Dialoghi sulla libertà. Parte I

L’ho detto sin dall’inizio. Farò il punto sui problemi e i piani. Mi guarderò attorno e rifletterò a voce alta. Oggi mi va di farlo. Non so se lo faccio da studioso di scienze sociali e da comune mortale. Non lo so, e in fondo non lo voglio sapere. Voglio però riflettere su una delle cose più complicate sulle quali riflettere, utilizzata a manca quanto a destra, da tiranno e rivoluzionari, da schiavi e padroni: il sostantivo femminile, libertà. E lo voglio fare partendo da un aneddoto, tanto semplice quanto eloquente.

Proprio ieri ho incontrato un mio vecchio amico dei tempi di Cambridge. Un italiano che a meno di 40 anni ed ha già insegnato a Harvard, LSE, Oxford ed ora insegna a Cambridge. Prima cosa su cui riflettere: da noi sarebbe impensabile. A 32 anni stava già insegnando nella più prestigiosa università al mondo, dopo due anni è andato via per tornare nella “sua” London (dove ha fatto il Ph.D) per poi spostarsi a Oxford e infine approdare a Cambridge dove ora vive. La mobilità da noi è cosa impensabile e cosa assai più grave è impensabile costruirsi la propria carriera da soli. Ma per favore non fatemi dire altro.

Ma andiamo avanti. Mi spiegava, ancora una volta, perché mai avesse lasciato l’Italia per cercare fortuna, e fare carriera, altrove. Tralascio tutti i particolari ed arrivo al dunque: la sua è stata una scelta di libertà. Così mi ha, ancora una volta, confessato. Allora l’ho incalzato e gli ho chiesto, cosa significasse per lui libertà. Mi ha risposto in un modo, poco accademico forse, ma molto efficace: libertà è la possibilità di mandare a quel paese chi ti pare. Ci ho riso su, gli ho dato ragione ed abbiamo continuato con i nostri discorsi (carriera e ricerca in primis).

Stamattina alzandomi ci ho pensato: libertà e mandare a quel paese chi ti pare (nei limiti della pubblica decenza si intende). Questa frase è molto più vera di quanto a tutta prima avessi immaginato. Mandare a quel paese non significa essere volgari o passeggiare per strada e apostrofare con parole argute il primo che capita. Ovviamente il mio amico si riferiva ai contesti lavorativi, ma anche sociali, dove sei libero quando non devi subire cose altrimenti inaccettabili, quando non hai paura di dire no, quando non devi temere della posizione che assumi. Pensateci. Potete mandare a quel paese il vostro capo, datore di lavoro, politico di riferimento, sponsor e quant’altro? Se sì siete liberi, altrimenti no. Certo è una semplificazione, una banalizzazione di una questione così importante, ma è un inizio per riflettere sulla cosa. Quando la vostra carriera e futuro dipendono più da altri che da voi, allora significa che non siete liberi, perché basta un vaffa di troppo e siete finiti. Questo è il motivo per cui, appena laureato il mio amico ha deciso di andare via. Subito dopo la laurea qualcuno gli ha chiesto “devi” fare questo se…. “Devi”. Sapeva che se avesse accettato sarebbe stato debitore a vita e perciò non libero. Così ha deciso di mandarlo a quel paese (non platealmente si intende, ma semplicemente ignorandolo): facendo una scelta di libertà. Stamattina ho capito meglio il senso di quella frase.

Continua….

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12 Responses to “Dialoghi sulla libertà. Parte I”

  1. valentina Says:

    Mi sono chiesta un miliardo di volte cosa sia la libertà, e a cosa questa condizione possa portare.
    In questo periodo per me libertà significa prendere in mano la propria vita e farne un pò quello che ti pare, a livello professionale, personale, sociale, emotivo…
    Libertà potrebbe però assumere anche un altro significato, scegliere liberamente di non essere liberi di… e purtroppo mi trovo spesso a fare questa scelta, sono libera di scegliere se essere “schiava” o “padrona”… o disoccupata!
    Con questo voglio dire che spesso non siamo proprio padroni di niente( parlo di lavoro), siamo solo liberi di accettare o meno una situazione che ci sta un pò stretta, ma pur di portare il pane a casa accetti tutto perchè non vedi un’altra alternativa.

    Mi resta almeno la soddisfazione di essere libera di pensarla come voglio, ma senza farmi sentire troppo, non si sa mai…

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  2. ggp Says:

    La libertà è un concetto trasversale e bipartisan (come direbbe qualcuno), sul quale tutti si sono espressi e si sono fatti un’idea nella vita. Sicuramente saranno idee divergenti a livello di contenuto o concettualizzazione ma che, comunque e nella maggior parte delle volte, viaggiano su binari paralleli a livello pratico. L’oggetto di valore pare essere lo stesso per tutti: dominio e sopraffazione. Con maggior frequenza, negli ultimi anni, ho sentito usare e abusare di questo termine. Solo per menzionare qualche esempio, in relazione agli ultimi avvenimenti di Ponticelli-Napoli o di Roma si è usata la parola libertà in antitesi a quella che, secondo me, è la concezione della vita stessa.
    Sono in parte d’accordo con quanto espresso nei post precedenti, anche se la mia parte apocalittica e il diavolo interiore mi spingono a pensare che la libertà non esista ormai da tanto tempo.
    Di recente ho accompagnato una mia zia al pronto soccorso. C’era molta gente in fila, tra loro una giovane rumena. Alla luce della cronaca nera locale (e nazionale) non occorre grande fantasia per immaginare il clima che si respirava. Lei stava davvero male ma non aveva nemmeno la libertà di essere ammalata. I presenti assaporavano il potere taumaturgico dell’insulto e del disprezzo generato dal clima di tensione. I dottori, nella migliore della ipotesi, si prendevano cura degli italiani (costituisce titolo preferenziale essere accozzati). Lei, intanto, stringeva i denti senza parlare e il marito prendeva lei al petto. Il pianto era liberatorio almeno tanto quanto la dignità nel loro sguardo di PERSONE.
    La gentilezza e il rispetto sono concetti che ci riportano all’idea di eroe romantico, se solo per un attimo volessimo applicarli al campo lavorativo o sociale italiano. L’interiorizzazione di sentimenti sempre più individualistici in ogni persona appartenente alla società odierna, quali la diffidenza e il pregiudizio, dominano e regolano il comportamento della collettività. Questo processo porta ognuno a non muoversi più in completa autonomia col proprio pensiero. Se a questo si aggiunge quel mentecatto che, l’altro giorno durante un colloquio lavorativo, mi ha detto che nel mondo del lavoro vige la regola della selezione naturale darwiniana; bhè, sono sempre più convinto che la libertà sia quel sentimento (molto personale) dal gusto dolce di dignità che si sente quando si ha il coraggio e la forza di pensare che il bene da valorizzare siamo noi stessi. Le conseguenze si affronteranno sin quando si avrà la salute. Gratuita o a buon prezzo almeno.

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  3. emiliano deiana Says:

    Un mercantile giapponese era stato silurato durante la Seconda guerra mondiale e giaceva sul fondo del porto di Tokyo con un grosso buco nello scafo. Una squadra di ingegneri viene convocata per riportare a galla il vascello danneggiato. Uno di loro, per affrontare il problema, ricorda di aver visto un cartone animato di Paperino quando era piccolo e c’era una nave affondata con un buco nello scafo e per riportarla a galla l’hanno riempita di palline da ping-pong. Gli altri ingegneri, assai scettici, si mettono a ridere ma uno di essi è disposto a provare. Certo, dove diavolo potevano trovare venti milioni di palline da ping-pong se non a Tokyo? E quella è stata la soluzione ideale. Le palline furono sparate nello scafo e la nave tornò a galla. Morale: le soluzioni dei problemi si trovano nei posti più impensati. E inoltre, credi in te stesso anche nelle peggiori avversità.
    Ecco, la libertà è credere in se stessi anche nella peggiori avversità.
    http://emilianodeiana.blogspot.com

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  4. valentina Says:

    A proposito di libertà, il MOS ( movimento omosessuale sardo) sta promuovendo una campagna di sensibilizzazione contro l’omofobia, dal titolo : LIBERI DI ESSERE.
    Troveremo per le vie di Sassari manifesti che riportano immagini di “vita normale” dei ragazzi gay, che con gran coraggio hanno prestato la loro immagine per questo scopo.
    Purtroppo in uno di questi cartelloni ci ho già visto una scritta offensiva che vi lascio immaginare, la cosa potrebbe non toccarmi personalmente, invece mi urta terribilmente nel 2008 sapere che ancora la nostra società sia così indietro, e se da una parte si accetta di buon grado un qualsiasi spot o trasmissione dove nel 99% dei casi una o più donne mostrano a qualsiasi ora le loro grazie, dall’altra non si accetta di vedere l’immagine di due ragazzi che si abbracciano, e che cercano solo di essere liberi…liberi di essere se stessi.

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  5. Luca Says:

    Mi si permetta, ma questo concetto di libertà è un po’ superficiale, nel senso che si vuole ridurre questo concetto alla possibilità di mandare a quel paese -seppur nei limiti della decenza- i superiori. Detto così, a mio avviso, non solo si travisa ma si umilia la concezione della libertà. In primo luogo, libertà è sì avere la possibilità di contestare un sopruso, ma siccome non esiste solo un “io” ma un “noi”, bisogna fare i conti con l’esistenza di altre persone, con altri interessi, con altre idee diverse dalle nostre. Insomma, c’è un principio di autorità che è stato fissato e accettato socialmente affinchè si preservi un certo ordine sociale, altrimenti si sprofonda nell’anarchia:immaginate di portare all’eccesso il concetto di libertà, non solo sparirebbe il rispetto reciproco ma l’intera società scavalcherebbe ogni regola (socialmente fissata con l’accordo di tutti, insisto) e si getterebbe alle ortiche il pacifico vivere sociale, sprofondando nel caos più assoluto.
    Discorsi come questo ci fanno capire la deriva individualistica della nostra società, di una generazione che rigetta l’autorità in nome del multiculturalismo e del relativismo morale, uno dei mali del nostro tempo. Il rispetto di tutte le opinioni e la volontaria sospensione indefinita del giudizio, portati all’eccesso, si trasformano in opportunismo morale. Perchè come dice Arpaia il genitore con il figlio, il docente con lo studente, il superiore con il dipendente, non hanno funzione di dialogo ma di guida, chiamati non tanto all’apertura ma alla responsabilità. E invece assistiamo ad una impennata di diritti, di ogni tipo e genere, giusti finchè vuoi (o meglio, quasi tutti giusti) ma che ci hanno reso più egoisti, più corporativisti, soprattutto se ci dimentichiamo anche dei fondamentali doveri. Poi, sarò l’ultimo imbecille che non si piega al conformismo di sinistra a pensarla così, ma pazienza. Torno nel mio silenzio

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  6. ggp Says:

    Quale interesse collettivo può essere svolto in maniera responsabile (in campo familiare, accademico, lavorativo) quando chi detiene il potere lo esercita in maniera autoreferenziale, opportunista, corporativista e massonica?
    Il mondo della teoria e dell’intellettualismo è fondamentale ma la realtà è altra, a mio avviso.
    Esempio locale. La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, recita la Costituzione. La realtà fornisce ben altri dati concreti.
    Esempio globale. Che diritto aveva la potenza coloniale britannica di imporre la tassa sul sale agli indiani? Potrebbe collocarsi sullo stesso piano del diritto di rivendicazione esercitato da Gandhi? Eppure, a seguire il ragionamento sopra indicato da Luca, il “superiore” con il “subordinato” dovrebbero vivere in una relazione monodirezionale. Probabilmente la libertà di una persona finisce quando inizia quella di un altro individuo?
    Essere per l’equità sociale vuol dire essere un conformista di sinistra?? Allora sarò il primo ad essere orgoglioso di esserlo. Pretendere che nessuno decida della e per la tua vita vuol dire essere un conformista? Io credevo volesse dire essere per il merito e rivendicare il proprio potenziale. Prendi l’esempio di un professore che abbia avuto l’incarico per grazia ricevuta (accozzo). La percezione che costui avrà del lavoro sarà di un dovere da svolgere o un diritto acquisito?
    Ti invito a non tornare nel tuo silenzio, caro Luca, e a continuare a dialogare. La ricerca sfrenata di anticonformismo e il martirio dell’incompreso sono davvero la realizzazione della volontà e del pensiero di chi ci vorrebbe degli automi.

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  7. Luca Says:

    Caro Ggp, io ho richiamato semplicemente al rispetto dei doveri e non solo dei diritti. Te invece sei partito per la tangente infilando per chissà quale oscuro motivo la Costituzione, il colonialismo, la meritocrazia e -testuale- il mio presupposto “martirio dell’incompreso”. Mah, contento te. Nel mio piccolo, ripeto, ho semplicemnte fatto un richiamo ai doveri,alla responsabilità collettiva, al superamento dell’interesse individuale (cosa che è difficile anche per me, figlio del mio tempo, sia chiaro). Ci mancherebbe altro che se domani un Paese straniero viene e pianta la sua bandiera nel cortile di casa mai forse forse mi salterebbero i cinque minuti(tant’è che mal digerisco le basi americane nel mio terriotorio-a partire dal deposito munizioni di Poglina- pur amando l’America e anzi detestando il diffuso e conformista-questo sì-odio verso questo grande Paese); idem se vengo scavalcato sul lavoro o all’università da uno che più di meno ha una lista infinita di incozzi. Se per te comunque porre l’accento sui doveri significa leggitimare il sopruso, la furbizia, lo sfruttamento di un altro paese, gli incozzi, la scomparsa della meritocrazia, beh la tua è ricerca della polemica sterile ad ogni costo. E poichè il sottoscritto è tutto fuorchè un automa eviterò di continuare una discussione che si sta incartando su sé stessa. Ho di meglio da fare (con il dovuto rispetto per gli altri che hanno scritto i commenti, nei quali non mi rispecchio ma rispetto in quanto chi frequenta questo blog ha una coscienza critica mica da ridere)

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  8. ggp Says:

    Sono convinto che una persona debba avere l’umiltà di confrontarsi.
    Ti invito a fare una riflessione sul come mai abbia parlato di Costituzione, citando un articolo ben preciso in un momento storico ben preciso. Quale sarebbe la responsabilità collettiva di persone che lavorano presso un datore di lavoro che, per agevolazioni varie (quindi individualismo=avarizia??), nega qualsiasi tipo di diritto per contratto?
    Hai già scritto che se qualche Stato straniero venisse a piantar bandiera in casa tua ti salterebbero i 5 minuti. Libertà quindi per te vuol dire che cosa? Non l’ho letto. E se questo Paese ti invadesse per “responsabilità collettiva” o per dovere di mantenere la democrazia?
    Mi pare che ti sia soffermato più che altro alla superficie del mio post, caro Luca e a quello che hai reputato non collimante con la tua individualità. Responsabilità collettiva potrebbe voler dire condividere delle idee valide, senza trovare l’ago nel pagliaio a tutti i costi. Le persone parlano. Gli automi no. Una differenza..mica da ridere.

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  9. Katy Says:

    La libertà è difendere a tutti i costi la propria e altrui dignità personale. Anche se questo comporta mandare a quel paese i nostri superiori se hanno sbagliato. Vi potrà sembrare una frase limite ma purtroppo nella vita reale capita di aver bisogno di difendersi o essere difesi. Per farvi capire meglio vi racconto quello che mi è accaduto qualche anno fà. Mentre seguivo un corso di aggiornamento una delle persone che rivestiva il ruolo di docente di è permesso di allungare le mani su di me. Io ho reagito a male parole e mi sono trattenuta dal dargli ceffoni solo perché una collega che aveva assistito alla scena mi ha fermata. Questa persona nonostante io abbia chiarito in modo perentorio (anche mandandolo a quel paese) che le sue avances non erano gradite, ha continuato con le sue profferte e con i suoi approcci . Un’altra collega che si è accorta dell’accaduto ha richiamato il docente all’ordine ed è venuta con me da coloro che gestivano il corso per parlare dell’accaduto. Purtroppo spesso chi fa questi corsi non vuole magagne e mi ha liquidato in poche parole con la scusa che lo avevo provocato. Ora io non sono una bella donna e tantomeno mi atteggio o vesto in maniera provocante, ma sarei libera di farlo e questo non giustificherebbe comunque ciò che è accaduto. Per di più solo perché avevo fatto le mie giuste rimostranze sono stata danneggiata dall’organizzazione del corso che in sede di votazione ha assegnato un punteggio più alto ad una ragazza che aveva risposto positivamente alle avances del suddetto professore (in precedenza la mia media di voti era di molto superiore alla sua). Nonostante tutta questa baraonda questo docente si è permesso di reiterare le sue offerte e di offrirmi un posto di lavoro (di cui avevo un reale bisogno) presso l’ente ( e chiarisco ente non ufficio privato) dove aveva incarichi direzionali. Offerta che io ho nettamente rifiutato semplicemente perché mi interessava lavorare come segretaria non come prostituta, fatto che gli ho chiarito in maniera poco gentile. Morale della favola (se così si può chiamare) il posto io non l’ho avuto ma non lo ha avuto neanche la ragazza che era stata cosi “gentile” con lui. L’unica cosa che ho imparato da questa brutta storia e che bisogna difendere la propria dignità a tutti i costi o nel caso in cui vediamo un altro subire un sopruso aiutarlo a difendersi come ha fatto quella collega con me. Non sono andata in sede di giudizio perché per la brevità in cui sono successi i fatti non erano documentabili ma se avessi potuto lo avrei fatto. Per quanto riguarda l’organizzazione che aveva messo su il corso ho fato le mie rimostranze all’ente controllore. Non so se hanno agito per il mio caso ma so che in buona parte ha ridimensionato le loro mansioni. Ricordiamoci che la nostra libertà finisce dove inizia quella dell’altro, la libertà è rispetto dei propri doveri, ma soprattutto è reagire ai soprusi o alle intimidazioni. Anche se ci si rimette di tasca propria. Solo reagendo alle ingiustizie riusciremo ad essere veramente liberi. Ricordatevi che Gandhi protestava per gli ultimi della terra, anche se era un avvocato affermato e avrebbe potuto semplicemente non interessarsene, ma con la sua costanza è riuscito a liberare il suo popolo. Libertà è rimboccarsi le maniche perchè tutti siano più liberi, anche se la pensano diversamente da noi.

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  10. valentina Says:

    Trovo sempre qualcosa da imparare leggendo questo blog di bolscevichi! 😉
    vero è che la mia libertà finisce dove inizia la tua, la sua la loro…e che ognuno di noi è carico di diritti e doveri,utili anche per distinguerci dalla razza animale…che poi poverini anche loro hanno delle regole rigide da seguire, magari dettate dall’istinto ma sempre regole sono!
    Ora che la mia mente critica è partita non riesco a fermarla scusate, ma pensando agli animali mi è venuto in mente un altro concetto di libertà legato a quello di istinto: ma siamo sempre liberi di seguirlo? e seguir l’istinto è “sintomo” di libertà oppure è solo il modo più semplice per accostarci agli animali??
    Certo seguire l’istinto come ha fatto l’insegnate di Katy mi risulta “un pò” eccessivo, più che altro per chi lo subisce: finchè l’altra persona è consenziente ok, ma quando si arriva ad andare oltre e superare il confine della libertà altrui e non solo… bè non trovo una definizione elegante!
    Purtroppo non conosco una donna a cui non sia accaduto un fatto simile, e solo per raccontare questo ci vorrebbe un altro blog, di femministe magari 😉
    Potrei discutere per ore di un’altra libertà, quella delle donne, tanto sofferta e a lungo discussa, al punto che ora siamo talmente libere, ma così libere che se sporgiamo denuncia per un qualsiasi abuso ricevuto possono accadere due cose: o è colpa tua che provochi ogni essere di sesso maschile, quindi devi star zitta perchè te la sei cercata, oppure se hai la “fortuna” di esser stata importunata da un extracomunitario (meglio se romeno che è il must di quest’anno)hai buone probabilità di venire ascoltata!
    Solo chi nasce donna può capire quello che sto per dire, è qualcosa che ti inculcano man mano che cresci, e troppe donne per questo non denunciano gli abusi ricevuti, perchè pensano di non avere la libertà di farlo, perchè “è tutta colpa tua che provochi!!”
    Quando una mattina decidi: ma sì, facciamo vedere le gambe…e la maglia? dai scollata che fa caldo!
    Fai tutto questo in modo libero, libera di scegliere e libera di farlo senza nessun secondo fine…peccato che esiste sempre qualcuno che quel secondo fine ce lo vede sempre, anche se non sei una bella donna…

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  11. ggp Says:

    LEGGENDO UN ARTICOLO MI E’ VENUTO IN MENTE QUESTO POST E QUINDI LO INCOLLO DA UN SITO. PARERI>?

    Università e corruzione

    [il Riformista, 30/01/2007]

    di Alberto Abruzzese

    Corre aria di inchieste e reprimende sulle forme di corruzione dei dispositivi universitari. Ho ad esempio in mente quelle di recente realizzate da “l’Espresso” sul nepotismo di alcuni settori accademici in cui vincere un concorso risulta particolarmente redditizio. Ma è una vecchissima storia e forme di quel genere abbondavano assai più nel passato che nel presente. Per questo, entrando all’università li chiamavamo baroni. Credo che non possa essere sospettato di benevolenza nei confronti dell’istituzione in cui svolgo la mia professione di ricercatore e docente. Lo ho detto altre volte: tra i corrotti del mio sistema di appartenenza mi metto anche io e non ho difficoltà a dichiarare che, se volessi evitare di esserlo, me ne dovrei andare via (e non da una università piuttosto che da un’altra, ma da tutte). Sentimento che – sono sicuro – provano moltissimi miei colleghi, i quali, come me, restano inchiodati a un sistema di cui non condividono le regole e che anzi di queste regole sono costretti ad essere vittime e carnefici al tempo stesso.

    Tuttavia è raro che riesca ad apprezzare questo tipo di operazioni accusatorie e a non ricavarne, invece, una impressione sgradevole e la conferma della superficialità con cui i media esercitano il loro potere di informazione senza disporre o volere disporre dei contenuti adeguati a farlo. Senza prendersi a carico, quindi, un ruolo critico che nessuno altrove sembra avere interesse o forse è in grado di adottare, indagando davvero nella sostanza sulle ragioni per cui l’università funziona male: né i politici, né il governo, né i ministeri deputati, né le organizzazioni accademiche. Sento già di nuovo lo sdegno della mia corporazione per quanto sto dichiarando: non è così – dicono molti miei colleghi – che si fanno gli interessi del mondo universitario, già così a lungo e intensamente messo alla prova da assenza di mezzi e da riforme incerte, male applicate quando non siano decisamente cattive, sbagliate. Magari hanno ragione: uno dei difetti maggiori del protagonismo politico e accademico è avere certezza nelle proprie routine mentali e pratiche. Dunque, provo di nuovo a spiegarmi. Non a giustificarmi, però, dal momento che potrei accettare un ripensamento se qualcuno accettasse di discutere: senza dialogo, le posizioni individuali non trovano l’alimento necessario a mutare. Dunque rischio anche di ripetermi.

    La maggior parte delle critiche sui regimi universitari si fonda su conclamati valori e strumenti della democrazia. Ma proprio qui sta l’attuale perversione di tali intenti risanatori poiché questi stessi valori funzionano da legittimazione dei processi di corruzione delle linee di condotta collettive e individuali degli stessi apparati universitari. Impostando così il discorso, si può già cogliere il suo punto di arrivo. E lo anticipo. Consiste in una domanda e quindi un una scelta da compiere: una università diversa sarà possibile averla sperando di rigenerare i valori professionali di chi la abita e di chi la governa senza mutare radicalmente la macchina universitaria, quindi proprio tutti quegli organismi più o meno collegiali – decisionali ai vertici, deliberativi alla base, burocratici in ogni dove – che condizionano concorsi, ricerca scientifica, organizzazione della didattica? La mia risposta è no. O si cambiano le regole o saranno proprio le regole a portarci alla rovina. O si affoga in una malattia generalizzata oppure si inventano nuovi modi di garantire organizzazioni efficienti e produttive in grado di rimpiazzare ideologia e forme degli attuali organi collegiali (consigli di ateneo, consigli di amministrazione, consigli di facoltà e di corsi di laurea, direzioni di dipartimento e via dicendo). O ci si rassegna a continuare il massacro dei giovani che tentano di entrare all’università avendone i meriti e dei docenti che avrebbero pari ragione di vedere riconosciuta la loro carriera scientifica, salvaguardato il loro ruolo formativo, oppure si abolisce l’insanabile macchina dei concorsi.

    L’impianto storico dell’università non ha retto i mutamenti della società e più ancora dei linguaggi culturali, dei loro contenuti sociali. Ora il presente è andato troppo avanti rispetto alla sua storia passata. Persino il quadro concettuale della parola riforma non riesce a sostenere questo scavalcamento epocale. Badate bene, ho escluso dal dilemma chi continua a pensare che non debba essere messa in discussione l’etica professionale dei docenti e di quanti tra loro assurgono al ruolo di autorità accademiche. So bene che, per realismo, non dovrei praticare questa esclusione. Ma, prendendola in considerazione cadrei nello stesso errore, seppure rovesciato, di quanti, mettendo in rilievo i professionisti che “peccano”, rafforzano per ciò stesso l’idea che, adottando epurazioni o correttivi, tutto tornerebbe a posto e la purezza del personale accademico potrebbe tornare immacolata. Non è vero e non può accadere perché la questione da affrontare è assai più complessa del semplice intoppo della macchina universitaria nei suoi singoli segmenti piramidali e orizzontali. La verità è che proprio i buoni intenti o comunque l’impegno di non pochi docenti sono stati il maggiore fattore di una dinamica di corruzione a crescita esponenziale.

    Per volere fare ricerca, formare laureati in grado di godere della qualità necessaria ad entrare nel mercato del lavoro, fare crescere allievi e dare loro un futuro accademico, rendere competitiva la propria idea di insegnamento e di professionalità, intendere l’università non come un corpo separato ma come lo snodo di processi che investono globalmente le dinamiche di sviluppo del territorio in cui tale territorio è collocato, e dunque creare reti adeguate all’interno e all’esterno dei recinti di cattedra, facoltà e ateneo, per riuscire a realizzare tutto questo non si poteva fare altro che utilizzare la macchina a disposizione. Null’altro che ricorrere al frutto storico, sedimentato, burocratizzato, solidificato con cui apparati in massima sostanza accentrati e autoritari erano stati formalizzati giuridicamente e statutariamente in una corazza democraticista assai più che realmente democratica.

    Le ultime riforme hanno portato all’esasperazione questa situazione: ogni posto di professore a contratto o di dottorando o di ricercatore o di direttore di dipartimento o di facoltà o di organismo di governo degli atenei e delle corporazioni o dei raggruppamenti disciplinari o dei consigli di amministrazione è diventato terreno di scambio tra gruppi di potere, terra fertile per l’acquisizione di nuovi poteri, possibilità di negoziare piccoli margini di ingresso da parte di poteri minori o nuovi. In questo senso mi dico corrotto anche io: ho portato a casa qualcosa, ho dovuto al tempo stesso legittimare molto di più ingrassando la borsa di altri. Mangi la minestra o salti dalla finestra. E – dal momento che l’astuzia non è delle colombe – andrebbe anche bene se almeno fosse stata rispettata una soglia di qualità (contenuti, persone, stili di vita) nell’imporre e accettare questo mercato, sfrenato e selvaggio quanto più la torta si è fatta piccola. Questa soglia, invece, si sta sempre più abbassando: vuole dire che la quota di scelte di merito, per avere una qualche possibilità di successo, deve ridurre sempre più le sue aspettative. Vuole dire che, a compiere scelte decisive in un momento così drammatico per noi e soprattutto per coloro per i quali lavoriamo, ci sono sempre di più persone dei “quartieri alti”.

    In ogni diramazione della stampa, della televisione, dell’imprenditoria, della politica, questi docenti eccellenti sono sovrani (si mettano o meno in vista, a seconda delle loro inclinazioni e del loro calcolo o anche secondo le opportunità del caso): qualcuno di loro ha straordinarie doti strategiche e tattiche, e va detto che, al contrario dei loro colleghi dei “quartieri bassi”, spesso si tratta di sofisticati conoscitori della macchina universitaria, infaticabili e espertissimi suoi artifici. Splendidi costruttori di trame, anche se svuotano dall’interno i palazzi che edificano, resi sicuri da un potere che nessuno è più in grado di togliere loro (potrebbe consentirlo solo l’annunciato ricambio generazionale di un prossimo massiccio pensionamento, ma rischia di avvenire agli ultimi cancelli proprio delle generazioni in uscita). Ho fatto un sogno: un mondo nuovo in cui questi signori dell’università, grazie alla sicurezza acquisita nelle proprie trame di dominio, accettavano di inserire contenuti nello loro strategie e dare trasparenza alle loro relazioni sociali per iniziare finalmente un processo di riqualificazione delle istituzioni in cui occupano un peso così determinante. La politica a volte si è servita anche di queste svolte. Chissà che il mio sogno non possa avverarsi.

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  12. alessandro Says:

    sono daccordo con lei, la strada delle parita ed uguaglianza, sembra che l abbiate conquistata, ma aime non e’ cosi,mia madre ha avuto la fortuna di avere 8 figli, 4 i piu forti sono vivi, 4 i piu deboli, anno preso la autostrada del cielo,ma mia madre si ricorda sempre il primo giorno che e’ andata a votare, e quante donne con la resistenza afianco agli uomini ormai esausti , si sono battute esono morte x avere questo diritto , se chiedi a 100 donne la data esatta non la sanno, ma se gli chiedi di beatifull sanno tutto.il doping mediatico e l arma che lo psiconano conosce benissimo,ribelliamoci al doping mediatico

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