Se per un giornalista porsi le domande è legittimo e doveroso, perché spesso non lo fa?

Massimo Ragnedda (Tiscali)
In una precedente riflessione ho cercato di spiegare il mio punto di vista sul dovere etico e deontologico da parte dei giornalisti di porsi e porre domande, prendendo come esempio la morte di Bin Laden piena zeppa di punti controversi e lacune che buona parte dei media non ha affrontato. I dubbi si avanzano anche per essere confutati, proprio per non lasciare troppe zone d’ombra: d’altronde, il compito del giornalista è far luce sugli eventi. E sul caso Bin Laden, mi sia concesso, ci sono ancora troppe zone oscure, segno evidente che qualcosa non ha funzionato nel sistema di informazione. Molti giornalisti hanno preferito accettare e riproporre acriticamente la versione ufficiale offerta. Fare e farsi domande, dicevo, non significa essere complottisti, ma giornalisti, oltre che buoni cittadini. La deontologia professionale, ribadisco, dovrebbe spingere tutti i giornalisti che non vogliano trasformarsi in megafoni del potere o in scrivani di regime, a porre domande e a vigilare sulla democrazia. In fondo, qui si annida una delle differenze cruciali tra la democrazia e il totalitarismo. Read the rest of this entry »

Porsi delle domande non significa essere complottisti, ma essere giornalisti

Massimo Ragnedda, articolo pubblicato su Tiscali Opinioni
Per porsi delle legittime domande non bisogna essere complottisti: basta essere giornalisti. In realtà basta essere persone di buon senso, dotate di uno spirito critico, che non accettano passivamente la versione ufficiale delle cose proposta dai main stream media. È legittimo porsi domande: anzi è il sale della democrazia. Pensiamoci: che male c’è, di fronte a delle evidenti contraddizioni o incongruenze, a porsi delle semplici domande? Che male c’è nel farsi qualche domanda, ad avanzare qualche dubbio? È forse un reato dissentire? È forse un crimine mettere in discussione la versione ufficiale delle cose?
Spesso accettiamo la versione “ufficiale” proposta, soprattutto su grandi e complessi temi, per comodità e semplicità. È infatti molto più comodo abbracciare la “verità ufficiale” senza doverla necessariamente mettere in discussione. È molto più semplice credere alla verosimile trama proposta alla tv, soprattutto quando è raccontata con note ufficiali da persone alle quali abbiamo dato la nostra fiducia. A volte preferiamo non sapere, non andare oltre la cortina di superficialità delle cose raccontate, per paura di conoscere: la verità fa male, recitava una vecchia canzone. A volte, invece, non abbiamo le energie e le forze per mettere in discussione il tutto perché, in fondo, pensare stanca. È per questo che c’è chi preferisce non indagare e accetta passivamente, come spettatore del suo stesso mondo, la verità “ufficiale”. Infine, spesso, non si hanno gli strumenti cognitivi, le competenze e il tempo per mettere in dubbio quanto sentito alla TV. Come cittadino può anche essere un mio diritto. Read the rest of this entry »

Guerra e comunicazione

Video editoriale per Megachannel Zero

Bin Laden. Ombre e sospetti sulla morte di una star

Immagine contraffatta della morte di Bin Laden

Massimo Ragnedda (Area 89)

Lo sceicco del terrore è morto. A dirla tutta non ho mai creduto all’esistenza (in carne ed ossa) di Bin Laden, ma solo alla sua esistenza mediatica, e perciò ancora più reale. Lui viveva in quella che Baudrillard definiva iperrealtà, ovvero un mondo che, paradossalmente, pur non essendo reale è più reale del reale. Un mondo dove finzione e realtà si perdono, si mescolano, dove reale e irreale, come in gioco di parti, si confondono. Bin Laden, un po’ come il Goldstein di Orwell, viveva nella TV e nell’immaginario collettivo, pronto a fare la sua comparsa in ogni momento, per incutere timore e terrore. Tecnicamente parlando era un terrorista: terrorizzava l’opinione pubblica, era un’icona del male carica di valori. Non un una delle tante icone, ma il simbolo del male per eccellenza: Bin Laden era il male. Ecco perché le feste di giubilo negli Stati Uniti, la folla irrazionale che scende in piazza, piange, si esalta per la morte del male. Il bene ha trionfato: onore agli eroi, le forze speciali statunitensi. Onore al capo delle operazioni: il comandante supremo, Obama. Come nel più classico dei film hollywoodiani. L’uomo più ricercato del pianeta, ucciso con un colpo alla nuca, dopo 10 anni di latitanza (perché non catturarlo? D’altronde la sua immagine sbeffeggiata, come venne fatto con quella di Saddam, avrebbe umiliato e affossato ancora di più il simbolo del male: invece, così, oltre al sospetto della sua morte, gli è stato concesso l’onore delle armi. Bin Laden è morto opponendosi ai suoi nemici, morto combattendo. Un eroe, perciò, per alcuni). Certo non vedremo mai il suo corpo; è stato sepolto in mare (ma non si dovrebbe dire inabissato?) secondo un inesistente rito islamico. La prima foto fatta circolare era un banale fotomontaggio del 2006. Vedremo altri video e foto, che pur non facendo vedere niente, diranno tutto. Incongruenze notano alcuni. Dettagli marginali secondo altri. Ma non è questo che, ora, mi interessa. La vera domanda che mi pongo è: non tanto se e come sia morto (fisicamente) ma perché sia stato ucciso mediaticamente proprio ora. Read the rest of this entry »

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