Comunicazione e informazione sono armi del dominio e del potere

di Massimo Ragnedda (Tiscali)

La principale battaglia nella nostra società è quella per la conquista delle menti. Da sempre la comunicazione e l’informazione sono armi del dominio e del potere (ma anche del contropotere), ma mai come ora la capacità di costruire consenso è fondamentale per imporre le regole che governano le istituzioni della società. Il potere, dunque, si esplica, anche e soprattutto, attraverso la capacità di plasmare le menti (Castells 2009). Infatti il modo in cui noi pensiamo influisce e determina le leggi, i principi e i valori su cui le società si fondano; il modo in cui noi pensiamo determina come agiamo, sia singolarmente che collettivamente.  La vera sfida dell’èlite al governo  – che non necessariamente coincide con i politici al governo, quelli democraticamente eletti, anzi spesso trae vantaggio dallo stare nell’ombra – sta nel riuscire ad imporre, grazie alla comunicazione, il pensiero unico, ovvero, per usare le parole di Ignacio Ramonet “la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universalisti, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale” (2004: 48).

Questa tecnologia del consenso sociale, abilmente costruito con la ridondanza e la trasversalità dei messaggi, è affidata di volta in volta ai tanti opinion leaders, all’industria culturale e ai mass media, alle riflessioni dei tanti autorevoli esperti che presentano un’unica visione delle cose, quella politically correct, che non urta, quella che non turba. I concetti chiave del pensiero unico si basano essenzialmente sugli aspetti economici e sul ruolo dell’economia come guida della nostra società. Il pensiero unico esalta l’onnipotenza del mercato e ce la fa accettare come inevitabile.

 

Questo processo egemonico si articola mentre si forma e crea le proprie istituzioni man mano che si “sviluppa”, dal G8 alla Banca mondiale, dai miti hollywoodiani ai “loghi” intesi come universi simbolici. Il mercato fa il suo corso sino a determinare lo sviluppo di un Paese. Gli accordi commerciali vengono considerati la base del processo di democratizzazione di un Paese. Siamo dinanzi ad un processo che colpisce e svuota i soggetti politici classici e le loro istituzioni e che priva gli organismi nazionali (liberamente eletti) del proprio potere decisionale. Uno Stato che accetta le direttive imposte dai grandi organismi internazionali – WTO, Banca Mondiale, FMI, le agenzie di Rating eccetera – che non pone ostacoli al “normale corso del mercato”, che ne recepisce le leggi, viene aiutato e sorretto (non solo economicamente) dall’estero. Chi si oppone è oggetto di ritorsioni politiche, economiche e spesso anche militari (in quest’ottica devono essere intese alcune delle recenti guerre umanitarie o alcuni tentativi di rivoluzioni “pilotate”).

 

Concetti come “mercato del lavoro più flessibile”, “riforme delle pensioni”, “moneta forte”, “crescita del PIL”, “aumento dei consumi” e così via, sono entrati nel nostro lessico quotidiano, come elementi imperanti e imprescindibili di qualsiasi azione di governo. E questo, grazie al lavoro sotterraneo e lento dell’industria culturale e della pubblicità, dei film e dell’informazione: in una parola grazie alla comunicazione. Il mercato, con le sue leggi e il suo corso, è riuscito a farsi accettare e desiderare; e lo ha fatto presentandosi con il volto suadente del progresso. Il “libero mercato”, nell’ottica neoliberista, che dovrebbe estendere i diritti e la democrazia, in realtà, rende schiavo il sistema democratico stesso. Infatti, tutti devono recepire le leggi imposte dal mercato, indistintamente dal colore o fazione politica. Chiunque si veda investito del potere popolare di governare, deve necessariamente mettere mano al mercato del lavoro per renderlo più flessibile ed adattarlo al mercato che cambia. È il “mercato che lo impone”: non accettare questo diktat significa porsi volontariamente fuori dal circuito internazionale che conta. Allora ecco che la politica diviene “schiava” dell’economia e chi liberamente eletto deve sottostare alle leggi ferree imposte da chi, non democraticamente, siede nei posti di potere. Maggiore flessibilità significa anche e soprattutto minori diritti sindacali per i lavoratori, minore tutela e sicurezza del posto di lavoro. Lavoro flessibile significa anche e soprattutto «una ferita dell’esistenza, una fonte immeritata di ansia, una diminuzione di diritti» (Gallino 2001: 22). Affermando questo si rischia di essere considerato “anacronistico”, fuori dai tempi, fuori moda: e questo, oggi, è un peccato mortale.

 

La nuova egemonia – che grazie ai media viene “accettata” come naturale dall’opinione pubblica  e sembra esistere in virtù di un potere indiscutibile – è ora una forza transnazionale, che travalica i confini dello Stato e si perde nella sua internazionalità. Le scelte che influenzano realmente la nostra quotidianità, vengono prese in sedi e da soggetti di cui spesso si ignora anche l’esistenza. Mentre da una parte si decantano le lodi di un sistema di democrazia rappresentativa, dove i cittadini sono chiamati a votare ed eleggere così i propri rappresentanti, dall’altra non si parla dei meccanismi di autoperpetuazione degli interessi privati. Non si da risalto alle regole di nomina dei governatori delle Banche centrali, dei dirigenti del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale o si tace, cosa tanto sconosciuta quanto preoccupante, sull’esistenza di società private che certificano anche i bilanci pubblici, le cui valutazioni determinano, in misura tutt’altro che secondaria, il grado di affidabilità di un Paese.

 

Sono queste istituzioni e questi personaggi, in parte oscuri, che determinano l’andamento dell’economia reale e influenzano in maniera diretta le scelte economiche e politiche dei governi democraticamente eletti. Sono queste istituzioni e persone (quella ristretta èlite al potere) che decidono se un Paese deve fallire o meno, quanti milioni di disoccupati ci devono essere, quali servizi devono essere privatizzati e così via. Non si può affidare al solo momento elettorale la protezione efficace dei cittadini dagli abusi di potere, poiché il voto, da solo, non basta per garantire i cittadini dall’uso arbitrario del potere. La difesa dei diritti passa anche attraverso la libera informazione: per questo potere e contropotere si scontrano anche nel mondo mediatico.

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2 Responses to “Comunicazione e informazione sono armi del dominio e del potere”

  1. FUORI DALLE FABBRICHE CISL E UIL « frattale Says:

    […] Sono queste istituzioni e questi personaggi, in parte oscuri, che determinano l’andamento dell’economia reale e influenzano in maniera diretta le scelte economiche e politiche dei governi democraticamente eletti. Sono queste istituzioni e persone (quella ristretta èlite al potere) che decidono se un Paese deve fallire o meno, quanti milioni di disoccupati ci devono essere, quali servizi devono essere privatizzati e così via. Non si può affidare al solo momento elettorale la protezione efficace dei cittadini dagli abusi di potere, poiché il voto, da solo, non basta per garantire i cittadini dall’uso arbitrario del potere. La difesa dei diritti passa anche attraverso la libera informazione: per questo potere e contropotere si scontrano anche nel mondo mediatico. Fonte […]

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  2. gianni Says:

    La sfida più grossa per le prossime generazioni -figli, nipoti, ecc…- è quella di rendere “normale realtà” ciò che sinora viviamo e percepiamo come un ossimoro eterno o come utopia per folli: il “capitalismo trasparente”, da cui dovrebbe derivarne, a mo’ di modello e/o di paradigma di crescita sostenibile, una c.d. “trasparenza capitalistica”.

    L’efficienza di tutti i settori socio-economico-finanziari, e quindi del Mercato, dovrebbe basarsi e focalizzarsi sulla “quantità e qualità di conoscenze (cultura) comunicate e/o in possesso ad ogni singola persona”, ossia sulla “efficienza dei singoli”.
    Efficienza sia attiva (ricercata dal singolo) sia passiva (fornita al singolo).

    Come naturale conseguenza, l’efficienza (cultura) dei singoli avrebbe un potente effetto moltiplicatore del Benessere socio-economico “acceso/avviato” con responsabilità e sacrificio (soprattutto nelle prime fasi di sviluppo di tale nuovo paradigma di crescita) da ogni essere industriale-economico-finanziario: è infatti l’efficienza dei singoli il vero acceleratore/moltiplicatore puro del Benessere di una società economico-industriale che aspira a responsabilità e, quindi, a progresso sostenibile (sostenibile non solo per l’ecosistema, ma soprattutto per migliori equilibri del sistema lavorativo e fiscale).
    Spesa pubblica ed Investimenti privati dovrebbero avere questo come obiettivo costante: il miglioramento della cultura e della conoscenza di un sempre maggior numero di partecipanti della Società e del Mercato.

    Pertanto, l’attuale capitalismo descritto nei Suoi posts è un capitalismo piccolo piccolo per esseri piccoli piccoli; capitalismo mostruosamente inefficiente, fuori controllo, noioso (per non pochi giovani) e terribilmente banale soprattutto quando porta a bagni (finanziari) di sangue, a guerra e odio, ledendo in tal modo l’intelligenza e la sensibilità che “dovrebbe” contraddistinguere, da duemila anni (sic!), l’umanità post messaggio cristico.

    esempio di modello di equilibrio e trasparenza (cultura) all’interno dei margini e della filiera:
    http://quaderno-sociale.blogspot.com/2009/06/tool-n-2-equilibrio-e-trasparenza-nei.html

    esempio di applicazioni pro efficienza (cultura) e quindi pro Benessere:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Codice_QR

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