Se per un giornalista porsi le domande è legittimo e doveroso, perché spesso non lo fa?

Massimo Ragnedda (Tiscali)
In una precedente riflessione ho cercato di spiegare il mio punto di vista sul dovere etico e deontologico da parte dei giornalisti di porsi e porre domande, prendendo come esempio la morte di Bin Laden piena zeppa di punti controversi e lacune che buona parte dei media non ha affrontato. I dubbi si avanzano anche per essere confutati, proprio per non lasciare troppe zone d’ombra: d’altronde, il compito del giornalista è far luce sugli eventi. E sul caso Bin Laden, mi sia concesso, ci sono ancora troppe zone oscure, segno evidente che qualcosa non ha funzionato nel sistema di informazione. Molti giornalisti hanno preferito accettare e riproporre acriticamente la versione ufficiale offerta. Fare e farsi domande, dicevo, non significa essere complottisti, ma giornalisti, oltre che buoni cittadini. La deontologia professionale, ribadisco, dovrebbe spingere tutti i giornalisti che non vogliano trasformarsi in megafoni del potere o in scrivani di regime, a porre domande e a vigilare sulla democrazia. In fondo, qui si annida una delle differenze cruciali tra la democrazia e il totalitarismo.
Detto questo, mi chiedo, da analista del mondo dei media, cosa spinga alcuni giornalisti a rinunciare al proprio dovere di interrogarsi su molte questioni delicate, quali guerre, speculazioni finanziarie, terrorismo internazionale, rinunciando, così, al proprio ruolo di “cani da guardia” della democrazia. Provo, qui, a dare una prima parziale e timida risposta a questa complessa domanda, promettendo, già da ora, che ritornerò su questo punto, perché un tema così complesso non può essere liquidato in poche righe.
Iniziamo dalle cose più semplici. Innanzitutto, molti giornalisti, in assoluta buona fede, accettano la versione ufficiale per mancanza di altre informazioni o perché non conoscono la situazione: non avendo diretto accesso ai fatti devono fidarsi delle fonti. Ovviamente, più la fonte è autorevole più facile sarà per i giornalisti “accettare” la versione ufficiale offerta e pubblicarla come un dato di fatto.
Questo eccesso di fiducia, ad esempio, ha portato molti giornalisti ad accettare come vere le false informazioni sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, presentate al pubblico come un fatto oggettivo. Faccio un altro esempio: durante i 78 giorni di guerra contro la Repubblica Federale Jugoslava nel 1999, in quella che impropriamente e con un ossimoro viene definita “guerra umanitaria” (mi sono sempre chiesto come possa una guerra definirsi umanitaria), la Nato aveva allestito due brifieng al giorno con gli inviati delle principali testate occidentali, uno a Bruxelles ed uno a Washington, dove dispensava informazioni, video e dati ad uso e consumo dei media occidentali. I giornalisti accreditati, proprio perché avevano la necessità di “raccontare” la guerra e, non avendo diretto accesso al campo, raccontavano l’evento attraverso le informazioni provenienti esclusivamente da una delle parti in causa, ovvero la Nato, rinunciando così al loro dovere di essere superpartes.
Questo primo punto si collega al secondo, ovvero alla velocità dell’informazione e alla necessità di aggiornare di continuo le proprie news. Se ho l’esigenza di pubblicare qualcosa su un fatto importante, accetto senza tergiversare la versione dei fatti proposta dalle autorità. Sulla morte di Bin Laden, ad esempio, si è accettata, senza verificarne l’autenticità, la foto contraffatta del suo volto. Tutti i grossi media, indistintamente, hanno pubblicato quella foto falsa, perché avevano la necessità di mostrare un’immagine “forte” che confermasse la notizia. Questo modo di procedere si pone alla base di un sistema a catena per cui la garanzia di autenticità è data dal numero di testate che pubblica l’immagine o la notizia. Stessa cosa vale per le informazioni: una parte delle informazioni circolate all’inizio sono state poi smentite, ma quello che conta è, come gli strateghi delle Public Relation ci insegnano, arrivare per primi e conquistare le prime pagine. Parafrasando McLuhan si potrebbe dire che la velocità è il messaggio. Una volta che l’opinione pubblica si è formata e solidificata è difficile provare a scalfirla e chi lo fa, magari facendosi qualche domanda scomoda, può facilmente essere accusato di complottismo o dietrologia perché non si allinea al pensiero degli altri.
Arriviamo così al terzo punto: ovvero all’autocensura e alla paura di essere etichettati come complottisti e dietrologi. Un giornalista, infatti, può volutamente scegliere di non fare troppe domande proprio per non uscire dal coro e per paura di essere bollato come un paranoico complottista, sia dai colleghi sia dai lettori. L’autocensura può, però, avvenire anche in relazione alla pubblicità. Se l’azienda “X” finanzia il mio giornale comprando spazi pubblicitari, è molto improbabile che io faccia un’inchiesta proprio su quella azienda per indagare (magari) sul possibile sfruttamento del lavoro minorile in un Paese asiatico. Preferisco non dire niente, autocensurandomi, per sopravvivere sul mercato. Non solo: alcune grosse agenzie di intermediazione pubblicitaria richie¬dono esplicitamente, per vendere gli spazi pubblicitari, che il “clima ideale” del giornale, all’interno del quale inserire la pubblicità, sia quello asettico, non aggressivo e privo di forti critiche. I giornali gratuiti distribuiti sulla metro hanno proprio questo intento: offrire dei giornali zeppi di pubblicità e con informazioni molto light, mai controverse o critiche, che danno la parvenza di informare, ma in realtà vendono un pubblico agli inserzionisti.
Arriviamo al ruolo dell’editore che, spesso, influisce sulla linea editoriale. Se questa fosse troppo critica, potrebbe anche causare qualche “incidente diplomatico” o avere ricadute economiche. Se, ad esempio, i giornalisti della testata o della televisione “X” ponessero troppe domande sulla guerra in Libia (perché siamo in guerra? Quali interessi, politici, economici e militari si celano dietro questa aggressione militare? Chi farà gli accordi sul petrolio e sul gas? Qual è il ruolo della Cina?) i rapporti tra i proprietari del medium e l’establishement politico-economico che “ha deciso la guerra” si raffredderebbero e questo potrebbe andare a tutto svantaggio dell’editore-imprenditore.
Tra le conseguenze di un atteggiamento troppo critico (ergo, fare domande scomode) vi può essere il ritiro dell’“accredito”, ovvero il divieto di accesso ai luoghi di potere e decisionali, cosa che priverebbe il giornalista della fonte principale dalla quale trae le informazioni. Ad esempio, uno studio del 1991 mette in evidenza come le citazioni del New York Times provengono per il 79% da fonti del governo o di organizzazioni in qualche modo ad esso affiliate, e solo l’1% da fonti indipendenti. Questo continuo contatto tra i giornalisti e le fonti può far sì che si instauri un rapporto empatico tra la fonte e la redazione che deve pubblicare la notizia: rapporto che va ben al di là di un semplice rapporto professionale e che può condizionare i giornalisti non solo per le informazioni che hanno ma anche per come le danno. Il rischio di perdere l’accredito e non poter così seguire le conferenze stampa, ad esempio, può indurre il giornalista a “limare”, preventivamente e per salvare il rapporto con le fonti, i propri pezzi.
Un ultimo punto su cui vorrei porre l’accento riguarda il ruolo della propaganda. I giornalisti sono spesso i principali bersagli della propaganda – una forma particolare di propaganda definita “treetops propaganda” – così da diventare, inconsapevolmente, essi stessi cassa di risonanza della propaganda. I giornalisti, come tutti gli esseri umani, sono influenzati dal contesto sociale nel quale vivono e a loro volta lo influenzano. Le scuole di giornalismo insegnano, tra le altre cose, a raccontare i fatti separandoli dalle proprie personali opinioni, ma è assai difficile non portare dentro i propri “pezzi”, le proprie convinzioni e credenze. E se io, giornalista – per tornare all’esempio della guerra civile nell’ex Jugoslavia – credo alla semplificazione costruita ad hoc dai propagandisti (pagati dai croati e dai bosniaci) del “buono contro cattivo”, della “vittima contro il carnefice”, allora non ho difficoltà a pubblicare la notizia secondo cui la Strage del mercato del 6 febbraio 1994 a Sarajevo è stata commessa dai serbi (notizia successivamente smentita).

Sono io giornalista ad essere vittima della propaganda e riporto, in buona fede e magari enfatizzandola, una notizia falsa, perché io la credo vera. Anche la cosiddetta Strage del Pane del 28 agosto 1995 sempre a Sarajevo è stata, senza prove evidenti, addebitata ai serbi. Anche in quel caso i giornalisti di mezzo mondo non hanno verificato l’attendibilità dell’informazione e hanno enfatizzato la crudeltà dei serbi, agendo più da tifosi che non da professionisti dell’informazione. A tutto svantaggio della deontologia professionale e della qualità dell’informazione. Questi sono alcuni dei motivi che possono spingere, volutamente o meno, i giornalisti a non porre e porsi troppe domande; chi invece lo fa rischia di essere liquidato come un complottista, mentre spesso fa solo il proprio lavoro, nel pieno rispetto della sua professione e dei lettori.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: