sociale è realizzato da Demos &amp; Pi in collaborazione con Coop (Ass. Naz.le cooperative di consumatori) e la partecipazione del LaPolis &#8211; Univ. di Urbino per la parte metodologica e di Medialab &#8211; Vicenza per quella organizzativa.<br />
L&#8217;indagine è curata da Ilvo Diamanti, Luigi Ceccarini e Fabio Bordignon con la collaborazione di Ludovico Gardani per la parte metodologica (LaPolis, Univ. di Urbino) e Filippo Nani (Medialab, Vicenza) per quella organizzativa. Martina Di Pierdomenico ha partecipato all&#8217;impostazione dell&#8217;indagine e all&#8217;analisi dei risultati.<br />
Il sondaggio è stato condotto da Demetra (sistema CATI, supervisione di Claudio Zilio) nel periodo 12-16 ottobre 2009. Il campione intervistato (N=1337) è rappresentativo della popolazione italiana con oltre 15 anni per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza.<br />
Documento completo su <a href="http://www.agcom.it/" target="_blank">www.agcom.it</a></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mragnedda.wordpress.com/205/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mragnedda.wordpress.com/205/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mragnedda.wordpress.com/205/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mragnedda.wordpress.com/205/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mragnedda.wordpress.com/205/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mragnedda.wordpress.com/205/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mragnedda.wordpress.com/205/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mragnedda.wordpress.com/205/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mragnedda.wordpress.com/205/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mragnedda.wordpress.com/205/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=205&subd=mragnedda&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">esposizione tv</media:title>
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	</item>
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		<title>Sorveglianza, reti e vita quotidiana</title>
		<link>http://mragnedda.wordpress.com/2009/09/09/sorveglianza-reti-e-vita-quotidiana/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 13:57:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mragnedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sociologia]]></category>
		<category><![CDATA[Surveillance]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
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		<category><![CDATA[IGSS]]></category>
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		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>

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		<description><![CDATA[Il primo libro dell’Italian Group on Surveillance Studies (IGSS), di cui faccio parte, sta per essere consegnato all’editore. Il lavoro è quasi concluso: mancano gli ultimi ritocchi, il lavoro di editing e i riferimenti incrociati tra i vari capitoli. È stato un lavoro molto interessante e stimolante che ha visto impegnati, per quasi un anno, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=202&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/09/igss1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-201" title="IGSS" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/09/igss1.jpg?w=300&#038;h=196" alt="IGSS" width="300" height="196" /></a>Il primo libro dell’Italian Group on Surveillance Studies (IGSS), di cui faccio parte, sta per essere consegnato all’editore. Il lavoro è quasi concluso: mancano gli ultimi ritocchi, il lavoro di editing e i riferimenti incrociati tra i vari capitoli. È stato un lavoro molto interessante e stimolante che ha visto impegnati, per quasi un anno, cinque giovani ricercatori (precari) italiani in un lavoro di confronto, revisione reciproca, scambio di email con consigli e appunti, rimandi e commenti. Un lavoro che, come si dice in questi casi, non è il punto di arrivo, ma l’inizio di un lavoro di ricerca comune, aperto ad altri studiosi italiani, e che ci vedrà impegnati, pur tra mille difficoltà, in un insieme di discussioni, workshop e seminari, in Italia e all’estero.</p>
<p>Qui di seguito pubblico la parte introduttiva del mio capitolo, &#8220;<strong>Sorveglianza, reti e vita quotidiana&#8221;, </strong>aperta a commenti e critiche, nel migliore spirito del web 2.0.</p>
<p>L’ipotesi di fondo che percorre questo capitolo è che la sorveglianza online non solo integra la sorveglianza offline, ma questi due fenomeni tendono oggi a procedere di pari passo ed essere, in qualche misura, inscindibili. Un po’ per via del mutare del contesto sociale nel quale viviamo, un po’ per il mutare antropologico dell’essere umano occidentale (De Kerckhove 1996) sempre più impegnato a muoversi, lavorare, contestare, conoscere (in una parola a vivere) nella rete, online e offline sono sempre più fusi e confusi: due facce della stessa medaglia. E la sorveglianza si muove perfettamente tra le righe e gli interstizi di questi due “mondi” solo apparentemente distanti e distinti e sempre più interconnessi e dipendenti. <span id="more-202"></span>L’online, in buona misura, ‘ingloba’ l’offline; cioè, i due mondi non sono separati, si alimentano a vicenda strutturando l’azione e la comunicazione in modi nuovi, ma in ultima analisi la rete tende ad inglobare e informare le strutture sociali (le nuove basi materiali della società direbbe Castells). Quello che si cercherà di fare qui è mettere in luce questo continuo rimando, focalizzando l’attenzione, in particolar modo, sulla sorveglianza online, perché è da qui che bisogna partire oggi per capire meglio l’offline.</p>
<p>Ci sono molti esempi di questa compenetrazione, ma alcuni sono più esemplificativi di altri; per esempio ci concentreremo sull’acquisizione da parte di grandi corporation di informazioni e dati sempre più accurati su di noi e di come spesso, spontaneamente e gratuitamente, si cedono dei nostri dati sensibili; dati di cui un tempo si sarebbe stati gelosi custodi e che oggi invece vengono regalati senza troppe esitazioni. Si analizzerà il fenomeno dei social network ed in particolar modo Facebook (solo in riferimento alle implicazioni per la sorveglianza), per cercare di capire il perché si sottovaluti il problema della privacy e si cedano, in ‘comodato d’uso gratuito’, dati sensibili e privati che potenziano le armi della sorveglianza. Il continuo monitoraggio, acquisizione di dati, costruzione di profili elettronici (e-profile), schedatura eccetera, continua nei posti di lavoro e a casa, con sofisticati stratagemmi e facendo uso di nuove tecniche e tecnologie che danno alla sorveglianza una faccia più pulita e apparentemente neutrale. L’ultima frontiera è la sorveglianza che si insinua sin dentro le mura domestiche.</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mragnedda.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mragnedda.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mragnedda.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mragnedda.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mragnedda.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mragnedda.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mragnedda.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mragnedda.wordpress.com/202/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mragnedda.wordpress.com/202/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mragnedda.wordpress.com/202/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=202&subd=mragnedda&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Luigi de Magistris presidente commissione Bilancio europea</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 17:26:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mragnedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
Beppe Grillo
Luigi de Magistris è stato eletto presidente della Commissione Controllo Bilancio dell&#8217;Unione Europea. E&#8217; la migliore notizia dell&#8217;estate. Potrà verificare gli stanziamenti ai diversi Paesi europei, il loro reale utilizzo, colpire le frodi, informare i cittadini italiani attraverso la Rete. Nel 2007 andai a Strasburgo insieme a de Magistris per denunciare lo scandalo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=191&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://mragnedda.wordpress.com/2009/07/23/luigi-de-magistris-presidente-commissione-bilancio-europea/"><img src="http://img.youtube.com/vi/UF0p1iPcdIc/2.jpg" alt="" /></a></span> </strong></p>
<p><a href="http://www.beppegrillo.it/"><strong>Beppe Grillo</strong></a></p>
<p><strong>Luigi de Magistris</strong> è stato eletto <strong>presidente della Commissione Controllo Bilancio</strong> dell&#8217;Unione Europea. E&#8217; la migliore notizia dell&#8217;estate. Potrà verificare gli stanziamenti ai diversi Paesi europei, il loro reale utilizzo, colpire le frodi, informare i cittadini italiani attraverso la Rete. Nel <a href="http://www.youtube.com/watch?v=qbLcQGDiHTE" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">2007 andai a Strasburgo</span></a> insieme a de Magistris per denunciare lo scandalo dei fondi europei attribuiti all&#8217;Italia che finiscono nelle tasche dei partiti, delle lobby e delle mafie. Una cifra pari a <strong>nove miliardi di euro</strong> ogni anno. Chiesi ai parlamentari presenti di non mandarci più soldi, era come mandarli a <strong>Bokassa</strong>. Due anni dopo abbiamo ottenuto un risultato formidabile. La persona giusta al posto giusto. E questo <strong>grazie a voi</strong>, grazie alla Rete. Luigi è il parlamentare europeo con il maggior numero di preferenze, <strong>mezzo milione di voti</strong>. E questo è stato decisivo per la sua elezione a presidente. Loro non molleranno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.<span id="more-191"></span></p>
<p><em>Blog</em>: Luigi de Magistris europarlamentare eletto da indipendente nelle liste di Italia dei Valori, da pochi giorni eletto presidente della Commissione Controllo Bilancio. Cosa significa ricoprire questo ruolo e cosa comporta?</p>
<p><em>Luigi de Magistris</em>: E&#8217; una grande responsabilità che mi è stata affidata dal Parlamento europeo, è una Commissione formata da 30 parlamentari, si occupa delle modalità con cui vengono spesi i soldi che il Parlamento europeo dà alle varie istituzioni dell&#8217;Unione Europea, quindi questo è già importantissimo. Se la Commissione agisce in modo proficuo esercitando in pieno i suoi poteri significa fare controlli sulla trasparenza sulla correttezza della spesa e sulla legalità.<br />
Poi un altro compito importantissimo della Commissione è quello di verificare il lavoro della Banca europea degli investimenti. Un altro punto è il rapporto costo-efficacia in relazione ai fondi europei che vengono destinati ai singoli Stati, quindi verificare per esempio se vale la pena dare determinati soldi agli Stati, se le opere che vengono realizzate hanno una loro efficacia per uno sviluppo complessivo dell&#8217;Unione europea.<br />
Altro punto fondamentale che tra l&#8217;altro rappresenta un elemento di continuità col lavoro svolto come Pubblico Ministero negli anni scorsi è quello del settore delle frodi. Di fatti la Commissione Controllo sul Bilancio si occupa delle frodi europee, ha rapporti infatti con Eurojust, Europol, l&#8217;Olaf, la Corte dei conti europea, quindi significa sostanzialmente verificare e controllare sulle frodi che sono avvenute nei Paesi membri e questo è straordinariamente importante perché significa valorizzare gli Stati membri che utilizzano in modo corretto i fondi europei in modo tale da creare sviluppo economico, che sia compatibile con l&#8217;ambiente, che crei un&#8217;occupazione effettiva e non su base di raccomandazioni e appartenenze varie, e dall&#8217;altro lato invece sanzionare in modo rigoroso tutti quegli Stati membri, quelle regioni, quei luoghi laddove c&#8217;è sperpero di denaro pubblico che serve solo per arricchire i soliti comitati d&#8217;affari, rafforzare la criminalità organizzata, mortificare i territori e assoggettare le popolazioni.<br />
Quindi un ruolo di grande importanza, l&#8217;impressione che ho subito avuto è che dipende molto dagli uomini e dalle donne come ogni cosa. Quindi se questa presidenza viene svolta in modo serio, in modo coraggioso, io immediatamente nel primo discorso ho detto subito che la lotta alla corruzione, alla criminalità organizzata, alle mafie, alle frodi sarà la priorità di questa Commissione che vorrà verificare in modo adeguato in modo incisivo la correttezza di tutte le spese effettuate dalle varie istituzioni europee, dalla Commissione europea a tutti gli altri luoghi istituzionali.</p>
<p><em>Blog:</em> E&#8217; già stato possibile individuare a grandi linee il percorso che questi fondi o parte di questi fondi compiono da Bruxelles o da Strasburgo verso le regioni italiane?</p>
<p><em>L.d.M.:</em>La Commissione si è costituita l&#8217;altro giorno quindi siamo assolutamente all&#8217;inizio dei lavori, c&#8217;è stata una prima riunione molto importante in cui si è deciso in che modo operare nella linea che sto indicando io adesso, cioè quello di voler esercitare in modo pieno i propri poteri, verificare la trasparenza, la correttezza, la legalità, il contrasto alle frodi.<br />
Su questo inizieremo a lavorare subito io già da agosto lavorerò su questo, a settembre avremo le prime riunioni ed io poi da un punto di vista del ruolo del presidente avrò una serie di contatti con i massimi vertici delle istituzioni europee proprio per far comprendere subito in che modo la Commissione del controllo sul bilancio vuole operare in questa legislatura.</p>
<p><em>Blog:</em> Qual è stato il percorso che ha portato alla elezione del tuo ruolo di presidente?</p>
<p><em>L.d.M.:</em>Penso sia stato fondamentale il risultato elettorale ottenuto. Sono il parlamentare più votato del Parlamento europeo ho preso circa mezzo milione di voti, quindi un riconoscimento democratico e questo lo devo grazie al popolo della Rete, grazie a tutti quegli italiani che vogliono un segnale di cambiamento della politica e questo è il primo passo per costruire quelle fondamenta che porteranno a un nuovo modo di fare politica nel nostro Paese e in Europa.</p>
<p><em>Blog:</em>L&#8217;approccio coi media generalisti c&#8217;è stato? C&#8217;è interesse da parte delle televisioni e delle radio oppure no</p>
<p><em>L.d.M.:</em>C&#8217;è un interesse secondo me sufficiente, sta anche a noi far comprendere l&#8217;importanza del Parlamento Europeo, l&#8217;importanza delle istituzioni europee, negli anni scorsi troppo spesso i parlamentari europei sono andati in Europa solamente per fare una passeggiata, sostanzialmente sono diventati famosi per assenteismi vari, invece noi dobbiamo far capire che c&#8217;è un&#8217;altra Italia, un&#8217;Italia che vuole dare un rilancio etico del nostro Paese, che mette la questione morale al primo posto e anzi può dare una svolta, può essere da esempio per gli altri Stati europei e se lavoriamo in questa direzione sono convinto che anche l&#8217;interesse dei media sarà sempre maggiore.<br />
C&#8217;è il sito internet ufficiale del Parlamento europeo ma io sto facendo un mio blog che partirà fra qualche settimana e dove creerò un canale di comunicazione diretto con il Parlamento europeo e soprattutto nel mio blog si troveranno tutti i lavori e le informazioni di quello che si sta facendo nel Parlamento europeo e nella Commissione Controllo del Bilancio, si troveranno tutte le iniziative intraprese, tutti i passaggi istituzionali più importanti così i cittadini europei ed italiani in particolare, in un&#8217;ottica di trasparenza potranno sapere come vengono spesi i fondi pubblici in Italia quali sono le occasioni per tutti i giovani e per tutti gli italiani per poter partecipare ai progetti finanziati dall&#8217;Unione europea.</p>
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		<title>La demolizione dell’università pubblica</title>
		<link>http://mragnedda.wordpress.com/2009/06/24/la-demolizione-dell%e2%80%99universita-pubblica/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 14:27:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mragnedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Università]]></category>
		<category><![CDATA[baronato]]></category>
		<category><![CDATA[professori a contratto]]></category>
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		<description><![CDATA[di Pancho Pardi
Professori universitari, presidi di facoltà, rettori di ateneo, tutti dovremmo provare vergogna. Stiamo assistendo, senza alcun moto significativo di contrasto, alla demolizione dell’università pubblica. La finanziaria di Tremonti ha tagliato come non mai le spese per l’istruzione ma abbiamo al massimo balbettato. Di fronte alla nostra inazione la Gelmini, di cui è ignota [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=189&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/170509-la-demolizione-delluniversita-pubblica/">di Pancho Pardi</a></p>
<p>Professori universitari, presidi di facoltà, rettori di ateneo, tutti dovremmo provare vergogna. Stiamo assistendo, senza alcun moto significativo di contrasto, alla demolizione dell’università pubblica. La finanziaria di Tremonti ha tagliato come non mai le spese per l’istruzione ma abbiamo al massimo balbettato. Di fronte alla nostra inazione la Gelmini, di cui è ignota la competenza in qualsiasi campo, riesce ora ad apparire con relativa facilità come radicale innovatrice.  Si sapeva bene anche prima della Gelmini che l’università versava in una condizione che sarebbe presto diventata disastrosa. La moltiplicazione delle sedi universitarie e dei corsi di laurea aveva ingigantito le spese, la moltiplicazione dei posti a professore ordinario invece che di ricercatore aveva ristretto il reclutamento di nuove forze: l’invecchiamento della classe insegnante sembra la caricatura dell’invecchiamento della popolazione italiana.<br />
La classe dirigente di centrosinistra ha fatto poco o niente per fronteggiare l’emergenza e più d’una volta l’ha incrementata. Il centrodestra l’ha affrontata alla sua maniera: ha brutalmente chiuso le fonti di finanziamento. Affronto qui per ora solo il lato della didattica. Ormai i corsi universitari sono in buona parte affidati a <strong>professori a contratto [che lavorano gratis e costituiscono quasi la metà dell'organico docente....N.d.R]<span id="more-189"></span></strong>. Col nuovo regime questo sarà a titolo gratuito. Alcuni degli interessati si consolano con la prospettiva di conservare così il posto in fila per i nuovi concorsi. Ma la didattica è qui per tradizione poco valutata, e la speranza di nuovi concorsi è sempre più infondata.<br />
Il lavoro gratuito è il nuovo orizzonte dell’economia moderna. Finora pareva limitato ad ambiti circoscritti, ma la dilatazione forzosa dell’apprendistato, la diffusione degli stage hanno ampliato a dismisura una nuova regola del mercato del lavoro: se qualcuno ti da un lavoro purchessia devi essergli così grato da lavorare anche gratis. Non c’è a questo nuovo stato di fatto alcuna giustificazione teorica: è il mero prodotto dei rapporti di forza nel mercato del lavoro. Rapporti così svantaggiosi da vanificare il peso contrattuale di chi ha la disgrazia di avere solo la disponibilità al lavoro.<br />
La condizione attuale dei professori a contratto gratuito mette in evidenza tre punti. Il primo: la nuova invenzione si allarga dal lavoro non qualificato al lavoro qualificato. Il secondo: se per il lavoro non qualificato il periodo di gratuità può essere ancora considerato provvisorio (ma rischia di essere sempre meno vero), per il lavoro qualificato nell’istruzione la condizione di gratuità è ora assoluta e definitiva: ontologica. Che cosa si contratta in un contratto a titolo gratuito? Il terzo: il soggetto attivo non è l’imprenditore privato ma l’ente pubblico preposto alla trasmissione della cultura e della scienza. In un mercato dove tutto ha un suo prezzo (almeno così ci dicono) il lavoro di chi trasmette conoscenza non merita stipendio: non vale niente.<br />
Marx aveva fondato la critica dello sfruttamento sulla base della duplice natura della forza-lavoro: il capitalista ne paga il valore di scambio (il suo prezzo sul mercato) ma ne impiega il valore d’uso e si appropria del suo prodotto, il plusvalore. L’elasticità di questo sistema contemplava che il lavoro potesse essere pagato di più o di meno (di solito il meno possibile) ma nessun classico &#8211; da Smith e Ricardo a Stuart Mill e Keynes, fino ai monetaristi più accaniti &#8211; si sarebbe mai sognato di stabilire che il lavoro, impiegato nel suo valore d’uso, deve essere annichilito nel suo valore di scambio e quindi non essere pagato.<br />
Se invece l’ente pubblico stabilisce come principio la gratuità del lavoro nell’insegnamento ciò significa la rinuncia volontaria alla sua riproduzione. La cosa va presa sul serio. Forse è meglio dirlo in modo ancora più chiaro: il centrodestra vuole fare terra bruciata dell’istruzione pubblica. Ora che ha il vento in poppa vuole approfittare dell’occasione irripetibile: cancellare le generazioni che ritiene pericolose nell’insegnamento, interrompere la loro riproduzione e nel nuovo spazio reso vuoto introdurre una nuova generazione di educatori allevati a brioches e Mediaset.<br />
Il lavoro non pagato una volta generava scioperi. Ma ciò presupponeva saldezza collettiva. I docenti a contratto gratuito non sono e non sanno essere forza collettiva. Sono una moltitudine di individui separati, ognuno ricattato nel chiuso della sua condizione personale, incline a ritenere possibile un’uscita individuale dalla propria difficoltà, indotto a pensare che la rivolta sia il mezzo peggiore per riuscirvi. Sono, in una parola, senza difesa.<br />
Ma i loro maestri non sono così sguarniti. Professori, presidi, rettori hanno stipendi, stanno andando in pensione, e neanche Tremonti potrà sottrargliela. Hanno uno status sociale robusto, alcuni di loro sono autori conosciuti, godono di stima generale. Ma nella massima parte stanno zitti. C’è in questo un lato disumano: come possono assistere immobili e in silenzio a una prassi ministeriale, grigia e implacabile, che spenge le speranze dei loro allievi? Perfino durante la guerra la riproduzione della classe docente veniva assicurata come risorsa irrinunciabile. Come possono tacere di fronte alla cancellazione di chi si è formato nell’esercizio della critica e alla sua sostituzione con schiere di docili consumatori dell’immaginario televisivo?</p>
<p>Pancho Pardi</p>
<p><em>(17 maggio 2009)</em></p>
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		<title>Riforma Gelmini: un&#8217;intera generazione di ricercatori a spasso&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 16:10:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mragnedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
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		<description><![CDATA[Il testo del disegno di legge delega che riforma profondamente l’Università italiana sarà portato dal Ministro Mariastella Gelmini nell’imminente prossimo consiglio dei ministri per andare quindi in Parlamento. Non se ne parla affatto perché sta bene un po’ a tutti, governo, opposizione e perfino alla conferenza dei Rettori.  Ma è bene che se ne [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=186&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-medium wp-image-187" title="01gelmini" src="http://mragnedda.files.wordpress.com/2009/06/01gelmini.jpg?w=216&#038;h=300" alt="01gelmini" width="216" height="300" />Il testo del disegno di legge delega che riforma profondamente l’Università italiana sarà portato dal Ministro Mariastella Gelmini nell’imminente prossimo consiglio dei ministri per andare quindi in Parlamento. Non se ne parla affatto perché sta bene un po’ a tutti, governo, opposizione e perfino alla conferenza dei Rettori.  Ma è bene che se ne discuta nel paese perché concerne il principale strumento che ha l’Italia per restare nella pattuglia dei paesi più avanzati. Affossato (o affossatosi o era semplicemente un miraggio) il movimento dell’Onda, il dibattito nelle università e nel paese è stato in questi mesi azzerato per trasferirsi in ristrettissime commissioni vicine al ministro.  Ma il progetto Gelmini rappresenta un cambio paradigmatico della nostra università. Questa diviene una sorta di mostro unico al mondo, né privata né pubblica, ovvero resta pubblica ma il controllo viene assegnato ai privati. Inoltre, come già successo per la scuola, minaccia di bruciare un’intera generazione di giovani ricercatori. Giornalismo partecipativo ha letto in anteprima il testo del disegno di legge e lo analizza punto per punto.  L’Università come parafulmine  La prima cosa che salta all’occhio è lo specchietto per le allodole di un “articolo uno” che dà sei mesi di tempo alle Università per dotarsi di codici etici e norme contro il conflitto di interessi. L’Università intera sarebbe una Cayenna di corruttele e sprechi ma Mariastella Gelmini è disposta a contare fino a tre per farci uscire in fila indiana con le mani dietro la nuca prima di bombardare. È con questo argomento che tra qualche giorno verrà presentata la riforma all’opinione pubblica: finalmente il governo mette fine alle porcherie dell’Università. Sarà vero?<span id="more-186"></span></p>
<p>La sostanza è che si parte con un esercizio retorico e propagandistico per il quale il governo di Silvio Berlusconi (che di conflitto d’interessi potrebbe dar lezioni a chiunque) individua in un generalizzato familismo il principale problema del sistema di educazione superiore nel paese e promette di risolverlo con la spada come con i rifiuti in Campania. È una maniera come un’altra per evitare di far discutere della questione principale rappresentata da un finanziamento ordinario largamente al di sotto delle medie OCSE e ulteriormente e pesantemente ribassato da questo governo per gli anni a venire.  La Gelmini e con lei i media al suo servizio, faranno un gran parlare di merito e di valutazione (molto bene) ma eluderanno il problema che senza risorse l’università italiana continuerà a non offrire opportunità ai meritevoli e non metterà i migliori in condizione di lavorare. Il fatto che nelle more di tale penuria facciano carriera alcuni immeritevoli o impresentabili è un problema reale. Ma piazzarlo come incipit a quella che pretende di essere una riforma universitaria è una mossa propagandistica offensiva nei confronti di chi ha vinto concorsi universitari senza essere figlio o figlioccio di nessuno e che con difficoltà continua a far ricerca e a formare le future generazioni. È evidente che il far credere (ben supportato da giornali come “il Corriere della Sera”) che l’Università sia una nuova Gomorra, per poterne quindi fare strame col consenso dei media e dell’opinione pubblica, è una manovra uguale alla reintroduzione del grembiule o del voto in condotta nelle scuole: parlar d’altro, delegittimare, per far passare nel silenzio le parti più vergognose di una riforma che pure nelle bozze non appare tutta da buttare.  Organi decisionali: l’università in mano ai commercialisti  Il punto chiave in negativo è che la nuova Università di Mariastella Gelmini e di Silvio Berlusconi sarà governata da esterni di nomina regia. Infatti ogni Consiglio di Amministrazione degli atenei pubblici avrà solo una minoranza di rappresentanti eletti tra chi nell’Università vive e lavora, tra questi il Rettore. Il CdA sarà invece governato da una maggioranza di esterni che per legge non dovranno avere nulla a che vedere con l’Università stessa e invece, si presume, molto a che vedere col governo.  Come ha titolato giorni fa “Il Secolo XIX” di Genova, nelle parole del filosofo del diritto Mauro Barberis, “le Università nelle mani dei commercialisti”. E sarà proprio così, la maggioranza del consiglio di amministrazione delle Università pubbliche italiane sarà dominata da persone completamente esterne. Supponiamo che ci sarà un rappresentante della Confindustria, quello della locale Cassa di Risparmio, magari quello della Curia, dello sponsor della squadra di calcio e perché no, dei Carabinieri o della Questura o perfino dell’Amministrazione comunale o regionale e della Corporazione de’ Calzaiuoli. Ancor più misterioso è chi saranno i consiglieri stranieri previsti dalla legge e chi li selezionerà e designerà. Quel che è certo è che non saranno prestigiosi cattedratici chiamati a far crescere i nostri atenei perché anche loro dovranno essere esterni al mondo dello studio e della ricerca. Saranno allora forse funzionari del Fondo Monetario Internazionale, quelli che per cinquant’anni hanno consigliato i paesi del Sud del mondo di tagliare i fondi all’educazione? L’importante, è scritto nero su bianco, è che tali individui, italiani e stranieri, abbiano competenze “prevalentemente gestionali”. Come i manager delle ASL che governano la nostra salute non devono aver giurato fedeltà a Ippocrate e nulla devono sapere di fisica o biotecnologie e men che meno di filosofia e non sia mai che sappiano di diritto costituzionale. Quel che importa sono le competenze gestionali.  Quest’ultimo dettaglio fa capire che da domani essere un luminare che abbia competenze prevalentemente nella propria disciplina sarà un titolo di demerito che porterà a una patente di inabilità a governare l’Università dove si lavora. Che le caste baronali abbiano spesso dato pessima prova di sé è un fatto ma i rappresentanti di interessi privati che vengono a gestire soldi pubblici senza essere eletti da nessuno ma nominati che garanzie offrono?  Università ancora pubblica ma…  Non sfugge che l’Università della Gelmini resti pubblica. Probabilmente perché, dopo alacri consultazioni, privati che se le comprassero proprio non se ne sono trovati. Colpisce infatti che in pochi mesi l’enfasi sia passata dalle Fondazioni (ovvero la privatizzazione di fatto prevista fino a pochi mesi fa) al mettere nelle mani dei privati Università ancora pubbliche.  L’Università resta pubblica nel senso che funzionerà ancora con soldi pubblici, anche se sempre meno, ma sarà completamente controllata dai privati. Cosa vengano a fare i privati è facile da dirsi nei proclami: cultura aziendalista, efficienza, rapporto con l’impresa, l’unica “I” superstite visto che d’inglese continuiamo a masticarne poco e di Internet semmai saremmo costretti a parlarne per le voglie di censurarla come in Cina. In realtà si possono pensare anche motivazioni ancor meno cristalline. Preso il controllo dei Consigli d’Amministrazione di istituzioni pubbliche è possibile che non trovino di meglio che fare da apripista ad una cartolarizzazione dell’importante patrimonio immobiliare delle Università che messe alle strette e senza soldi saranno indotte a vendere i gioielli di famiglia?  E di nuovo: chi saranno materialmente i nuovi consiglieri d’amministrazione esterni? Chi saranno le nuove figure amministrative aliene dall’Università ma inventate per l’occasione e innestate in un corpo che di certo non è sano ma che potrebbe morire di questa cura da cavallo? Qualcuno avanza già ipotesi. In Italia ci sono a spasso centinaia di manager fino a ieri strapagati e fatti fuori dalla crisi. Son proprio loro ad avere competenze “prevalentemente gestionali” dimostrate in mille Alitalia. Parte di questa disoccupazione pregiata (e con buone entrature politiche ed economiche) potrebbe riciclarsi nell’Università facendo a prezzi salatissimi quello che fino a oggi i docenti universitari hanno fatto nel loro normale lavoro.  Non c’è bisogno di far tanti discorsi: per il governo le università e solo le università non sarebbero in grado di gestire se stesse. Non lo sarebbero per antonomasia. Sarebbe interessante se il governo provasse a far lo stesso (è un esempio) con lo Stato Maggiore dell’Esercito lasciando i generali in minoranza e affiancandoli con esperti esterni. In fondo basterebbe che il “Corriere della Sera” scrivesse tre o quattro articoli, magari un editoriale di Francesco Giavazzi o una puntuta inchiesta di Gian Antonio Stella su quel che da sempre si dice che sparisca dalle furerie delle caserme, per convincere l’opinione pubblica che i generali proprio non sanno badare a se stessi.  Per far posto e separare anche fisicamente il nuovo Consiglio d’amministrazione dominato da esterni nominati dal Ministro (o almeno nulla si dice se non che non saranno cariche elettive) che sarà il nuovo cuore della vita universitaria, dovranno sparire le storiche Facoltà per essere sostituite da un più ampio raggruppamento, le “scuole” alla statunitense con funzioni molto limitate di gestione di strutture comuni. Saranno infatti i dipartimenti, rafforzati nelle dimensioni, ma non nei fondi disponibili, a non doversi occupare più solo della ricerca ma a prendere in mano anche l’organizzazione dei singoli corsi di laurea. Per carità nessuno sostiene che non sia utile cambiare, ma almeno sulla carta sembra una rivoluzione che serve soprattutto a verticalizzare ancora di più la gestione delle università.  L’abolizione delle Facoltà come corpo intermedio di potere, sostituite da scuole che delegano la loro funzione essenziale ai dipartimenti, aumenta infatti a dismisura il potere di consigli di amministrazione calati dall’alto e da fuori.  Inoltre il testo fa un gran parlare di fusioni, accorpamenti, federazioni tra Università. Vedremo cosa resterà nella pratica e quante saranno realmente queste fusioni ma è rilevante che ciò rappresenta un definitivo cambio di paradigma tra l’Università diffusa nel territorio, le famose 200 università volute da Confindustria fino a pochi anni fa, e l’esigenza di razionalizzare. Confindustria, che le sedi distaccate e la proliferazione dei corsi ha preteso in passato, a volte senza stare ai patti e sempre con denari dello Stato, adesso ne gestirà la chiusura. Il lupo a guardia delle pecore.  Stato giuridico dei docenti universitari  La trasformazione più importante è una parziale caduta della separatezza tra le tre fasce di Professore ordinario, Professore associato e ricercatore (o Professore aggregato come sempre più spesso verrà chiamato). La carriera diviene unica, anche se continua ad essere divisa in tre fasce. Viene introdotto un meccanismo di abilitazione scientifica nazionale (che vedremo più avanti nel dettaglio) ma poi i passaggi che decidono gli avanzamenti di carriera vengono gestiti in maniera ancora più accentrata dalle sedi eliminando quasi del tutto i concorsi.  Se l’Articolo 97 della Costituzione prescrive che &#8220;nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso&#8221; questo finora si era inteso in maniera tale da prevedere tre concorsi per i tre ruoli. Da domani si accederà una sola volta per concorso e quindi si progredirà tra i tre ruoli se si risponderà a criteri generali di valutazione che comportamento il conseguimento dell’abilitazione scientifica ma soprattutto se graditi alla sede dove già si lavora. Già oggi trasferirsi in Italia da una sede ad un’altra è molto difficile. Con la riforma Gelmini ci si lega in maniera sempre più indissolubile alla sede dove ci si è strutturati che gestirà il 90% delle progressioni di carriera. In teoria non è una cattiva riforma se non si coniugasse con una tradizione di pessima gestione del potere in epoca di autonomia, che la riforma rafforza e non intacca, e con la cronica e accentuata mancanza di risorse. La cooptazione può essere un buon metodo se integrata in un sistema di controlli, contrappesi e penalizzazioni per chi coopta male. Qui l’unico contrappeso palpabile è a monte, l’abilitazione, ma a valle non ci sono né controlli né penalizzazioni rilevanti per chi continuerà, potendo (potrà poco, ma è altro tema), a cooptar male.  Il ruolo unico su tre fasce, ordinario, associato e ricercatore (quest’ultimo sarà espressamente terza fascia docente) che restano e anzi sembrano irrigidirsi nella volontà del ristretto gruppo di consiglieri del Ministro, darà gran spazio alla chiamata diretta o per “chiara fama”. In pratica le sedi dovranno tenere un concorso solo se non sarà disponibile un candidato interno con abilitazione scientifica alla fascia superiore o qualcuno da chiamare per chiara fama. Altrimenti il candidato interno progredirà de plano e senza concorso in un giorno x di un anno y quando chi è al di sopra di lui avrà deciso che sarà venuto il momento. Ovviamente chi ha la speranza di diventare un giorno candidato interno non avrà alcun interesse ad andare a ficcare il naso nei fatti e nei concorsi altrui.  I concorsi da associato e ordinario saranno infatti pochissimi e rigidamente controllati dalla sede, che avrà la maggioranza nella commissione con tre ordinari locali su cinque membri, e si terranno solo quando non ci sarà espressamente un candidato interno. Di fatto i migliori tra quanti avranno conseguito l’abilitazione scientifica, se non avranno una sede disposta a chiamarli, difficilmente progrediranno nella carriera o entreranno in ruolo se esterni, mentre i locali, pur conseguendo un’idoneità striminzita, avanzeranno immediatamente (forse, vedremo) perché così potrà decidere la sede.  Positiva (ricordando che tutto potrà ancora essere stravolto) è invece la riduzione data dall’unicità della carriera della sequenza di conferme necessarie. In pratica oggi uno studioso passa nove anni della sua carriera in una sorta di limbo (ricercatore non confermato, associato non confermato, straordinario) nella quale non è ancora pienamente di ruolo. Da domani il periodo di conferma, portato a quattro anni, accompagnerà solo l’ingresso in ruolo. Quindi chi ha ottenuto la conferma come ricercatore (il caso più tipico) all’avanzamento di carriera diverrà subito pienamente associato o pienamente ordinario. Ad un fatto positivo ne fa subito eco uno negativo. Gli attuali ricercatori e associati non confermati non potranno concorrere per tre anni dall’entrata in vigore della legge per ottenere l’abilitazione scientifica, ciò indipendentemente dal loro valore. Una norma cervellotica e ingiusta che nasconde una delle stelle polari della riforma: senza soldi più si rallentano le carriere fino ad arrivare ad un blocco delle assunzioni mascherato e meglio è.  Abilitazione scientifica nazionale e progressione di carriera  Il pezzo forte è l’istituzione di un’abilitazione scientifica nazionale che si coniuga con la detta aumentata discrezionalità delle sedi nel chiamare gli idonei. Ciò appare una soluzione di compromesso tra chi, come Valentina Aprea del PdL o il citato Giavazzi, volevano la totale abolizione dei concorsi e chi riteneva che solo un concorso nazionale, limitando le prerogative nepotistiche delle sedi locali esaltate dall’autonomia, potesse garantire l’emersione del merito.  L’abilitazione scientifica si potrà ottenere per concorso tutti gli anni a settembre e sarà gestita, disciplina per disciplina, da una commissione di otto professori ordinari sorteggiati da una lista di 24 eletti tra tutti gli ordinari della disciplina. Per permettere a tutte le discipline di sostenere tale organizzazione saranno ridisegnati e accorpati i settori scientifici minori in modo da prevedere non meno di 50 professori ordinari per ogni raggruppamento. Agli otto sorteggiati dai 24 eletti si affiancherà un docente straniero. Si ripropone di nuovo la vergogna già paventata dall’ex ministro Fabio Mussi che non riusciva a pensare nulla di meglio che far fare i concorsi a commissari stranieri. Le Università di un grande paese come l’Italia hanno bisogno di un professore straniero che faccia da arbitro? Chi sia questo, chi lo nomina e perché mai dovrebbe mettere freno a pratiche indecenti non è dato sapere. Di nuovo inoltre, perché questa pratica va bene solo per l’università? Visto il degrado etico del paese nel calcio potremmo moralizzare chiamando arbitri dall’estero, potremmo importare macchinisti per far arrivare i treni in orario e potremmo perfino chiamare ministri stranieri al posto dei nostri.  Detto ciò l’abilitazione scientifica nazionale potrebbe essere anche una buona o ottima idea (impedendo che venga ottenuta da chi è scandalosamente immeritevole) se non fosse accompagnata da un sistema che di fatto impedisce ai migliori di essere chiamati nelle sedi preferite, o essere chiamati affatto, e delega completamente alle sedi locali la possibilità di selezionare e chiamare effettivamente.  D’altra parte viene tenuto in piedi, ed appare accettabile, il meccanismo già presentato da tempo per la nuova progressione stipendiale. Ogni due anni tutti gli incardinati saranno tenuti a presentare una relazione scientifica. Solo se approvata (speriamo che non sarà solo pro forma) si potrà ottenere lo scatto stipendiale, si potrà presentare domanda per ottenere l’abilitazione scientifica nel ruolo superiore o, se già ordinari, essere eleggibili alle commissioni di concorso.</p>
<p>Organico del personale docente</p>
<p>Ricercatori &#8211; Fascia 2007: 23541 38%  /Modello: 26500 40%</p>
<p>Associati &#8211;   Fascia 2007: 18744 30% /Modello: 21000 32%</p>
<p>Ordinari     &#8211;   Fascia 2007: 19625  32% /Modello: 18500 28%</p>
<p>TOTALE &#8211;   Fascia 2007:  61910 100% / Modello: 66000 100%</p>
<p>La tabella qui sopra è elaborata dal fisico Paolo Rossi dell’Università di Pisa. Per la nuova legge in ogni singola università non potranno esserci meno del 40% di ricercatori e non più del 28% di ordinari. È un numero arbitrario e ciò significa che per molti anni quasi nessuna università potrà permettersi di chiamare un posto da ordinario, con abilitazione scientifica o no, meritevole o raccomandato che sia. La tabella di Rossi, che è semplicemente una proposta dalla quale il governo desume solo le percentuali, non i nuovi posti a concorso bloccati dal turn-over, supporrebbe un percorso di pensionamento di un paio di migliaia di ordinari che farebbero spazio a 5-6.000 nuovi ingressi in ruolo e poche progressioni.  In realtà sono numeri aleatori. Per pensionare rapidamente 1.500-2.000 ordinari, il che rimetterebbe in moto il sistema a costo zero (un ordinario a fine carriera guadagna il triplo o il quadruplo di un ricercatore appena entrato) bisognerebbe davvero che il governo mantenesse il punto di pensionare tutti gli ultra 67enni. Giusto o no non succederà, non solo per motivi poco commendevoli, e questi resteranno in ruolo cinque anni in più, fino agli attuali 72. Di certo resta che nella legge c’è solo quel limite stringente: non più di 28% di ordinari e almeno 40% di ricercatori per ogni ateneo da raggiungere non si sa come salvo che bloccando per anni ogni progressione. Tutto il contrario del rapido rinnovamento di forze necessario al paese.  Elaborando i numeri di alcune università a campione (i lettori possono agevolmente fare prove per altre università), ho trovato solo l’università di Bergamo in regola con i numeri previsti dalla nuova legge.  Università  Bergamo  &#8211; Totale docenti: 339  / ricercatori: 156 pari al 46%   / associati:  99, 29,2%   / Ordinari: 84, 24,7%    Firenze  &#8211; Totale docenti : 2.217   / ricercatori: 785, 35.5%   / associati:  675, 30,4%  / Ordinari: 757, 34.1%    Macerata  &#8211; Totale docenti : 310   / ricercatori: 131, 42,3%    / associati: 80, 25,7%   / Ordinari:  99, 32%  Napoli  &#8211;   Totale docenti:  3.014  / ricercatori: 1.264, 42%     / associati: 824, 27,3%   / Ordinari:  926, 30,7%  Roma La Sapienza  &#8211;   Totale docenti: 4.667  / ricercatori: 1.979, 42,4%   / associati:  1.280, 27,4%    / Ordinari: 1.408, 30,1%  Con poche eccezioni, università col rapporto tra stipendi e docenti in perfetta regola come Macerata o disastrate come Firenze, che spende per il personale di ruolo più del 90% del Fondo di Finanziamento Ordinario, comunque non sono in regola con questi nuovi tetti. A Firenze per esempio, secondo la Gelmini, in questo momento vi sono ben 137 professori ordinari di troppo. Quanto ci vorrà per smaltirli (e se fossero risorse invece?) e permettere nuove assunzioni? Vero o no e ammesso e non concesso che i numerini di cui sopra abbiano un senso, benissimo, assumiamo nuovi ricercatori a migliaia perché ve n’è bisogno e perché l’Italia ha il rapporto più sfavorevole tra docenti e studenti nei paesi OCSE. Ma questo dalla Gelmini non è previsto se non a parole.  Reclutamento giovani  Proprio Firenze in questi giorni è la punta di lancia di un movimento che dovrebbe far parlare di sé. Forse centinaia di “docenti a contratto”, quasi sempre giovani ricercatori precari, hanno deciso che non insegneranno più gratis nella sola speranza che questo faccia merito per ottenere un posto domani. I genitori che pagano le rette universitarie per i figli non sanno infatti che da molti anni una percentuale notevole dei corsi è tenuta da persone disposte a lavorare gratis o quasi.  Qualunque cosa dica la Gelmini o qualunque teatrino metta in piedi la propaganda governativa portando in giro come madonne pellegrine pochi economisti fondamentalisti liberali e oscurando le voci contrarie, la realtà dell’Università italiana è che circa un quarto se non un terzo degli attuali corsi vengono tenuti gratuitamente o quasi, soprattutto da migliaia di giovani studiosi che dovrebbero formarsi studiando e invece dedicano una parte importante del loro tempo a realizzare corvée e con le quali sperono che una piccola percentuale di loro prima o poi potrà costruirsi un futuro.  La Riforma Gelmini in teoria sui giovani direbbe cose interessanti. È prevedibile che saranno le prime a essere cassate vittime di emendamenti. Per esempio, in un ambiente e in un contesto nel quale la mobilità è considerata fondamentale, per la prima volta si scrive nero su bianco che non si può fare tutta la carriera nella stessa sede e si deve vincere un concorso da ricercatore in una sede diversa da quella dove si è fatto il dottorato. Una norma del genere, che chi scrive pensa necessaria da sempre, smuoverebbe molte acque stagnanti. Ma il brividino nella schiena di centinaia di predestinati e “figli di” che sanno già che avranno il posto nella sede dove hanno studiato resterà un piccolo spavento passeggero. Tranquilli: questa norma non passerà.  Di tutt’altro tenore, totalmente inaccettabile, è la norma che stabilisce che il titolo di dottorato, che diventa prerequisito (ma la carriera di uno studioso deve davvero essere condotta per forza in un percorso tutto schematico e interno?), può essere speso solo entro cinque anni dal conferimento dello stesso. Poi diventa carta straccia. Se davvero la Gelmini si ripropone di accorciare i tempi della precarietà universitaria, dovrebbe confermare la parte che elimina la giungla di contratti precari, compresi gli assegni, e dopo il dottorato prescrive un solo contratto da tre o quattro anni da ricercatore a tempo determinato dopo il quale si concorre ad un posto a tempo indeterminato. Sarebbe migliorativo dell’esistente e andrebbe riconosciuto come tale.  Ma è vera macelleria sociale quella che avverrà con gli attuali precari della ricerca espulsi dal sistema a decine di migliaia. Con il virtuale blocco dei concorsi, previsto dalla legge 133 del 2008, che dal 2010 estenderà il blocco del turn-over anche ai concorsi da ricercatore, e col capestro del titolo di dottore di ricerca con la scadenza come lo yogurt cosa succederà agli attuali precari?  Il senso è che la Gelmini ha scelto per la precarietà della ricerca universitaria la stessa spada utilizzata per la scuola: eliminare alcune classi (demografiche) dal gioco prescindendo dal merito, dall’impegno, dall’inclinazione delle persone. Nella scuola ben pochi tra i ragazzi nati tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 potranno fare gli insegnanti mentre saranno assorbiti i precari storici per un patto scellerato con i sindacati che prescinde totalmente dal merito e dalle esigenze didattiche. È questa la formula scelta. Quindi il sistema, forse a metà del prossimo decennio, si riaprirà ma sarà troppo tardi per un’intera generazione di aspiranti insegnanti.  Lo stesso sistema adesso si sta per abbattere sull’università anche se nessuno lo dirà a chiare lettere. Chi è precario adesso e sta tra i 30 e i 40 (si ricordi che in Italia si diventa ricercatori in media a 38 anni, quando all’estero si è già ai vertici), difficilmente troverà collocazione. La legge 133 centellinerà gli ingressi fino alla fine della legislatura e dopo nemmeno le Università più virtuose potranno assumere strette dai numeri della nuova riforma.  Il sistema forse si riaprirà tra 5-6 anni e andrà bene per chi adesso si sta laureando o inizia gli studi dottorali. Ma per tutti gli altri, e stiamo parlando di circa 40.000 giovani studiosi, è vera macelleria sociale e l’Università italiana butta via una generazione intera, come se ci fosse una guerra. Alcuni emigreranno, la maggior parte, soprattutto quelli che non hanno famiglie alle spalle, cercheranno altro da fare nella vita. È la guerra dichiarata da Mariastella Gelmini contro l’Università pubblica e i suoi giovani.</p>
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		<title>Mafia e Politica. De Magistris e Alfano a Sassari</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2009 08:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mragnedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Mafia e politica. Un tema caldo. Un tema spesso ai margini dei principali mezzi di informazione nazionale. A parlarne, a Sassari, il 19 maggio 2009 due ospiti di eccezione: l’ex sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris (il suo nome è legato alle inchieste scottanti «Toghe lucane» e «Why not») e la presidente nazionale parenti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mragnedda.wordpress.com&blog=3180267&post=183&subd=mragnedda&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Mafia e politica. Un tema caldo. Un tema spesso ai margini dei principali mezzi di informazione nazionale. A parlarne, a Sassari, il 19 maggio 2009 due ospiti di eccezione: l’ex sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris (il suo nome è legato alle inchieste scottanti «Toghe lucane» e «Why not») e la presidente nazionale parenti vittima della mafia, Sonia Alfano (figlia del coraggioso giornalista Beppe Alfano ucciso dalla mafia quasi quindici anni fa). Entrambi candidati dell’Idv alle elezioni europee del 6 e 7 giugno 2009. Non si è parlato di elezioni, ma di legalità, di rapporti tra mafia e politica, tra massoneria e politica. Si è parlato di politica con la P maiuscola dunque, e non di bassa e spesso retorica politica. A moderare l’incontro Massimo Ragnedda che ha invitato i due ospiti a fare luce su alcuni angoli bui della storia italiana degli ultimi 20 anni. E si è partiti dal 1992, anno cruciale nel rapporto tra mafia e politica. È in quell’anno infatti che fu ucciso Salvo Lima (democristiano della corrente andreottiana e considerato un uomo chiave nei rapporti tra mafia e politica); è in quell’anno che Borsellino rilascia la sua ultima intervista (dove accenna ai rapporti tra mafia e imprenditoria del nord, menzionando Dell’Utri, Mangano e Berlusconi); e sempre in quell’anno avvengono la strage di Capaci prima e Via D’Amelio poi che scuotono l’opinione pubblica nazionale. <span id="more-183"></span></p>
<p>La disamina di De Magistris è chiara e composta, colpisce per la precisione con la quale snocciola dati e nomi e spiazza per la franchezza delle sue parole che riempiono la sala stipata sino all’impossibile. D’altronde non potrebbe essere altrimenti per un magistrato del suo calibro che per quindici anni ha investigato, con passione genuina e dedizione, su questi temi. Così come ha indagato, per anni, sul delicatissimo rapporto tra massoneria e politica. Tema sul quale il moderatore ha spostato l’attenzione ricordando come non sia affatto fuori luogo parlarne, visto che molti degli iscritti ad una delle loggie massoniche deviate più importanti, la P2, ricoprano tutt’ora incarichi importanti, a partire dal presidente del consiglio. De Magistris ne parla ben volentieri aggiungendo come il piano di rinascita democratica ideato da Gelli sia stato in buona parte attuato ed in parte sia in fase di attuazione, ma precisando che sarebbe un errore pensare alle nuove loggie massoniche deviate, con i vecchi parametri. Sarebbe impensabile, sostiene, rinvenire un elenco con nomi e matricole degli iscritti, ma si tratta di un sistema molto più complesso ed articolato. Così come molto più articolate e sofisticate sono le modalità di corruzione, sulle quali si sofferma in maniera molto approfondita. La mazzetta, la bustarella con dentro il denaro in contante, sicuramente ancora permangono nella cultura italiana, ma il “sistema corruzione” non è più solo ed esclusivamente legato al contante, ma comprende inserimenti in società partecipate, elargizioni di incarichi anche in posizioni istituzionali. Il controllo e la gestione ha un’utilità e un tornaconto maggiore rispetto al denaro contante, ed è su questo che si elaborano strategie di corruzione.</p>
<p>Forse perché De Magistris parla con passione e chiarezza rare, o forse perchè non si è più abituati, dopo tanti anni di informazione compiacente e soft priva di domande scomode, a sentire parlare di queste cose, ma il pubblico sembra ammutolito. Ed è sul tema del rapporto tra media e mafia che interviene Sonia Alfano, mettendo in luce come i giornalisti che contestano con dati di fatto quanto viene riferito dai politici, siano ben pochi. Non è solo un problema di capacità, ma è soprattutto un problema di compiacenza e volontà: è un problema di servilismo. Lo dice con una battuta, anche se l’aspetto di fondo è molto serio: i giornalisti, che dovrebbero essere i cani da guardia della democrazia, stanno diventando sempre di più dei barboncini da accompagnamento. Ovvero il giornalismo in Italia non sta più ricoprendo quel ruolo di vigilanza sui normali processi democratici, ma diventa molto servile con il potere, piegandosi ad esso, piuttosto di incalzarlo con domande, scomode per il potere e la casta dei politici, ma molto utili per il normale e trasparente processo democratico di un paese.</p>
<p>I temi trattati sono tanti: dalla cultura della legalità all’educazione alla legalità, dalla gestione dei finanziamenti europei sino ai rapporti politica magistratura. Ma il messaggio più forte che è passato è che, ricordando Giovanni Falcone, la mafia è un fenomeno culturale che può essere vinto solo da un salto generazionale di giovani educati alla legalità. Ed è per questo che incontri di questo spessore sono un concreto aiuto a sconfiggere questo fenomeno culturale. Sono, in altri termini, un concreto aiuto a sconfiggere la mafia.</p>
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