Porsi delle domande non significa essere complottisti, ma essere giornalisti

Massimo Ragnedda, articolo pubblicato su Tiscali Opinioni
Per porsi delle legittime domande non bisogna essere complottisti: basta essere giornalisti. In realtà basta essere persone di buon senso, dotate di uno spirito critico, che non accettano passivamente la versione ufficiale delle cose proposta dai main stream media. È legittimo porsi domande: anzi è il sale della democrazia. Pensiamoci: che male c’è, di fronte a delle evidenti contraddizioni o incongruenze, a porsi delle semplici domande? Che male c’è nel farsi qualche domanda, ad avanzare qualche dubbio? È forse un reato dissentire? È forse un crimine mettere in discussione la versione ufficiale delle cose?
Spesso accettiamo la versione “ufficiale” proposta, soprattutto su grandi e complessi temi, per comodità e semplicità. È infatti molto più comodo abbracciare la “verità ufficiale” senza doverla necessariamente mettere in discussione. È molto più semplice credere alla verosimile trama proposta alla tv, soprattutto quando è raccontata con note ufficiali da persone alle quali abbiamo dato la nostra fiducia. A volte preferiamo non sapere, non andare oltre la cortina di superficialità delle cose raccontate, per paura di conoscere: la verità fa male, recitava una vecchia canzone. A volte, invece, non abbiamo le energie e le forze per mettere in discussione il tutto perché, in fondo, pensare stanca. È per questo che c’è chi preferisce non indagare e accetta passivamente, come spettatore del suo stesso mondo, la verità “ufficiale”. Infine, spesso, non si hanno gli strumenti cognitivi, le competenze e il tempo per mettere in dubbio quanto sentito alla TV. Come cittadino può anche essere un mio diritto.
Ho il diritto, quando espressamente dichiarato, di non essere informato su alcuni temi (io, ad esempio, rivendico il diritto a non essere informato sul matrimonio reale del principe inglese e non voglio sapere – vi prego non ditemelo – se e dove faranno la luna di miele. È un mio diritto, o no?). Posso anche decidere di non informarmi su questioni vitali quali l’11 settembre, la crisi finanziaria, l’aggiotaggio, le ragioni che stanno dietro una guerra e la morte di Bin Laden (giusto per citare qualche esempio), ma una volta che decido di farlo, ascoltando e leggendo le informazioni sui principali media di informazione, devo fidarmi dei giornalisti e della loro professionalità.
Perché, infatti, dovrei pormi mille domande su tutto? Se mi han detto così, così sarà: perché dovrei dissentire e metterlo in discussione? È il loro dovere quello di informarmi correttamente, perché allora avanzare dubbi? Dobbiamo fidarci. Se mi sottopongo ad una visita medica devo fidarmi delle competenze del dottore (non posso ogni volta chiedere di visionare il suo curriculum); se prendo l’autobus sono sicuro che l’autista abbia la patente e non posso chiedergli di esibirla ogni volta, così se ascolto la TV (in Italia circa 30 milioni di persone si informa solo attraverso la TV) devo fidarmi della buona fede dei giornalisti. Il nostro sistema si basa sulla fiducia reciproca.
Dunque, come il medico ha il dovere di informarmi sulle mie condizioni di salute, proprio perché mi fido di lui e perché io non ho le sue competenze teorico/pratiche, anche il giornalista deve informarmi su ciò che mi accade intorno. Se il medico percepisce delle incongruenze nelle mie analisi disporrà ulteriori accertamenti, si porrà delle domande, avanzerà dei dubbi. Fa il suo dovere, lo fa nel rispetto della sua deontologia professionale e nel rispetto del paziente che ha riposto in lui la fiducia. Stessa cosa deve fare il giornalista. Se vi sono incongruenze, se qualcosa non è chiaro, dovrebbe porsi qualche domanda in più, dovrebbe evidenziare queste anomalie. Deve vigilare. Gli anglosassoni lo chiamano watchdog for citizen rights, ovvero l’agire da parte del giornalismo come cane da guardia dei diritti dei cittadini per ergersi a contraltare del potere politico. Il giornalismo deve, appunto, vigilare e porre domande e non essere megafono della versione ufficiale. Altrimenti non è un contraltare del potere, ma la sua cassa di risonanza.
Il giornalismo, sul caso della morte di Bin Laden ad esempio, avrebbe dovuto vigilare e porsi qualche domanda in più. Tutta la ricostruzione ufficiale è piena di lacune, contraddizioni e manipolazioni. Dire questo non significa essere complottisti, ma semplici giornalisti che fanno il loro dovere, proprio nel rispetto dei cittadini che in loro pongono la fiducia. Non porre e porsi domande significa tradire questa fiducia.
Elenco, qui di seguito, alcuni dubbi (senza dietrologia e/o grandi macchinazioni) che i principali telegiornali e giornali italiani (e in buona parte anche esteri) non hanno avanzato. Alain Chouet, ex capo dell’antiterrorismo francese, dinanzi alla Commissione degli Affari Esteri del Senato, il 29 gennaio 2010 ha dichiarato: “sul piano operativo al-Qa’ida è morta in quelle tane per topi di Tora-Bora nel 2002”. Perché la tv non ha riportato questa notizia che entra in contraddizione con la versione ufficiale che vede al-Qa’ida come ancora operativa e pronta ad attaccare in ogni momento? Perché la foto contraffatta di Bin Laden morto ha fatto il giro del mondo, senza che nessuno si preoccupasse di verificarne l’autenticità? Quella foto, falsa e ritoccata, circolava già da 4 anni. Nessun grande media ha smascherato la cosa, ma lo ha fatto peacereporter.
Perché Bin Laden non è mai stato ufficialmente indagato, nel sito dell’FBI, in relazione agli attentati dell’11 settembre?
Perché Bin Laden è stato buttato in mare senza concedere la possibilità a chicchessia di verificare la sua “reale”, e non solo mediatica, morte? Non sarebbe stato più semplice e doveroso nei confronti dell’opinione pubblica e delle vittime dell’11-9 – anche senza mostrare in TV per non offendere (SIC!) i telespettatori – chiamare alcuni giornalisti internazionali, presenti in Pakistan e Afganistan, portarli nella stanza dove custodivano Bin Laden e dar loro la possibilità di essere testimoni? È mai possibile, come hanno scritto alcuni giornalisti riportando la versione ufficiale senza porsi troppe domande, che le informazioni utili alla cattura di Bin Laden giungessero dal carcere di Guantanamo (la prigione più protetta e isolata al mondo) da detenuti in isolamento da anni? Come facevano, persone che non parlano con nessuno da qualche lustro, a sapere dove fosse Bin Laden? Infine, perché nessuna tv ha riportato le dichiarazioni di Benazir Bhutto, ex primo ministro del Pakistan che in una intervista del 2 novembre 2007 (poco prima di essere assassinata) sosteneva che Osama Bin Laden fosse stato ucciso da Omar Sheikh, (ex collaboratore dei servizi segreti pachistani)?.
Questi sono dubbi, solo legittimi e semplici dubbi. Non avanzo nessuna teoria dietrologica, né ricostruzioni fantasiose. Dubbi, solo legittimi dubbi che mi vengono in mente. Porsi queste domande non significa, e lo ribadisco, esseri complottisti, ma semplicemente giornalisti che fanno il proprio dovere. O cittadini che non si accontentano della verità precostituita, proprio perché hanno perso la fiducia nei confronti di un giornalismo spuntato.
12 maggio 2011
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One Response to “Porsi delle domande non significa essere complottisti, ma essere giornalisti”

  1. Alessandro Says:

    Ho letto questo articolo su un altro sito, ma mi sembra più corretto rispondere qui.
    Condivido la prima parte, anche se la mia opinione è che non sia un problema di fiducia riposta in chi ci fornisce un “servizio” (giornalista o autista del bus), quanto di responsabilità personale di chi il servizio lo esegue: se non risponde a nessuno di ciò che fa, dovrebbe decadere dal suo ruolo. Il giornalista, in Italia, al pari di tante altre professioni (politici, in primis, ma anche professori universitari, giudici, insegnanti etc.) non risponde dei propri errori, e ancora di più evita di farne affidandosi ad un modo di intendere la professione come di “svolgere una pratichetta”, senza esporsi più di tanto per non inimicarsi editore/politico/pubblico (quest’ultimo in piccolissima parte).
    In realtà, alla fin fine, questo pressapochismo fa il paio con i presunti smascheratori dei cattivi giornalisti, di cui questo articolo è un po’ l’esempio: altri sono l’inossidabile Giulietto Chiesa, il fantasioso Mazzucco etc. etc.

    Per quanto riguarda i dubbi riportati:
    1) Le osservazioni di Chouet: incredibile a dirsi, forse, ma le persone hanno delle opinioni, e queste opinioni potrebbero non essere condivise dalla maggior parte della comunità di riferimento. Succede nella scienza, non vedo perché non dovrebbe accadere nello studio di feonomeni aleatori come il terrorismo. Diversi pensatori americani, esperti di terrorismo di tutto il mondo si sono interrogati sull’esistenza, capillarità e consistenza di Al Qaeda, con articoli e dibattiti, e alla fine il pensiero predominante identifica Al Qaeda con una rete orizzontale non strutturata, stile franchising del terrore. Beh? Qual è allora la grande rivelazione di Chouet? Nessuna. A meno che non la legga un complottista: allora diventa una “scomoda verità”. Perché non vedo in che modo l’opinione di un direttore di dipartimento antiterrorismo francese sia automaticamente più rilevante del suo omologo inglese, americano, israeliano o cileno.
    2) la storia della foto è il massimo esempio dell’arretratezza del giornalismo italiano (ma non solo). D’altra parte, è stata smascherata subito da decine di siti inglesi ed americani (prima ancora di peacereporter), è stata subito smentita dall’amministrazione americana. I complottisti hanno fatto come chi invece l’ha rilanciata: invece di verificare la fonte della foto, hanno subito tacciato gli USA di aver spacciato una foto falsa, mentre è stata autonomamente trasmessa da una tv pachistana, magari da un dipendente troppo zelante.
    3) E’ noto che, nonostante Bin Laden abbia apertamente rivendicato l’attentato alle Torri Gemelle, mancava la prova evidente che gli attentatori avessero agito sotto i suoi diretti ordini. La mancanta inclusione dell’attentato dell’11 settembre tra le motivazioni del suo mandato di cattura è una questione in punto di diritto, non vedo cos’altro ci sia di strano. Cosa proverebbe? Se gli USA hanno falsificato, secondo i complottisti, decine e decine di prove, che senso avrebbe lasciare, nel posto più pubblico del mondo, una prova a discapito (sempre che così la si voglia considerare)?
    4) radunare giornalisti preventivamente, mettendo a rischio la missione? radunarli dopo, e magari le analisi del DNA avrebbero smentito l’identità, con grande figuraccia? e come avrebbero dovuto radunarli successivamente? La salma è stata portata direttamente su una nave (che stanza??). La morte è stata confermata dalla moglie, dai figli, da militanti di Al Qaeda, se non vogliamo credere alla fonte unica della notizia (ovvero gli USA). E nonostante questo continuano i dubbi. Diciamo allora che gli eventuali giornalisti presenti sarebbero stati tacciati di collaborazionismo con gli USA, se avessero confermato la versione ufficiale: perché a chi non crede a prescindere (e c’è chi non crede all’esistenza stessa di Bin Laden, per cui la questione sull’identità del morto mi pare di lana caprina) non sarà sufficiente neanche la prova del costato.
    5) i giornalisti scrivono, ma bisogna leggere cosa scrivono: ovvero che da Guantanamo è uscito solo il nome di battaglia di un referente di Bin Laden, ed attraverso l’identificazione di questi si è risaliti a catena al luogo dove si presumeva si nascondesse, e tutto questo ha richiesto un paio d’anni. Ma, appunto, bisogna leggere i giornali.
    6) le affermazioni della Bhutto:
    http://undicisettembre.blogspot.com/2008/01/giulietto-chiesa-e-la-rivelazione-di.html
    http://undicisettembre.blogspot.com/2011/05/la-pre-morte-di-osama-bin-laden.html
    Come già accaduto per Cheney, per Bush, per altre decine di persone: i complottisti si attaccano alla mezza frase, al lapsus, per trovare conferme inesistenti a teorie incosistenti. Ma, appunto, un bravo giornalista verifica la fonte, e la incrocia con altre dichiaraizoni/fatti/evidenze, proprio perché l’errore è alla portata di tutti, anche di esperti oratori come Benazir Bhutto. I cattivi giornalisti, come i complottisti, invece si accontentano della versione che più gli aggrada, o che richiede meno fatica riportare.
    In questo caso, un banalissimo lapsus: “Osama Bin Laden” invece di “Daniel Pearl”.

    Proprio perché sono dubbi, chiunque – giornalista o meno – potrebbe semplicemente verificarli. Ma, appunto, costa fatica.
    E poi, se non si è responsabili delle proprie parole di fronte a nessuno, a che pro sprecare tante energie?

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