Dialoghi sulla libertà. Parte II

Ma in quali meandri mi sono voluto infilare. Che diamine: parlare di libertà. Che mi sarà venuto mai in mente. Un argomento così vivo, così acceso e dibattuto e, al contempo, così difficile da incastonare all’interno di facili etichette o semplici aneddoti. Che diamine. Libertà, libertà, libertà. Libertà è scelta, libertà è possibilità di muoversi, mandare a quel paese chi vuoi, non subire ingiustizie, possibilità di ribellarsi, autodeterminazione. Libertà è la capacità, la forza e la possibilità di dire no. Libertà è tutto questo. Ma soprattutto, libertà è anche ben altro.

Continuo da dove mi sono bloccato, continuo a scrivere da dove le mie riflessioni si erano interrotte. Continuo dalla discussione fatta con il mio vecchio (sic!) amico di Cambridge. Lasciare tutto, costruirsi una propria vita da solo, senza dover sottostare a mille soprusi (fare fotocopie come un segretario, ordinare la biblioteca del dipartimento, non scrivere e pubblicare se non esplicitamente detto dal “maestro-padrone”, citare gli amici che saranno utili per i concorsi, ecc….): questa per lui è stata una scelta di libertà. Ma forse la cosa che lo spinse ad abbandonare il tutto è stata la tristezza che ha provato quando, volendosi avvicinare a quel mondo, si è sentito dire: “non puoi salutare tutti indiscriminatamente: stai attento a chi saluti”. E no: questo no. All’inizio non voleva crederci che esistesse davvero questa “strategia del sorriso” (esiste, ahimè, esiste ….), ma poi ha dovuto ricredersi. In altri termini, quello che sarebbe dovuto essere il suo “maestro-padrone”, gli aveva indirettamente detto (vi sono tutto un insieme di logiche da tenere in debita considerazione…e che qui non possono essere esplicitate: più per la difficoltà di capirle, che di spiegarle…) di non salutare un certo tizio, che provava a farsi strada da solo. Serviva a farlo sentire inadeguato, fuori luogo e indesiderato. Ora lui non sa come sia andata con il “tizio”, sa come è andata a lui: è fuggito. Liberamente.

La domanda allora è: fuggire è libertà? Solo chi fugge è libero? Non vi sono risposte giuste o sbagliate a questo quesito. Si potrebbe fuggire da oppressi e vivere da oppressi: pensate ai “clandestini” che fuggono da guerra e miseria e vengono rinchiusi nei lager (cpt); o chi parte libero e si ritrova schiavo: si pensi a quelle prostitute che partono per fare le modelle e si ritrovano per strada; c’è chi parte libero e rimane libero, e chi parte oppresso e acquista la libertà. Insomma vi sono molte sfaccettature della cosa. Ma ora, più che per chi parte, mi va di riflettere su chi resta: chi decide di restare è meno libero, per il solo fatto di essere rimasto in un ambiente marcio, pur cercando di salvare la propria dignità? In altri termini: chi resta a casa e lotta, lo fa da uomo o donna libera?

Credo che salvaguardare la propria dignità di fronte ai caimani di turno, sia un atto di libertà. E di coraggio. Sfidarlo a casa propria, nel suo terreno, giocando di astuzia e con calma: è libertà. Libertà di scelta, di autodeterminazione, di sapere che sta lottando contro i mulini a vento e che forse perderà. È libertà anche questa. È libertà soprattutto questa: scegliere il modo di lottare. Si può subire, prendere colpi e bastonate; in fondo si deve saper abbassare la guardia, rendersi vulnerabile e poi provare ad attaccare, a testa alta, con orgoglio e fierezza. Fieri di non essersi dovuti abbassare e baciare mani e piedi (e parti meno degne del corpo umano), di essere testardamente andati avanti controvento e controcorrente, di aver voluto risalire la corrente del fiume quando tutti ti dicevano, ma chi te lo fa fare, molla che tanto perdi. Chissà, forse restando si perderà. Ma anche in quel caso lo si farà liberamente. Perché liberamente si è scelto di lottare, e quando scegli di lottare l’esito della battaglia non è mai certo. L’esito è certo invece, quando pur di vincere scegli di non scegliere, di subire, di non poter mandare a quel paese chi ti umilia di fronte a tutti. Quella non è libertà. Ma rimanere lì, a fare quello che ti piace, senza corromperti, senza perdere la dignità, e potendo, sin quando resterai, camminare a testa alta e potendo salutare chi ti pare, scrivere cosa ti pare, citare chi ti pare. Questa è libertà. Anche restando a casa: perché libertà è mettersi in gioco e lottare, senza mai piegarsi, conscio delle difficoltà, ma orgoglioso del fatto che pur tra mille difficoltà, ti muovi da solo.

Continua…

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3 Responses to “Dialoghi sulla libertà. Parte II”

  1. zwitter Says:

    Chissà, forse uscirò “fuori tema”, ma in questo momento mi va e poi se si parla di libertà..Mi ritrovo a pensare a tante cose: Perchè ho smesso di scrivere da oltre un anno? Perchè la mia vita con le sue continue cadute e risalite deve sopraffare anche la mia creatività? Perchè mi sembra di vivere un perenne “vorrei ma non posso”?…Spesso vorrei aver solo la libertà di stare male, di soffrire, di piangere, di non giustificarmi con nessuno per la mia malinconia,di non recitare commedie per il piacere del prossimo, di mostrare con orgoglio la mia sensibilità, di vivere appieno la mia vulnerabilità…Eppure non si pùò…Colpa del cinismo imperante, del sentimentalismo mediatico e fasullo, del nichilismo fine a se stesso, del vuoto di senso.
    Può esistere oggi la libertà di esprimere un’emozione? Può sopravvivere la poesia?

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  2. Laura Says:

    Ora tocca a me: l’altra sera una cara amica mi ha presa alla sprovvista, mentre giocavamo a carte mi ha chiesto cosa intendessi per libertà. Non le ho risposto perchè pernsavo di essere libera di non farlo.
    Tornando a casa ci ho ripensato e mi sono chiesta se la libertà sia un concetto attuabile e se lo sia mai stato. Chi può definirsi veramente un essere libero? Chi può affermare di non annullarsi negli altri e di non farsi assorbire dal tessuto sociale?
    Potrei dire, qualcuno lo fa, che nel mio microcosmo sono un animale libero ed indipendente, ma mentirei a me stessa. Quante piccole situazioni intaccano silenziosamente la nostra libertà! Nemmeno ci accorgiamo di essere continuamente sedotti dal panorama estetico attuale, agiamo pensando di compiere il nostro volere.
    Paradossalmente non essere liberi è più semplice e confortante dell’esserlo.
    Ci sto: libero significa mandare a quel paese chiunque, sempre e ovunque: in un certo senso significa spontaneità. Ma, libero significa anche avere il coraggio e la forza di togliersi la maschera senza timore di mostrarsi realmente agli altri.
    Forse Pirandello prima di Goffman l’aveva capito: viviamo improgianati in ruoli che la società ci impone, corriamo e ci affanniamo per raggiungere la libertà, ma siamo delle marionette i cui fili sono tirati da qualcuno, qualcosa di invisibile che sta molto più in alto, recitiamo il copione di sempre.
    Qualcuno se ne accorge, si chiede e ci chiede che cosa sia la libertà e noi possiamo tentare di dare insieme una definizione, di trovare le parole più belle, ma chi potrà realmente raggiungere questo bene così astratto?
    Nessuno è in grado di superare le opinioni della gentte, ci annulliamo, ci azzeriamo nel pensiero altrui. Le responsabilità gravano sulla nostra schiena e ne siamo shiavi. La società è un sistema omogeneo abitato da un esercito di conformati all’idea-illusione di essere liberi.
    Chi riesce a strapparsi la maschera è un uomo solo: si paralizza in mezzo al palco, scende e diventa spettatore inerme e solitario di uno spettacolo che va avanti sempre allo stesso modo; rimane escluso dai giochi.
    Sono troppo pessimista?

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  3. Pierpaola Says:

    …personalmente questo tema mi è molto caro… e da quando cerco di camminare da sola lungo la mia strada ho potuto notare persone che sono sia libere che schiave nel contempo stesso. In una città grande come Roma, mi capita di vedere ogni giorno persone libere, e di sorridere nel momento stesso in cui incrocio i loro sguardi e di riflettere, ammettendo la loro libertà e rivalutando la mia. Mi sento libera di dire quello che voglio, che penso, i miei gusti su tante cose, da quando sono qui è come se dentro me prevalga la voglia di far sentire la mia, di dire a chi usa qualche parola di troppo “stai sbagliando…” o semplicemente far vedere quello che può essere il mio piccolo grado di libertà. Libertà è anche non essere schiavi di oggetti, pensieri, mode, usi, la possibilità di andare nella direzione opposta, sfidare la forza del vento e riuscire a sopravvivere alla bufera.
    Qui c’è tanta gente, di mille colori, ed è bello osservare i loro modi di fare, di vivere una vita in una cultura non proprio “aperta”, abituata a fare “di tutta l’erba un fascio…”… ; una cultura che sfugge alla storia, la nostra, e si rifugia cercando scuse che giustifichino le cose atroci che sono successe. Questo è un esempio di non libertà…
    Libertà è conoscere se stessi, è sapersi governare da sè, una piccola forma di anarchia, regolare ogni movimento e ogni piccola tensione sia fisica che psicologica. Libertà non è solitudine… è anche stare in mezzo alla gente, alle persone che si amano, ma senza avere limiti imposti da altri; è svegliarsi la mattina e non essere condizionati da ciò che per “routine” si fa… decidere anche di cambiare quella routine e di gestire il tempo in base alle esigenze del momento. Libertà è riuscire a programmare il proprio futuro,anche cosapevoli di volare troppo in alto… anche questa è una libertà, sognare… che poi siano sogni possibili o meno,quello si deciderà lungo il corso della vita, ma è comunque importante lasciare andare la mente dove le va di andare… senza frenarla…
    In conclusione mi vien da dire “Libertà… è partecipazione…”… e credo che non sia il caso dell’Italia…

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