Dialoghi sulla libertà. Parte III

Chissà se gettare la spugna, presi dallo sconforto, dalla rassegnazione e dalla tristezza è un segno di libertà. Chissà se quando ci si arrende dinanzi al marciume del sistema, quando ti senti dire “è meglio che cominci a cercare altro”, lo stai facendo da uomo/donna libero/a, o invece da uomo/donna frustato/a, che sa di aver lottato sperando che qualcosa cambiasse, ma il mondo gli è corso davanti lasciandolo nell’assoluta indifferenza e impotenza? Ecco, l’impotenza e l’incapacità di farcela da soli pregiudicano la libertà? Se non puoi farcela da solo, devi necessariamente chiedere una mano: farlo, significa essere debitori a vita con quel qualcuno? E se si è debitori a vita con qualcuno come si può essere liberi? Quando ci si muove in un sistema chiuso, fortemente gerarchico ed autoreferenziale, o se ne assumono le regole o si getta la spugna e si abbandono il ring. O forse c’è chi si illude, che a furia di stare sul ring a prendere colpi, non importa se alti o bassi, regolari o sotto la cintura, qualcosa cambi e che ogni tanto, non sempre ovviamente, vinca il migliore. Ma a che prezzo?

Per non crollare al tappeto devi restituire colpi bassi? E farlo è segno di libertà o debolezza, testardaggine o vigliaccheria? Se ne accetti le regole sei già corrotto e sleale, diventando come le persone che vorresti combattere e sconfiggere; d’altro canto abbandonare il ring perché non si accettano le regole, pur amando la boxe, significa fuggire dinanzi al nemico. Comunque sia la scelta, fuggire o restare, restituire colpo su colpo o incassare sino a quando si crolla, ciò che importa è la lealtà con la quale si combatte e si sceglie di stare a galla e non sprofondare sul tappeto per KO tecnico. Ma se il tuo avversario gioca scorretto, colpisce basso, corrompe il giudice di gara, che senso ha esseri onesti? O dai per scontato che perdi e dunque giochi correttamente, oppure se vuoi provare a vincere devi restituire i colpi bassi. La domanda allora è: che senso ha vincere? O meglio, che senso ha salire sul ring, quando sai che l’unica possibilità di vittoria è data dal gioco scorretto, perché l’onesta e la correttezza su quel maledetto ring non pagano. Già, non pagano. Allora che resta da fare?

Forse avevi ragione tu, vecchio amico di Cambridge: gettare la spugna, non salire sul ring e andar via, lasciando che niente cambi, lasciando che il ring sia popolato da comparse, da incontri truccati e da figuranti che cadono al tappeto o alzano le braccia al cielo, a comando . Eppure, caro amico, che soddisfazione sarebbe salire su quel ring e testardamente, con pazienza e tenacia, lottare onestamente e sperare di vincere un incontro. Poi sai che non diventerai mai campione del mondo, che non avanzerai, ma una vittoria l’hai portata a casa. Quella vittoria vale per te, quanto un titolo mondiale, perché ottenuta con il cuore e coltivando un sogno. Già, l’emozione di coltivare un’utopia.

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2 Responses to “Dialoghi sulla libertà. Parte III”

  1. valentina Says:

    Chissà se trovare un lavoro per cui il tuo titolo di studi è praticamente inutile, e quasi quasi ti devi vergognare di aver trascorso tanti anni della tua vita a farti il sederino a forma di sedia piuttosto che in palestra a rassodare il suddetto, sia segno di qualcosa…libertà, non libertà…mah!
    Forse si chiama semplicemente GAVETTA, o per dargli un nome meno fastidioso: esperienza!
    Detto questo saluto tutti e vi auguro una buona estate…lavorativa!!
    Valentina 🙂

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  2. Katy Says:

    Come ho già detto la libertà è rimboccarsi le maniche perché tutti siano più liberi. Per questo motivo voglio segnalarvi una petizione che a me sta molto a cuore. È l’ APPELLO SALVIAMO INGRID BETANCOURT CON IL NOBEL PER LA PACE promosso dall’Unità. Con questo appello si vuole chiedere un gesto forte alla comunità internazionale perché si punti il dito su un fatto, a mio avviso aberrante, la prolungata prigionia (oltre sei anni) della candidata franco colombiana Ingrid Betancourt. Sono già sei anni che questa donna, ormai ammalata, vive in una prigione in mezzo alla giungla rapita dalle FARC. Sono sei anni che la diplomazia internazionale fa poco o niente per risolvere una situazione insostenibile. Per questo motivo L’Unità ha deciso di mobilitarsi e mobilitare l’opinione pubblica affinché venga assegnato il Nobel per la pace alla Betancourt e far si che, come per tanti altri destinatari di questo nobel, la sua vita venga salvata. Per questo vi chiedo di sottoscrivere questo appello (link qui sotto, senza pensare a logiche di partito o di appartenenza politica, perché la libertà è un bene da salvaguardare, la libertà è partecipazione.

    http://petizioni.liberacittadinanza.it/petizione_betancourt/index_html

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