La condanna a morte di Sakineh e la manipolazione mediatica

Due brevi premesse, a scanso di equivoci. Sono contro la pena di morte. E sono contro il regime degli ayatollah in Iran. Ma vi sono alcune cose nella vicenda Sakineh che mi fanno riflettere e sono emblematiche del sistema mediatico e credo siano utili per capire come funziona, quella che io chiamo, la manipolazione mediatica.

Iniziamo dai fatti. Sakineh non è accusata solo di adulterio (inutile aggiungere che è barbaro accusare qualcuna/o per adulterio), ma anche di omicidio del marito (cosa un po’ più grave mi sembra). Dunque la condanna a morte (ed io resto contrario) è per omicidio e non perché ha passato una notte di follia con il suo amante. Mi chiedo: perché le stesse persone che scendono oggi in piazza, che cambiano la propria immagine del profilo facebook con quella di Sakineh, che vogliono difenderla a tutti i costi, non lo fanno per tutti gli altri condannati a morte sparsi per il pianeta? Forse una condanna a morte vale di più in Iran che negli USA, o in Cina o in Arabia Saudita? O forse perché i media nazionali e internazionali ti invitano, direttamente o indirettamente, a farlo? Come chiamare questo, se non manipolazione mediatica? Il gioco sembra essere questo: io difendo Sakineh perché tutti i media me ne parlano. Me ne fotto del sig. Ronnie Lee Gardner, condannato a morte negli Stati Uniti, ed ucciso lo scorso giugno con la fucilazione. Me ne fotto, perché i TG nazionali ed internazionali non ne hanno incessantemente parlato. E perché gli USA sono un Paese amico. Perché, oltre alla legittima difesa della vita di Sakineh, non avete anche pubblicato l’appello a salvare il sig. Ronnie Lee Gardner? Perché? La sua vita valeva di meno di quella di Sakineh? O morire per fucilazione è meno grave?

A proposito, e qui arriviamo al secondo punto: la lapidazione. Ahimè questa barbara pratica resta in vigore, come sanzione penale, in diversi paesi o regioni di paesi, tra cui, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Nigeria, il Pakistan, il Sudan, lo Yemen e nella provincia di Aceh, in Indonesia. Perché, allora, nessuna campagna stampa contro l’Arabia Saudita? Forse perché è nostro fidato partner economico e militare? O forse perché è in prima linea in una eventuale guerra all’Iran (ha già concesso gli spazi aerei per bombare Teheran)? Ma perché nessuno protesta contro il regime saudita dove alle donne è proibito anche semplicemente avere la patente e sono poco più (io direi: poco meno) di un oggetto?

Terzo: la faccenda Carla Bruni. Qui è un concentrato di disinformazione organizzata e mala fede. Le parole esatte pronunciate contro la première dame sono: “meriterebbe la morte” e non “deve morire”. Pur rimanendo parole forti e gravi, la differenza, si permetta, non è da poco. Ma soprattutto a scrivere queste parole non è un organo del governo, dunque ufficiale, ma un giornale di estrema destra. È come se qualche esternazione della Lega in Italia (e ne hanno dette tante e anche molto gravi) fosse riportata sulla stampa estera come la versione ufficiale del governo italiano (e qui, l’aggravante, è che la Lega è anche al governo…).

In breve: è giusto protestare contro la condanna a morte di Sakineh, ma è ipocrita farlo solo per lei. Secondo: il regime degli ayatollah è odioso (ed io sono andato a Parigi, lo scorso giugno per protestare), ma quello Saudita o degli Emirati Arabi non è da meno. I dossier contro di loro, per violazione dei più elementari diritti umanitari ci sono, ma passano in sordina, in secondo piano. Se uno di questi Paesi, ora alleati, dovesse essere considerato un paese nemico, i nostri TG ci parlerebbero ogni giorno del loro disgustoso regime e noi, come pecorelle, cambieremo la nostra immagine su facebook, mettendo quella di signor x (meglio se donna) ingiustamente condannata a morte, simbolo della barbarie di quel regime. Stiamo così dando il nostro assenso ad una eventuale guerra. Come successo (solo per rimanere gli ultimi anni) per l’Afganistan. Tutti conoscevano la brutalità dei talebani, ma sino a marzo 2001 venivano invitati ufficialmente negli USA. Poi, subito dopo l’11 settembre, tutti i nostri TG si sono riempiti di immagini delle torture dei talebani (che esistevano già da tempo) e tutti noi a dire: ma come sono cattivi i talebani: bombardiamoli. E così è stato. Stessa cosa con l’Iraq di Saddam. Sino a quando era alleato degli USA e dell’Occidente, si taceva sul suo regime (anzi lo si foraggiava), dopo è diventato un nemico (non entriamo nel merito) è allora una parte dell’opinione pubblica a dire: bombardiamo quel barbaro. E così è stato (a proposito dopo anni di guerra Obama riporta a casa una parte dei soldati americani. I Tg hanno detto: dopo 4000 morti. Si riferivano ai morti americani in Iraq: e i circa 100.000 iracheni morti a causa della guerra? Valgono di meno? Anche qui due pesi e due misure?).

Insomma nelle democrazia, dove la voce del cittadino è importante e dovendola ascoltare, si preferisce dire ai cittadini cosa, chi al governo (o ponte di comando come lo chiama Giulietto Chiesa) vuole sentirsi dire, in modo da dire: noi agiamo in nome tuo. Facciamo la guerra solo perché ce l’hai chiesto tu e solo perché non abbiamo alternativa e poi perché i diritti umani vanno sempre difesi. Ovunque nel mondo. E il caso Sakineh dimostra che l’Iran non rispetta i diritti umanitari, perché condanna a morte una persona (Come? Anche gli USA c’è la pena di morte? A già, è vero!).

La campagna mediatica contro l’Iran a questo serve: a dare il via libera ad un’azione di guerra, perché in fondo sono cattivi, uccidono le donne perché hanno tradito il marito e condannano a morte la donna Carla Bruni perché ha osato criticare l’Iran. Noi come pecorelle gli stiamo dietro, impariamo, giorno dopo giorno, ad odiare l’Iran. Pian piano impariamo a detestrali e poi, chissà, un domani accetteremo una guerra che ci verrà proposta come inevitabile, da noi voluta e soprattutto fatta per fini umanitari. E poi la giostra inizierà da capo con un altro Stato ora nostro alleato e sui cui crimini ora si tace ma che un domani potrebbe risultare un nemico e dunque quei crimini avranno importanza. (un po’, mi consenta, come i dossier di Berlusconi: lui ha un dossier per tutti. Se gli vai contro ti lancia una campagna mediatica contro e ci ritroviamo a parlare dei temi che lui mette in agenda: sia la cucina di Fini o la laurea di Di Pietro).

La manipolazione mediatica funziona anche così. E noi siamo le vittime. Detto questo spero che Sakineh si salvi. Così come mi piacerebbe che a salvarsi fosse anche Ali Hussain Sibat arrestato da Mutawa’een (la polizia religiosa saudita) e condannato a morte per stregonerie. Ali Hussain Sibat non ha ucciso nessuno, non ha rubato e non ha commesso reati. Eppure è stato condannato a morte e non mi pare che nessuno abbia messo la sua foto nel profilo di facebook. O sbaglio?

Eccola qua

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6 Responses to “La condanna a morte di Sakineh e la manipolazione mediatica”

  1. Sara Ravazzoli Says:

    Un breve commento. Premetto che mi è piaciuto molto quanto da te scritto e condivido quasi tutto. Solo, non si può dare per scontato che coloro che sostengono questa battaglia fossero assenti in passato e si siano dimenticati di tanti altri orrori in diversi posti o che ignorino la situazione di altri paesi, di cui forse Studio Aperto non parla ma altre fonti di informazione sì! Nè che siano indifferenti alla pena di morte negli USA come altrove. Nè tanto meno che siano pronti, in nome dei diritti umani, a giustificare interventi militari in un paese. E’ evidente, come dici, che molti si soffermano alle notizie del TG che resta comunque per noi, pubblico disattento, la principale fonte di informazione. Internet ci aiuta e noi ci aiutiamo a vicenda, diffondendo quanto più possibile le informazioni che i “manipolatori” tengono strategicamente segrete. A chi, come te, è più attento a vicende spesso dimenticate spetta l’arduo compito di aprirci gli occhi, senza sosta, ogni giorno. Nella vicenda in questione vorrei aggiungere che la sensibilità mia, e credo non solo, è stata toccata anche dalla consapevolezza della mancanza nel paese di garanzie e libertà (come gli eventi di cronaca dell’ultimo anno hanno dimostrato). C’è chi dice che la confessione dell’omicidio sia avvenuta sotto tortura. Non possiedo gli elementi per stabilire quanto sia vero ma son convinta che se un condannato a morte negli Stati Uniti necessita dell’appoggio di tutta la comunità internazionale, una condannata a morte (con morte estremamente barbara) in Iran meriti il doppio degli sforzi, proprio per compensare la mancanza di trasparenza che è nel paese una triste realtà. Condivido in pieno il messaggio di fondo del tuo articolo e lo prendo come imput a non lasciarsi plagiare e ingannare dall’informazione (purtroppo poco trasparente anche da noi) della televisione italiana. Grazie

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    • mragnedda Says:

      Sì hai ragione. Sono sicuro che molti che oggi si stanno impegnando nella battaglia per salvare Sakineh abbiano in passato partecipato ad altre manifestazioni e battaglie civili. Mi riferivo, però, ad un parte dell’opinione pubblica (la maggior parte) che si basa sulla TV e che segue l’agenda mediatica. Pensa al caso Sakineh perché è su quel caso che viene invitata a riflettere, mentre tralasciano molti altri temi, proprio perché i media li escludono dal nostro sistema cognitivo…secondo la classica, e mai tramontata, teoria dell’Agenda Setting

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  2. Michele Spanu Says:

    Come già scritto su Facebook, condivido solo in parte in parte la tua analisi. Nel mondo del giornalismo la scelta delle notizie avviene non solo su criteri razionali, ma anche sulla scia di emozioni che suscita la notizia. La condanna a morte di una donna per lapidazione, inpendentemente da tutto, suscita emozioni. Quindi alla base della portata globale del caso Sakineh non credo ci sia nessuna manipolazione internazionale, volontaria o involontaria, ma semplicemente una scelta giornalistica.
    Ti porto un piccolo esempio. In Cile ci sono 33 operai in fondo alla miniera di San Josè. Ne parlano tutti i giornali di tutto il mondo. Ogni giorno. La notizia ha molta più rilevanza rispetto a quella di 200 minatori che sono morti qualche mese fa in Cina. Eppure, in Cile nessuno è morto.
    In base a un criterio puramente razionale, dovrebbe essere molto più importante la notizia dei minatori morti in Cina. Eppure il fattore emotivo è capace di stravolgere tutto. Anche la priorità delle notizie. E penso che alla base del caso Sakineh ci sia lo stesso fattore… Forse la mia analisi è un po’ grossolana, ma ti assicuro che nel mondo giornalistico l’emotività di una notizia detta le reole del gioco. Molto più delle “campagne mediatiche” contro l’Iran…

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  3. Martina Says:

    Massimo
    ho letto con moltissimo interesse la tua analisi. Mentre leggevo, pensavo: “mi sta togliendo i pensieri di cervello” 🙂
    Proprio l’altro ieri ne parlavo in ufficio con le colleghe negli stessi termini con cui ne parli tu, loro inorridivano e mi dicevano: ma tu sei contro la pena di morte veeero? Certo che sono contro la pena di morte, ma sono contro l’ipocrisia anche.
    Posso condividere questa disamina su fb vero?
    Un abbraccio
    M.

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    • mragnedda Says:

      Cara Martina, sono contento che il mio articolo ti sia piaciuto.
      Certo che puoi condividerlo. Anzi mi fa piacere.

      Massimo

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