Davanti al dramma di Oslo non abbiamo certo bisogno di editoriali violenti

Massimo Ragnedda (Tiscali)

Ancora non era certo il numero delle vittime, il sangue ancora caldo versava a terra, ancora molti ragazzi per sfuggire alla furia omicida erano nascosti e molti corpi dovevano ancora essere recuperati. Dicevo, ancora niente era chiaro, erano passate solo poche ore e nessuna rivendicazione era arrivata, eppure Il Giornale titolava in prima pagina “Sono sempre loro. Ci attaccano”. Loro sono gli islamici. Il “Ci” sta per noi, vittime inermi di una guerra che i fanatici islamici stanno portando avanti contro l’occidente e il mondo libero. Ci stanno attaccando. Implicitamente diceva: dobbiamo difenderci da questa aggressione, dobbiamo far qualcosa. Una prima pagina sbagliata per almeno tre ragioni: sbagliata tecnicamente perché riporta una notizia falsa; una prima pagina sbagliata deontologicamente perché non assolve al compito del giornalista di spiegare e verificare le fonti; una prima pagina sbagliata perché incita all’odio e riproduce lo stereotipo dell’Islam come una religione dell’odio.

In quella prima pagina (in parte ritirata quando dopo solo poche ore si è capito cosa effettivamente era successo e dunque, a seconda delle zone di distribuzione, il Giornale si presentava con due prime pagine diverse) vi è un editoriale dell’onorevole Fiamma Nirenstein, colmo d’odio e disprezzo verso l’Islam. Un editoriale (in parte anch’esso corretto nella nuova copertina, quando si era capito che non era stata la furia ceca del fondamentalismo islamico, ma di quello cristiano a compiere gli attentati) che esordisce dando per scontato che siano stati i fondamentalisti islamici a scatenare l’inferno nella pacifica Norvegia: “Non ha nessuna importanza se sia stato a causa delle vignette su Maometto riprese anche in Norvegia nel 2006 dal giornale danese che primo le pubblicò o a causa della presenza di un piccolo contingente in Afghanistan e uno ancora minore in Libia….”. Non importano le ragioni, sostiene indignata l’onorevole Nirenstein, ciò che importa è che la guerra dell’Islamismo contro la nostra civiltà è feroce e aggressiva ed è diretta contro noi tutti. Poco più avanti aggiunge ancora: “Mentre da parte nostra diventa sempre più grande la difficoltà ad accettare che una vasta fetta della popolazione mondiale possa non volerci bene, e non per ragioni sociali o economiche ma per ragioni di ideologia, non per reazione a un nostro eventuale comportamento riprovevole ma per rifiuto del nostro stesso modo di esistere…”.

 

Parlare, in riferimento a quegli attentati, di guerra dell’Islamismo è da irresponsabili e significa gettare benzina sul fuoco; significa contribuire a creare quel clima d’odio che, nelle mente più feroci, può “culturalmente” giustificare azioni simili. Breivik non ha agito in preda ad un raptus omicida, ma in base ad un pensiero razionale che ha portato avanti per anni e che ha messo nero su bianco su 1500 pagine (in buona parte frutto di citazioni). Era lucidissimo mentre in maniera spietata giustiziava i ragazzini inermi. Portava avanti un chiaro progetto ideologico/politico: non si sente in colpa per ciò che ha fatto ma lo ritiene necessario, per quanto atroce. Ripeto: era una lucida follia la sua. Breivik vuole essere un templare, un cavaliere e riconduce alla Bibbia il fondamento della sua azione criminale e parla del cristianesimo come identità culturale obbligatoria per tutti i paesi d’Europa.

 

A nessuno, però, nel mondo occidentale, leggendo le sue deliranti ragioni, verrebbe in mente di credere che Breivik sia un buon cristiano. Il cristianesimo è una religione dell’amore, ci ripetiamo continuamente. Allo stesso modo e seguendo lo stesso ragionamento, a nessuno dovrebbe venire in mente di parlare di bin Laden come di un buon islamico, eppure i nostri giornali quasi ogni giorno lo fanno. Breivik sta al cristianesimo quanto bin Laden sta all’Islam. Ovvero nulla. Oppure tutto, dipende dal punto di vista e da come lo si presenta. Se l’attentatore fosse stato islamico la religione sarebbe stato tutto, ma l’attentantore è cristiano e allora la religione non conta nulla.

 


Eppure la prima pagina del Giornale e le parole gonfie d’odio dell’onorevole Fiamma Nirenstein non sono né un bell’esempio di giornalismo, né di analisi o voglia di capire, ma un triste esempio di editoriale violento atto ad aizzare gli animi. Il compito del giornalismo è quello di raccontare, provare a capire o magari fare qualche domanda e azzardare qualche previsione, ma non attaccare qualcuno pregiudizialmente identificato come il nemico. È questo odio che genera mostri. È questo odio che fa da substrato culturale alla lucida follia di un esaltato che crede di combattere per una giusta causa. Perché in fondo, questi editoriali violenti ci dicono, contro l’Islam il buonismo non paga. Così titolava Libero l’indomani della strage. E così avrà pensato Brevik.

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