Riflessioni su un viaggio americano. Quarta parte

Ultime battute e riflessioni, per ora, sul viaggio americano. Che poi sono riflessioni sulla situazione statunitense. Voglio concludere queste note sul viaggio, ritornando all’inizio, al lungo viaggio per arrivare nel far west, nella costa occidentale degli Stati Uniti. Partenza Alghero, direzione Roma. Ore 6.40 del mattino. Uno dei primi aerei della mattinata. In ritardo. Ma come si può essere in ritardo con il primo aereo della mattina? Capisco la sera, perché minuto dopo minuto si accumula un ritardo di ore, ma che il primo aereo parta con un’ora e trenta di ritardo. Misteri italiani. Ah l’italietta…Bella, affascinante, dove si mangia bene e ci si sollazza al sole, ma disorganizzata e in mano ad incompetenti (non è un’affermazione da bar, ma la spietata analisi fatta da Giddens l’anno scorso durante la sua lezione all’Università di Cambridge. Certo da uno dei più grandi sociologi viventi ci si aspetterebbe qualcosina di più e di più articolato, ma forse non ha trovato altre parole per descrivere il nostro bel paese…) Corporativista, chiuso e gerarchica. Feudale per giunta. Così invece l’ha definita, sempre l’anno scorso (e che sia stato un anno nero per l’immagine dell’Italia?) il presidente di uno dei più importanti centri studi di ricerca italiani. Mica bau bau micio micio…

Bene arrivo a Roma e corro a cercare il “desk” per fare il “check in” e cercare il “gate”, con il mio “ticket” in mano (ovviamente tutto in inglese…non sia mai) per Zurich. L’aereo, quello, parte puntuale (è svizzero, ci mancherebbe altro). Giunti all’aeroporto di Zurigo capisco subito di essere in un aeroporto elvetico: ordine, pulizia e puntualità. Trovo facilmente il gate per arrivare a Los Angeles. Manco a dirlo, l’aereo parte puntuale. Hostess e Steward impeccabili.

Sull’aereo mi viene distribuito un questionario alquanto bizzarro, con domande del tipo: sei un terrorista? Hai intenzione di commettere crimini? Hai collaborato con Hitler? Insomma domande altamente complicate alle quali è molto difficile rispondere, ma se non lo fai, beh allora di addio al tuo ingresso nella grande democrazia. E niente scherzi o sbagli. A proposito racconto un aneddoto.

Tre anni fa, mentre mi recavo a Boston, il tono del questionario era un po’ diverso (perché cambia di Stato in Stato): tra le tante cose mi hanno chiesto, in un’unica domanda, se portavo con me Virus, batteri o cibo. Ho risposto no come a tutte le altre domande: formalità mi son detto. Ma formalità non erano. Mai l’avessi fatto. Avevo una banana con me. Mai portare banane negli Stati Uniti. Mai. E così il mio bagaglio a mano passa nel metal detector (all’uscita dall’aereo e non solo prima come ci si aspetterebbe….non so se rendo…) et voilà: la banana emerge in tutta la sua bellezza e forma. L’addetta alla sicurezza la guarda con circospezione, mi osserva. Chiama una guardia. Il classico poliziotto americano: baffi folti e neri, sguardo duro e viso dalle aspre spigolature. Insomma uno di quelli che non vorresti contrariare. Bene, mi squadra e con fare serio mi dice: cosa è questa una banana? Io lo guardo, stavo per farli una battuta, ma i telefilm americani mi hanno insegnato che non bisogna essere ironici con i piedi piatti (non ho mai capito perché li chiamino così…mah… gli americani…) e dico: sì (più di quello che potevo dire). Tu hai detto sull’aereo che non portavi cibo con te – incalza il piedi piatto (immagino debba usare il singolare nell’aggettivo e non nel sostantivo quando parlo di uno singolo, anche se mi pare grammaticamente scorretto). E sì in effetti. Ho una brillante idea. La mangio qua, dico accennando un sorriso. Mannaggia mi ero dimenticato di non essere ironico (i telefilm Massimo, i telefilm). Mi guarda, indossa un guanto di lattice e butta la banana nel cestino: il tutto con fare disgustato, come se fosse …(beh…ci siamo capiti no..). Non senza avermi minacciato di una bella multa e di vietarmi l’ingresso negli Stati Uniti la prossima volta.

Reduce di questa avventura stavolta non porto niente con me…confido nel cibo offerto (offerto si fa per dire, visto il salasso del biglietto…) degli aerei. Sbarco pulito come non mai: nessuna traccia di cibo, neanche una caramella. Non si sa mai. Questa volta fila liscio. Ma prima mi prendono le impronte digitali (indici di entrambe le mani) e foto. Schedato. Di nuovo (anche a Boston lo fecero). Sull’aereo devi anche essere in grado di fornire l’indirizzo esatto dove stai andando. Non puoi rimanere più di novanta giorni, altrimenti occorre il visto. E per ottenerlo, devi avere solide garanzie di lavoro e recarti all’ambasciata americana a Roma.

Una volta sbarcato dall’aereo, mi dirigo a cercare un taxi che mi porti in Hotel. Lo trovo, mi porta a destinazione. Non lascio un granché di mancia. Non sapevo che è quasi un obbligo. Lo capisco più tardi quando, dopo aver cenato tutti assieme in un ristorante italiano (giuro che non l’ho scelto io, figuriamoci…) mettiamo tutti cinque sterline di mancia. Mi viene allora spiegato che le cameriere prendono all’incirca due dollari l’ora più le mance. Insomma la cameriera la paghi quasi interamente tu con le mance. Allora è il minimo. Al ritorno, prendo di nuovo un taxi. Lo guida un iraniano (chi l’avrebbe mai detto…iraniani che lavorano negli USA di questi tempi….) parliamo un po’ di tutto: la comunità iraniana in California (vastissima e piuttosto ricca…chi se lo immaginava), ben integrata e ben vista. Il sogno americano….qualche volta si avvera.

Arrivati a destinazione: scendo, lo guardo, sorridiamo (sembravamo amici da una vita…forse non si aspettava che conoscessi alcune cose dell’Iran e della cultura dell’antica Persia) e gli lascio una bella mancia. Of course.

Continua….

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4 Responses to “Riflessioni su un viaggio americano. Quarta parte”

  1. valentina Says:

    Prof forse posso svelarle il “mistero”: che io sappia vengono chiamati “piedi piatti” perchè chi aveva i piedi piatti appunto, veniva scartato dal’esercito ( manco fosse un handicap mah…) quindi per ripiego questi poveri ragazzi venivano arruolati in polizia…
    Ora ha un motivo in più per essere ironico con i poliziotti 😉

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  2. Katy Says:

    Si dovrebbe scrivere sempre “piedi piatti” anche se è riferito ad una singola persona perché ognuno ha due piedi (di norma). Può controllare nei vari telefilm americani(anche se non li ama tanto) come in riferimento ad un solo poliziotto viene sempre e comunque definito piedi piatti.

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  3. mragnedda Says:

    Grazie a Valentina per avermi svelato l’arcano sui piedi piatti. E grazie anche a Katy che ha risolto il mio quesito grammaticale. Insomma un grazie ad entrambe.

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  4. valentina Says:

    Dopo il risultato di queste elezioni ho scritto l’ultima pagina del mio libro di storia contemporanea(il prof Sabbatucci non se la prenderà).
    Ora saremo governati da un “pedi tundu”( e qui il singolare è corretto)!!!
    Lascio a lei il gusto di scoprirne il significato…che amarezza!!!

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