Vecchi media vs nuovi media: una lotta dove le forze rimangono pur sempre sproporzionate

 Massimo Ragnedda (Tiscali)

Malgrado evoluzioni complesse e multidimensionali, il processo decisivo nella formazione della società corrisponde alle dinamiche dei rapporti di potere in essa insiti. In altre parole: le norme e i valori che guidano una società sono il frutto di un processo di negoziazione tra le diverse forze in una società. I media sono lo spazio sociale dove il potere viene deliberato e, al contempo, sono anche lo spazio della battaglia al potere: ovvero lo “spazio” del contropotere. Quando la sproporzione delle forze in campo è enorme, passano i valori imposti dal più forte. Sino a qualche lustro fa, i valori che diventavano le norme che governavano la società erano fondamentalmente quelli della Tv e dei vecchi media, o meglio quelli imposti dalla piccolissima èlite che li gestisce. Ora potere e contropotere, Istituzioni e movimenti, forze reazionarie e forze progressiste, si muovono e operano in una nuova cornice tecnologica. Questa nuova cornice ha delle ripercussioni sui significati, sulle modalità e sulle politiche di tali pratiche conflittuali. Con l’avvento delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione, si ha un leggero riequilibrio delle forze in campo, ma questo non deve trarci in inganno: le forze rimangono pur sempre sproporzionate.

Molti analisti, in un clima di euforia che accompagna da sempre l’avvento di nuove tecnologie, vedono internet come la risposta democratica alla centralità dei vecchi media. In parte hanno ragione, ma dall’altro sottovalutano i rischi della rete, o meglio la capacità dell’èlite di depotenziarne la portata rivoluzionaria. Proviamoci ad evidenziare alcuni punti critici.

 

I new media offrono la possibilità di costruire un percorso “autonomo” ed indipendente per ogni singolo utente: un percorso personalizzato e basato sui propri gusti e su scelte personali. Permettono di cooperare, confrontarsi, dibattere, incontrarsi in un nuovo ambiente e luogo che va ben al di là delle vecchie e statiche concezioni di spazio e tempo. Questa capacità di «sperimentare eventi remoti, interagire con altri lontani, spostarsi temporaneamente in microcosmi mediati e, a seconda dei propri interessi e priorità, lasciarsene coinvolgere in misura più o meno profonda» (Thomspon1998: 323), permette la creazione di quella comunanza despazializzata¸ ovvero quel senso di solidarietà e sensibilizzazione che accomuna diversi cittadini a prescindere dal luogo fisico in cui si trovano a vivere e che sta alla base dei nuovi movimenti sociali, dal popolo viola ai No Tav.

 

Internet permette questo e molto altro, ma sarebbe un grave errore sottovalutare la reazione dell’èlite al governo che detengono i vecchi media. Per ragioni di spazio giungiamo subito alla vera domanda: può da sola internet mettere in crisi questa èlite? La mia risposta è no. Non può: primo perché le vecchie forme di potere non rimangono ferme a guardare mentre il potere gli scivola via dalle mani e si riorganizzano (i detentori dei vecchi media cercano di acquistare i nuovi media, vedi il caso Murdoch che ha acquistato MySpace). Secondo perché la TV e l’industria culturale, nel lungo termine, giocano un ruolo cruciale nella formazione dell’opinione pubblica che risulta essere molto più incisiva rispetto alla rete.

 

È vero, attraverso internet aumentano le possibilità materiali di farsi sentire, ma paradossalmente diminuisce il peso che le istanze comuni riescono ad avere, poiché la pluralità di voci, la frammentazione delle rivendicazioni impedisce di fatto di creare un grosso issue sul quale concentrare le forze e chiedere alla classe politica di farsene carico. Inoltre, il mito della natura libera di Internet comincia lentamente a scricchiolare sotto i colpi di legislazioni sempre più restrittive e di crescenti affondi da parte delle corporation. Internet, dunque, come Giano bifronte, tende a mostrare il risvolto della medaglia. Se da un lato la sua natura a-centrica, globale e multidirezionale gli ha conferito l’immagine di paradiso utopico di altruismo che permette la cooperazione garantendo la libertà d’espressione e abiurando ogni censura, è anche vero che, dall’altro lato della medaglia, il frequente ricorso alla sorveglianza online e alla costruzione di e-profile, soprattutto da parte del commercio elettronico, evidenzia la scarsa capacità di Internet di proteggere la sfera privata dei cittadini/consumatori.

 

Arriviamo così al problema delle regole, poiché cruciale anche nel caso della rete. Infatti  abbandonare Internet alle regole e alle dinamiche del mercato, significa inevitabilmente far prevalere la legge del più forte e farlo così diventare il luogo dei nuovi monopoli economici e informativi. La deregulation della rete, tanto cara guarda caso ai detentori dei vecchi media, può significare anche spianare la strada alla violazione sistematica della privacy da parte di corporation e agenzie governative, oltre che far prevalere il più forte, ovvero l’èlite trans nazionale al governo. Un eccesso di regole dall’altra può invece depotenziare la portata rivoluzionaria della rete che trova la sua ragione d’essere nella sua natura rizomatica.

 

Il rischio, in definitiva, è che la rete e i nuovi media in generale possano nel breve periodo riequlibrare, anche se in minima parte, le forze in campo, ma nel lungo periodo la forza rivoluzionaria verrà spuntata e indebolita dall’introduzione di norme e vincoli che ne limiteranno la portata rivoluzionaria.

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