Riflessioni su un viaggio americano. Seconda parte.

L’abbiamo detto. Gli Stati Uniti sono un paese double face. Hanno tutto e il contrario di tutto. Sono il paese delle contraddizioni, della democrazia formale che si scontra con quella sostanziale, della promozione delle democrazie ma anche delle guerre, che lottano per liberare un paese dal dittatore ma con l’altra mano lo finanziano per anni. È un paese ricchissimo, fatto di general manager con salari altissimi che sfoggiano il loro lusso sfrenato, fatto di gioielli e auto sportive, ma anche di ville con piscina e bodyguard personali; ma è anche il paese con il più alto numero di homeless nel mondo occidentale. Tra le prime dieci università al mondo 8 sono americane: sono università per ricchi, università private, per figli di papà. Le altre università, quelle pubbliche o di provincia, sono tra le peggiori del mondo occidentale. È il paese dell’eccellenza ma anche della mediocrità. In alcuni Stati non puoi fumare a sei metri dall’ingresso di un edificio pubblico ma puoi andare in un armeria e comprarti un’arma da fuoco. Il fumo fa male e dunque proteggiamo chi no fuma. Le armi? Quelle non fanno male? È il secondo emendamento, ragazzi. E già, lo dice la costituzione americana, lo prevede la legge. Dunque che si vendano armi, e poi non fa niente se qualche povero Cristo, incazzato con il mondo imbraccia la sua semi automatica (lo sentito dire nei film americani… anche se confesso di non sapere esattamente cosa sia) e fa una strage.

Gli Stati Uniti hanno il più alto numero di incarcerati, percentualmente parlando, del mondo occidentale. Il sistema sanitario è in mano alle multinazionali: migliori ospedali al mondo ma a cui possono accedere solo chi ha i mezzi materiali per poterlo fare. Ancora una vota una società a due velocità: è giusto per avere l’eccellenza che riguarda i pochi al prezzo di escluderne i molti, gli indifesi, chi vive ai margini?

Gli Stati Uniti sono un paese double face, a due facce, a due velocità: moralista e volgare, puritano e sfacciato, ricco e povero, paladino della democrazia e finanziatore di regimi corrotti. Eppure gli Stati Uniti ci affascinano: gli americani. Ah gli americani. In America tutto è più. Più bello, più forte, più grande. Tutti i film americani, quelli che guardiamo da quando siamo bambini, ci dicono la stessa cosa, ci parlano del sogno americano: possiamo farcela. Yes we can. O per par condicio: yes we will. Ah gli americani. L’America nelle teste direbbe Ignacio Ramonet. Cresciamo in contatto con il loro mondo, ne respiriamo il clima, ne conosciamo le strade. Da piccolo guardavo quei due poliziotti in moto: come diavolo si chiamavano, Poncharello (?) e quell’altro. Insomma i due poliziotti nelle strade della California, quello biondo e quello bruno. Mentre le attraversavo la scorsa settimana, mi sembrava di esserci già stato su quelle dannate strade. In fondo, a pensarci bene, ci è ero già stato, l’avevo già viste, avevo sognato quelle strade a sette corsie per senso di marcia. Enormi, larghe, trafficatissime e super inquinanti. Hai la macchina 5000 di cilindrata e in prossimità della città o in città sei costretto ad andare a venti Km orari. Macchine che si spengono, perlomeno così era quella del ragazzo che mi ha accompagnato a Los Angeles, non appena arrivi ad uno stop per non inquinare e poi appena acceleri la macchina riparte e consumo il doppio di quella che consuma da noi. Ah l’America.

L’ho già detto sono profondamente critico a proposito delle istituzioni americane, ma l’Università….Già l’Università. Le possibilità offerte dagli atenei americani sono incomparabilmente più alte che da noi. Non importa chi ti protegge o chi è il tuo sponsor. Conta se sei bravo, dinamico, intraprendente. Conta quello che pubblichi, quello che vali, non quello che vale il tuo sponsor. La tua carriera non dipende da altri, ma solo da te. È anche vero però che non tutti possono permettersi l’Università, che il sistema è molto più classista che da noi, che alle Università private possono accedere solo chi ha i mezzi materiali per farlo. E così chi si laurea nelle migliori Università troverà i migliori posti di lavoro, sarà più ricco e potrà a sua volta mandare i suoi figli nelle migliori Università. È un circolo vizioso difficile da spezzare. Poi c’è chi ce la fa. Anche povero, ma ha talento e magari vince una borsa di studio. Non è la norma e l’eccezione. Eccezione che conferma la regole. I poveri che ce la fanno sono pochissimi. Per il resto c’è Master Card.

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3 Responses to “Riflessioni su un viaggio americano. Seconda parte.”

  1. Pierpaola Says:

    Salve… finalmente sono riuscita ad entrare nel suo blog e sono rimasta molto colpita dai due libri di cui non conoscevo l’esistenza…
    Tutto ciò che dice è “molto” vero, e sarebbe ideale se molte persone verrebbero a conoscenza di alcune cose… forse il mondo girerebbe dal lato giusto. La “grande” America forse alla base non è così “grande” e dovrebbe forse vivere da “comune mortale” invece di cercare di volare sempre più alto… del resto ricorso alla guerra “è l’arma dei più deboli…” di chi ha qualcosa da perdere… e l’America ha tanto da perdere…
    Auguri per il suo blog che informa in maniera obiettiva!!!

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  2. Claudia Says:

    Le sue lezioni sono le più belle e affascinanti a cui abbia mai partecipato. E’ un piacere starla a sentire e anche “se pretende” un pò…(ma è giusto così. Ha ragione lei quando dice che il peggior regalo che possano fare i docenti è quello di regalare un voto, perchè così non ci stimolano e non ci abituano ad ottenere le cose lavorando e sudando). Uscirò cambiata da questo corso. Guarderò il mondo con occhi diversi, più sinceri, meno naif, meno ingenui. Già dalla prima lezione ci ha aperto gli occhi parlando di come bisogna andare oltre il banale, oltre l’effimero e l’apparenza. Grazie.
    Una sua studente.

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  3. pluto Says:

    interessanti riflessioni

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