Riflessioni su un viaggio americano. Ultimo atto. L’americanizzazione

C’era una volta l’anomalia italiana. In Italia era attivo il più grande e forte partito comunista d’occidente. Per questo gli USA non la perdevano mai d’occhio. Troppo importante, strategicamente, per lasciarla in mano agli italiani. Ingenti aiuti economici e militari, per limitare, con mezzi leciti e meno leciti, l’ascesa al potere dei comunisti in Italia. Poi il partito si sciolse, dopo la caduta del muro di Berlino, e venne, subito dopo, rifondato. Andò al governo e lo fece cadere. Allora si scisse. Si riappacificarono, pur tenendo distinti i nomi dei partiti, ed andarono al governo. Tutto sino a qualche mese fa. Un vecchio volpone della politica, nonché ministro della giustizia, facendo male i conti elettorali decise (non da solo, ma anche sotto indirette pressione del neonato partito che raccoglie ex comunisti e ex democristiani) di far cadere il governo. Giungiamo così alla nuova anomalia italiana: unico paese occidentale che non ha socialisti in parlamento. Lasciamo pure perdere i comunisti, che pure sono rappresentanti in qualche altro paese (non tantissimi a dire il vero), ma i socialisti ci sono (quasi) ovunque. Ma non in Italia. È la prima volta, dal dopoguerra, che in parlamento non si trova neanche una persona che si rifà al partito socialista o comunista. È l’Italia che cambia, ragazzi. Non è mia intenzione esprimere giudizi di valore, perlomeno in questa sede, sulla cosa. Era, ed è, una constatazione di fatto. Ci stiamo americanizzando. L’hanno detto quasi tutti. Lo dico anche io. E non da oggi, ad essere sinceri. La direzione sembra essere questa: vogliamo fare gli americani. Non solo per il bipartitismo. Tutta la campagna elettorale è stata filoamericana.

Veltroni ha fatto scendere in piazza (metaforicamente parlando, poiché come sappiamo le nuove piazze sono il circuito mediatico) George Clooney, Jovanotti, Nanni Moretti e molti altri: insomma le “stars” del cinema e della musica. Era tutto immagine: si vendeva un prodotto. Poco cambia che sia un dentifricio, una merendina o un candidato premier. Bisogna stare di più sugli schermi, sorridere, conquistare la fiducia. È un po’ come quando accendiamo la televisione e vediamo la pubblicità: tutti quei prodotti uguali, scadenti, senza anima, ma ben presentati e tirati a lucido. Lo sappiamo che è finzione, ma quando andiamo ai supermercati a comprare seguiamo quello che la pubblicità ci dice. Tra una marca anonima ed una che abbiamo visto mille volte in TV, scegliamo la seconda, perché ci da fiducia, ci piace, ci ha conquistato. Poi ritorniamo a casa, mangiamo quella schifezza malsana che abbiamo acquistato e magari ci convinciamo che è pure buona. A meno ché non ci venga il mal di pancia…

Al di là del bipartitismo, questa è l’americanizzazione. Nel mio viaggio americano ho guardato un po’ di TV. Lo faccio raramente in Italia, ma negli USA volevo vedere. E capire soprattutto. Piena campagna elettorale: repubblicani che hanno già scelto il loro candidato, democratici che ancora si scontrano per la nomination. Pesano le parole, leggono copioni scritti da altri, sono ben vestiti e truccati. Sorridano il giusto: non di più e non di meno. Gesticolano in maniera ponderata. Camminano anche in maniera calibrata. Niente è lasciato al caso: la coreografia, la scenografia, i costumi, il tono della voce, le cose dette e quelle non dette. In una parola recitano. La politica è una farsa: dietro la regia, il copione è scritto da altri. Il produttore (le multinazionali) finanzia, investe su un prodotto che deve dare i suoi frutti, ovvero una classe politica ostaggio dei loro interessi di parte. Gli paga un ottimo regista, lo scenografo, il coreografo, il costumista, lo sceneggiatore e tutte le figura che servono per realizzare la farsa. I cittadini lo sanno, ma è un po’ come al cinema: sappiamo che è una fiction ma ci piace crederci, emozionarci, piangere.

Da noi ha vinto il venditore per eccellenza, chi ha portato in Italia la peggior TV d’occidente, fatta di culi e tette, volgare e sessista. Ha vinto. Punto. Ora ce lo terremo dodici (dico 12) anni: 5 al governo e 7 come presidente della repubblica. Viva l’America. Viva l’Italia.

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2 Responses to “Riflessioni su un viaggio americano. Ultimo atto. L’americanizzazione”

  1. valentina Says:

    Giornale di ieri, prima pagina: “Putin alla Certosa, il CAVALIERE, galante come sempre, stupirà la nuova fiamma di Putin ( una ragazzina di 24 anni)mostrandole le bellezze della villa”… beata lei come la invidio!
    Poco più avanti “Il Papa benedice l’America e la libertà” e poi “grande unità di vedute fra il Papa e Bush che hanno espresso comune impegno su tre fronti: difesa della vita, libertà di fede religiosa e tutela dei diritti umani”
    E accanto un articolo piccolo piccolo che dà un’altra bellissima notizia : “USA, la corte suprema dice di si all’iniezione per le condanne a morte”
    E MENO MALE CHE HANNO PARLATO DI DIFESA DELLA VITA E DI DIRITTI UMANI!!
    Io sono scandalizzata ma dove stiamo andando a finire??
    In Italia le coppie che non possono avere figli devono abbassare la testa davanti ad una legge che tutela poco e niente la loro situazione (oppure chi ha la possibilità prende il primo aereo per la Spagna), però GOD BLESS AMERICA ( si scrive così?) le sue guerre, la sua ipocrisia e la pena di morte…
    Se un giorno il CAVALIERE diventasse anche PAPA non mi meraviglierei, ormai abbiamo visto tutto…!!!

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  2. emiliano deiana Says:

    Caro Massimo ti mando un mio commento da sotto le macerie del PD. I problemi, sono analoghi, le questioni aperte identiche. Te le riassumo, così, per come la vedo io, dal punto di vista del Partito Democratico. La sconfitta, già…si chiama così…poteva essere una disfatta, è una sconfitta che per quanto onorevole essa sia non cambia di una virgola le cose. Veltroni ha condotto una campagna elettorale abile sia tatticamente che nella sostanza delle questioni. La domanda è: perchè non è bastato? Le risposte sono tante, forse non c’è neanche una risposta “esatta”, ma un mix di risposte parziali. Provo a dare alcuni spunti di discussione: 1) le liste contrastavano, spesso e volentieri, il messaggio di necessario cambiamento e rinnovamento: l’elettore mica è fesso (penso al caso di Villacidro e di Siro Marrocu, per restare in Sardegna); 2) usiamo un linguaggio vecchio, prolisso, che elude i problemi: la gente ha bisogno di concretezza, di buon senso, non di massimi sistemi: arrivare alla fine del mese, il lavoro, il mutuo. Il problema è sintetizzare il messaggio senza banalizzare i contenuti. 3) Radicamento sul territorio. Prendi la Lega: la Lega trae la propria forza e linfa vitale dai suoi amministratori locali, che non sono solo brutti buzurri e bizzarri, ma evidentemente si occupano dei problemi concreti delle persone e non solo di Pontida, del Pò e dei corazzieri con la spada. Da noi invece sindaci, assessori, consiglieri comunali sono visti con fastidio come esseri immondi che dal partito hanno “già avuto”. Se non si capisce che un sindaco o un qualsiasi altro amministratore locale è un valore aggiunto per il partito, non si è capito un bel niente di come va il mondo. 4) che non sia il caso, proprio per innovare il modo di fare politica, di pensare a un partito federalista: Segretario nazionale, assemblea nazionale, ma anche Segretario del Nord, del Sud, del Centro (con una particolare autonomia per la Sardegna e la Sicilia)? Non so se è una soluzione, ma perchè non aprire un dibattito su questi temi? Io penso che per affrontare la globalizzazione dei mercati si debba partire dal governo locale, dall’apertura di nuovi e alternativi spazi di democrazia. Parliamone almeno. 5) Il partito è totalmente assente dai luoghi di lavoro, fuori dalle fabbriche. Siamo diventati un partito di dirigenti. C’è bisogno di un partito (la definizione è mia) “in maniche di camicia”, non in giacca e cravatta. Bisogna essere presenti nelle fabbriche, nei mercati, nelle scuole nelle università esercitando un’azione che richiami, anche solo da lontano, la lezione dell’egemonia gramsciana. Questi alcuni pensieri affannati.
    con stima, emiliano deiana http://emilianodeiana.blogspot.com

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