Riflessioni su un viaggio americano. Terza parte.

L’America ci incanta sempre. Ah in America si trova questo; ah se fossimo in America; ah l’America… Ce l’abbiamo proprio nelle teste. E nel cuore. Anni e anni passati di fronte alla TV a sognarne i miti e a desiderare quello che gli adolescenti americani desiderano, a gioire o disperarci quando loro si disperano, a sentirci tutti americani. Anni e anni dicevamo: e tutto quel tempo ti forma. Siamo esseri sociali perché immersi nella società che ci circonda. Siamo esseri mediali, perché ci formiamo, anche, in relazione ai media. Più tempo si trascorre in compagnia dei media e più informazioni riceviamo da loro e più probabilità che ci formino abbiamo. Pensiamo ad MTV: milioni di ragazzi trascorrono il proprio tempo libero guardando le sue trasmissioni. Clip musicali, che altro non sono che semplici operazioni commerciali, vengono trasmessi in continuazione, veicolando immagini e spaccati della vita statunitense. In MTV troviamo un concentrato di postmodernità. Lo so, lo so: la discussione su cosa sia e cosa no la postmodernità è tutt’altro che finita. Ma io, dovendo prendere parte, patteggio per la postmodernità. E gli USA sono un paese postmoderno. Caspita se lo sono. Ritorniamo ad MTV però. Già perché lì ci siamo fermati. Se ci pensiamo bene non offre giudizi e non crea punti di riferimento. Tratta argomenti che Bourdieu avrebbe definito “omnibus”, senza cuore, senza anima e sui quali non si deve, e non si può, prendere parte.

Le molteplici sfaccettature dell’esperienza umana sono livellate ed appiattite in un’unica dimensione fatta di pure immagini che si susseguono velocemente in una sorta di estasi della comunicazione. MTV è postmoderno perché è acontestuale, parla del presente come se fosse diverso e distaccato dal resto, dal passato, ma anche dal luogo. Infatti milioni di ragazzi in tutto il mondo, a prescindere dalla loro locazione fisica e geografica, guardano MTV. Ho provato a guardare alcuni clip. Donne seminude, da avere, da conquistare e scartare: immagini sessiste, ai confini della volgarità (in alcuni casi la superano abbondantemente…non sono un moralista, ma la volgarità e volgarità….) Velocità, ritmo assordante, saccheggio e a volte disprezzo della cultura, alla ricerca di immagini che vengono poi tritate e mescolate. Ero disorientato, smarrito, non seguivo il filo, perché un filo non c’è: è puro divertimento onirico. L’unico obiettivo è la conquista dello “sguardo”. L’unico obiettivo è disorientare lo spettatore, rapirlo, portarlo in una dimensione diversa.

Gli adolescenti, pardon i teenagers, in tutto il mondo (occidentale) crescono bevendo coca cola, mangiando dai Mac Donalds, sognando Beverly Hills, parlando dei college come se li avessero visti e visitati. Conoscono molto bene quel medico americano (di cui ignoro il nome. I’m sorry…) conoscono (o misconoscono) quanto successo in Vietnam o nella guerra tra sudisti e nordisti. Conoscono gli Apache (pensateci un attimo: come si può dare ad un elicottero da guerra il nome di un popolo sterminato dagli stessi? E come se i tedeschi chiamassero i propri carri armati David o Israel…), e tutte le altre tribù, costrette a vivere ancora oggi in dei lager, dei nativi americani. Magari ignorano uno dei più grandi genocidi della storia, quello appunto contro gli indiani d’America. Da bambini, abbiamo giocato tutti ad indiani e cow boy: nessuno ha mai giocato a guelfi e ghibellini. Ah l’America, suadente ed affascinante, che conosciamo meglio dei nostri paesi vicini e spesso anche del nostro. Questo perché siamo cresciuti con la televisione, con i telefilm americani, con i film americani, con i loro prodotti, con la loro musica. Il sogno americano, quello che ci accompagna sin da bambini, che ci crea e che spesso ci impedisce di analizzare le cose obiettivamente. Società violenta (una delle società con il più alto numero di morti violente e rapine), libero possesso delle armi, guerre (più di cento in un secolo), pena di morte, carceri strapiene, società classista, che sino agli anni settanta combatteva per eliminare leggi razziali. Un paese con il più alto numero di astensionisti durante le elezioni, con un sistema elettorale antiquato (si vota ogni due anni, tra elezioni presidenziali e a medio termine) e si inizia la campagna elettorale più di un anno prima, con il risultato che i senatori non lavorano quasi mai, ma fanno tutto i tecnici e le lobby. Un paese dove prima di entrare ti chiedono, in una scheda consegnata sull’aereo, se sei un terrorista o sei hai collaborato con Hitler dal 1933 al 1945 (?), e poi fanno arrestare cinque cubani, che ancora marciscono nelle carceri statunitensi senza giusto processo, per aver individuato alcuni terroristi che a Miami organizzavano attentanti terroristici a Cuba. Premiati? Macchè in carcere. A marcire. E allora perché l’amiamo così tanto? Perché viviamo nell’iperrealtà, ovvero in una realtà che pur non essendo reale è più reale del reale (non è un gioco di parole…). I mass media ci fanno vedere una cosa e quella diventa per noi realtà. A prescindere dalla sua veridicità….

Continua….

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4 Responses to “Riflessioni su un viaggio americano. Terza parte.”

  1. valentina Says:

    Eh si l’america, il grande sogno…
    ho avuto modo di conoscere un pò gli americani studiando 5 anni al liceo a la Maddalena (per quanto puoi riuscire a conoscere profondamente persone che dopo 20 secondi ti chiedono molto gentilmente “would you fuck?”tanto per ribadire il concetto di volgarità..)e non sono per niente affascinata dal loro stile di vita ( ubriachi e maleducati, ma l’importante era essere puntuali per cantare l’inno davanti alla bandiera ogni mattina, non importa se a malapena ti reggi in piedi)ma non nego tuttavia, proprio non posso anche se vorrei affermare il contrario, che anche io sono cresciuta guardando i loro telefilm, ascoltando la loro musica e tanto tanto altro…e se un tempo “qualcuno” disse che la religione è l’oppio dei popoli io penso che ora sia l’america l’oppio delle nostre menti!
    Come in tutte le cose ci sarà e c’è comunque un qualcosa di buono e di “vero”in tutto questo, sta a noi aprire gli occhi e non credere in tutto ciò che vediamo e sentiamo!
    Io sono in fase di “disintossicazione” dalla televisione, è iniziato casualmemte perchè vivo in una casa dove non c’è un’antenna!!
    Comunque da un anno ( salvo qualche rara eccezione) praticamente non guardo la televisione!
    in compenso ho internet altrimenti sarei stata completamente “fuori dal mondo” come mi accusano alcuni, ma io non mi ci sento anzi… semplicemente scelgo cosa voglio vedere e sapere,con la sola differenza che invece di essere la televisione a decidere per me sono io a farlo!
    anche internet non scherza la verità, ma almeno da l’illusione di essere un pochino “padroni del proprio destino”.
    Detto questo prof la saluto e aspetto il resto del suo “racconto”!
    buon lavoro
    Valentina

    ps:prossimo obiettivo della disintossicazione: SMETTERE DI FUMARE!!

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  2. ggp Says:

    scrivere o meno caro professore. E’ questo il dubbio al quale uno studente come me, con le mie idee e pensieri, dovrebbe riuscire a risolvere. Ce l’ha detto pure lei a lezione. Non visualizzo una perdita nel farlo perchè credo nel confronto e perchè non riesco a resistere alla tentazione di un’eventuale critica o delucidazione. Anche di un palo in piena faccia, per me va bene uguale.
    partendo dal presupposto che condivido la gran parte delle affermazioni sul sistema soociale americano, da lei perfettamente esposte negli interventi a riguardo, vorrei permettermi di aggiungere due punti alla discussione. Uno riguarda gli americani e le borse di studio che elargiscono con grande magnanimità, l’altro il nostro rapporto (da italiani) con i potenti.
    1. trovo profondamente corretta la visione double face del sistema americano.
    Prendiamo in considerazione il fenomeno delle borse di studio ai meno abbienti, ai non portatori sani di Master Card. Una buona fetta di coloro che fruiscono di queste agevolazioni sono persone che giganteggiano nell’ambito sportivo. Vere e proprie forze della natura. Spesso e volentieri sono donne e uomini di colore che provengono dal “profondo sud” o dai quartieri più poveri e degradati delle metropoli. Persone che si trovano ad un bivio: la vita nei ghetti (con conseguente POSSIBILE sbocco lavorativo nel mondo della malavita)o la vita dorata del mondo universitario? Si tenga presente che per “accaparrarsi” il miglior playmaker da schierare in quintetto nel campionato NCAA di basket (o il miglior quarterback per quanto riguarda il football) le Università sono disposte, mediante gli allenatori e i loro entourage, a sostentare economicamente le spese delle famiglie del campione di turno. La risposta, fatti due conti in tasca, credo sia facile per tutti.
    Ebbene, non credo di essere un visionario se vedo in tutto questo un orribile sfruttamento della persona funzionale al divertimento delle elite dominante. Una sorta di rivisitazione moderna del circo romano. Un regalare il sogno americano al Michael Jordan di turno per forgiare nuovi prodotti da propinarci. Un sogno ad orologeria. E oltretutto con la trama onirica già scritta.
    In questa circostanza non voglio considerare l’aspetto economico.
    2.Capitolo secondo: italiani e sogno americano.
    Dal mio punto di vista l’italiano medio è obbligato a credere, ha bisogno di sentirsi dire ciò in cui credere da una persona o da un’entità superiore. Se è giusto fare la guerra non possiamo stabilirlo da soli. Abbiamo bisogno dell’America, della Germania, della Francia. Se è giusto pivatizzare deve “consigliarcelo” la Grande Democratica. Siamo un popolo che ha bisogno di un presidente del consiglio che sia la brutta copia di un leader americano o inglese. Siamo un popolo che ha bisogno di un parere autorevole per prendere consapevolezza degli eventi.
    Adesso (non me ne voglia) farò un esempio. Se io vado per strada a dire che il controllo sociale è esercitato dalle multinazionali e i miei interlocutori mi tacciano, nella migliore delle ipotesi, come comunista. Poi, vengo in aula per la lezione e sento che lei (non proprio lei, sia chiaro, ma la figura DOCENTE DELL’UNISS) ci racconta il suo punto di vista. Lo condivido e penso (col rispetto che nutro nei suoi confronti ovviamente): adesso a Ragnedda gli danno o del sovversivo o si alzano tutti e lo mollano da solo! Ma con grande stupore mi accorgo che molti dei colleghi, che mi avevano preso a pedate per le mie teorizzazioni sino ad entrare in aula) rimangono “illuminati sulla via di Conte di Moriana”. Ovviamente è un esempio molto banale, non reale ma esemplificativo a mio avviso.
    Chiudendo il cerchio non posso che concordare con lei, riconoscendo che per via del controllo televisivo siamo stati americanizzati, democristianisizzati e berlusconisizzati un pò tutti (chi più chi meno giustamente). Viene da chiedermi che cosa sarebbe stato dell’Italia se la tv venezuelana (piuttosto che russa o cinese) avesse potuto trasmettere qualcosa sulle nostre frequenze.
    Scrivo, parlo…e son felice.
    Con grande stima e enorme rispetto le porgo i miei saluti.
    Buona fortuna.

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  3. Gaia Says:

    Credo di aver capito quello che vuoi dire Ggp: osservi cosa ti circonda e a modo tuo ne dai un quadro. “Siamo stati americanizzati, democristianisizzati e berlusconisizzati un pò tutti” credo sia la frase che sintetizzi al meglio il tuo discorso. Fino a qui bene.
    Ma poi? Una volta fatto il punto della situazione, cosa fare? Nel concreto intendo. Tutti abbiamo qualcosa da dire, ma non tutti hanno voglia di ascoltarlo. E seppure ne avessero, dimenticherebbero ciò che hai detto nel giro di qualche ora, forse meno. Allora il punto è: ok osservare ciò che succede, prenderne coscienza e parlarne. Dopo però, quando hai bisogno di un paio di pantaloni nuovi (non per vanto ma perchè quelli che hai sono bucati), dove vai a comprarli? Come scegli a chi dare i tuoi soldi?
    Comprarli dai cinesi, a due soldi, o alla nike, a suon di euro, è indifferente, tanto a cucirli c’è sempre qualcuno che viene sfruttato, giusto? I cinesi ti lanciano pantaloni sulla schiena (però con imitazioni quasi impeccabili), la nike ti fa figo perchè sei alla moda e “original”. Allora la scelta dove sta? Nel meno peggio?
    Quando avevo 12, 13 anni la mia famiglia non mi comprava le scarpe griffate perchè non c’erano soldi. Di certo il criterio di scelta per mia madre non era quanti cuciono di notte nei seminterrati. Si trattava di esigenza, punto. Quindi la sostanza, per me, è: tutto il nostro vissuto influenza le nostre scelte, è vero; siamo cresciuti a pane, pubblicità e mito americano, ma porca miseria, ci sarà pur rimasto un pizzico di spirito critico? La pubblicità sarà pure affascinante, ma resta sempre e comunque pubblicità, e come tale deve essere riconosciuta. Magari mia madre, forse influenzata dal sogno americano (non lo so), mi avrà cresciuto pensando di avermi fatto mancare certi “lussi”; eppure così non è. Si può fare benissimo a meno di ciò che non è necessario. Starò dicendo banalità forse, anzi è molto probabile che sia così. Eppure, per quel che sto imparando dalla vita di tutti i giorni, l’affitto di fine mese è molto più reale dell’iperrealtà.

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  4. ggp Says:

    cara Gaia,
    in questo momento della mia vita non è proritario cercare delle risposte sul come, quando, dove, perchè e cosa fare. Non ne ho la pretesa su me stesso, figurati se potessi permettermi “il lusso” di salire un gradino sopra tutti per dire come agire concretamente. Nemmeno scherzando. Quello che mi interessa è osservare ciò che mi sta attorno e riuscire a farmi un’idea personale, distaccata dalla pubblicità. Qualcuno diceva che un buon sociologo non deve trovare risposte, ma solo ulteriori domande illuminanti. Tornando con i piedi per terra, non sono una guida vivente al consumo critico e ancora di meno posso permettermi di scegliere (o meglio, è una scelta parziale) a chi dare i soldi quando faccio degli acquisti. Sicuramente non vado in quei negozi dove un jeans costa dalle 180 euro in su. Quando devo “fare shopping” scelgo il capo che costa meno e dura di più (previo giudizio estetico favorevole). E non credo sicuramente di essere l’unico.
    Sono super d’accordo con te quando dici che “si può fare benissimo a meno di ciò che non è necessario”. il lato interessante della vicenda (almeno per me)lo si può testare andando un pò in giro: e ti porrò delle questioni.
    Il problema degli stipendi è una “piaga sociale”. Anche gli schieramenti politici, oltre ad alcuni grandi imprenditori (vedi Della Valle a Ballarò), hanno ammesso e riconosciuto la necessità di aumentarli per incrementare il potere d’acquisto. Chiunque dice che non si arriva alla fine del mese. Ma per una famiglia monoreddito (800-1200euro mensili) è proprio essenziale vestire i figli con capi tipo Dolce e Gabbana o Prada, piuttosto che Paciotti? Eppure ce n’è taantissime.
    All’ingresso di vari locali notturni è naturale che non ti facciano entrare perchè non sei vestito con quelle marche di vestiario? Eppure è diventata una consuetudine.
    Ho lavorato per un periodo in un’agenzia di finanziamenti e prestiti e ho potuto toccare con mano (anzi orecchio perchè era un call center) la condizione di “non libertà” alla quale sono sottoposte le famiglie. Aderire a quel tipo di modello standard per non rimaner tagliato fuori. Eppure sai quanta gente chiedeva un prestito per andare in vacanza?
    Berlusconi, proprio in quel periodo, dichiarò che i suoi figli avevano più di due telefonini pro-capite, come i loro compagni di classe. Nel trimestre successivo le vendite di telefonia subirono un rialzo. Eppure ho un solo telefonino e ricevo max 5 chiamate al giorno. Se ne avessi due diventerei presidente del consiglio? Probabile. o probabilmente diventerei il figlio? chissà.
    Finisco con una domanda ancora più banale di quelle che ho posto in precedenza. Perchè consideriamo uno con le Nike un figo e una donna col chador una terrorista? Perchè un’azienda multinazionale non produce chador, o non ha mai pensato di commercializzare, in proporzione, prodotti che si rifanno alle culture orientali?
    tanti saluti

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