Non basta tagliare i costi della politica, tagliate anche le spese militari

di Massimo Ragnedda (Tiscali)

La domanda che tutti si pongono è: dove trovare i soldi per pagare la crisi? Io in realtà la domanda che mi sono posto e che ancora non ha trovato risposta è: chi ha creato la crisi e chi ci sta guadagnando? Forse gli economisti sono troppo impegnati a parlare di spread, di borse in affanno o in calo, di nervosismo dei mercati, di Bot o a dirmi che “l’indice Ftse Mib si attesta sul +1,50%”, senza in realtà spiegarmi cosa significhi. Loro che hanno in mano gli strumenti tecnici e intellettuali per spiegarci questa crisi non lo fanno, e noi, comuni mortali, leggiamo i giornali e guardiamo la Tv senza capirci più di tanto. Sappiamo solo che questa crisi la pagheremo noi.

E qualcuno, in qualche angolo remoto del mondo, ci sta guadagnando. Come quell’arzillo ottantenne (che sia Soros?) che ha guadagnato qualcosa come un miliardo di dollari scommettendo sul downgrade Usa, dato 10/1, settimane prima della stangata di S&P. Non sappiamo se ci sia lui dietro, ma sappiamo che qualche anno fa (ai tempi della lira) fu lui ad affossare la sterlina inglese e la lira, e sappiamo anche che quell’affossamento si è tramutato, per i poveri cittadini inglesi e italiani, in più tasse e meno servizi. Quella crisi allora la pagammo noi, mentre persone come Soros, speculavano. Cari economisti ci dovete spiegare queste cose e non dimenarvi in discussioni tecniche e che noi non capiamo, su spread o dirmi che sono stati “bruciati 22 miliardi” in borsa. A proposito, mi sono sempre chiesto: ma cosa significa bruciare 22 miliardi in borsa?

 

Torniamo però alla domanda iniziale: dove trovare i soldi per pagare la crisi? Si parla di innalzare l’età pensionabile, di tagliare i costi della politica, di “Privatizzare, liberalizzare il lavoro, accorpare le festività sulle domeniche”. Impensabile far pagare ancora i pensionati e i lavoratori, molto razionale tagliare le spese della politica, senza fare demagogia. Ma non basta.

 

Da profano e guardando le spese che sostiene ogni anno lo stato mi sono detto: ma perché non tagliare i costi militari? Non parlo tanto e solo di quelle che con una terminologia orwelliana vengono definite “missioni di pace”, ma in particolare parlo delle spese per l’acquisto di armi. Facciamo qualche esempio per capirci. L’Italia è l’ottavo paese al mondo per spese militari, con uno stanziamento complessivo, ascritto per il 2011, al Ministero della Difesa  di pari a 20.494,6 milioni di € (milioni di euro), in aumento di 130,2 milioni di € rispetto al 2010. In totale, sommando tutte le voci, si arriva a spendere più di 24 miliardi di euro (Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca).

 

Contemporaneamente, tra i paesi OCSE, ci troviamo al penultimo posto in quanto a rapporto tra Pil ed investimento nel sistema scolastico: dietro di noi solo la Slovacchia. Alle spese militari è destinato l’1,75 percento del Prodotto interno lordo, mentre ad esempio alla Ricerca e allo sviluppo viene destinato meno dello 0,6% del PIL. Se consideriamo che uno dei maggiori motori che danno propulsione all’economia è proprio la ricerca scientifica, si capisce quanto miope sia la visione politica. Le università italiane ricevono sempre meno risorse, cosa che, evidentemente, si ripercuote sulla ricerca. Nel 2010, ad esempio, 340 milioni di euro, di cui 234 utilizzati per la ricerca di base, non sono finite nelle casse universitari ma sono stati traghettati altrove.

 

Torniamo alle spese militari. L’Italia spende per l’apparato militare più dell’India che ha un miliardo di persone e ha un confine bollente con il Pakistan (entrambi dotati di arme atomiche) e una zona contesa (il Kashmir). Ma è mai possibile che spendiamo più della Russia, dell’Arabia Saudita e della Germania? La spesa pro-capite italiana (ovvero spesa militare/popolazione) è di 478 dollari mentre quella del Giappone (che ha come vicino di casa la Corea del Nord) è di 332 dollari e della Germania è di 411 dollari. Ridurre questa spese sarebbe normale, in tempi di crisi. E invece i tagli alle spese militari non sembrano all’ordine del giorno.

 

In Italia abbiamo 600 tra generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali (un numero spropositato rispetto ai “comandati”). Si può pensare di tagliare un po’ di questi alti ufficiali, i loro stipendi e tutti i benefit di cui godono? O no? È forse un Tabù? Si potrebbe pensare di tagliare o cancellare l’acquisto di 131 cacciabombardieri F35. Si risparmierebbero circa 16 miliardi di euro (e la spesa è destinata a salire). E per favore non diteci che ci servono 131 cacciabombardieri F35. Per intenderci: un solo cacciabombardiere costa come 300 asili nido o come l’indennità annuale di disoccupazione per 15mila precari.

 

Ecco, ad esempio, perché non tagliare queste spese? Perché ogni volta si deve tagliare sulla scuola, sulle pensioni, sulla sanità e non sulle spese militari? Perché non tagliare un po’ anche sulla casta militare?

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2 Responses to “Non basta tagliare i costi della politica, tagliate anche le spese militari”

  1. Raffaele Lepore Says:

    Sn daccordo sulla puntuale vessazione a carico del cittadino italiano. Sn daccordo sulla incomprensibile mancanza di trasparenza degli economisti. Sn daccordo pure sul fatto che i soldi possono essere risparmiati semplicemente tagliando delle voci inopportune e anacronistiche come gli armamenti militari e la TAV in Val di Susa (16 Mld di qua e 20-25 la…”et-voilà”: il gioco é fatto). Se ne potrebbero risparmiare molti altri se, ai vari livelli di competenza (e potere), risorse pubbliche destinate a “progetti” apparentemente utili e, in sostanza, creati “ad-hoc” per il favore di turno (in parlamento, in giunta, nel CDA etc.), venissero cestinati da una “commissione di esperti” centralizzata. Mi sembra, tuttavia, che il “focus” sulla reale causa che ha ingenerato i movimenti disarticolati dell’economia mondiale, siano frutto di un elemento di fondo che, da solo, é capostipite del caos finanziario odierno: il sistema congiunto bancario e della moneta! Abbiamo voglia di spiegare il perché della crisi se guardiamo col microscopio… La visione d’insieme, invece, permette di osservare e comprendere come, concetti “fondamentali” costituenti le colonne portanti del diritto privato e il sistema di produzione e utilizzazione (la disponibilità) della moneta, realizzino – per induzione – il vicariamento delle patologie in seno al sistema economico che porta agli odierni risultati. Mi spiego meglio: le banche nazionali e comunitarie stampano la moneta occorrente in funzione di indici derivati dal PIL. Questo significa che se i paesi che adottano questo sistema economico se non crescono, non viene stampata carta moneta. Ora, essendo le banche (anche quelle centrali), a capitale privato, come aziende, il provento delle loro attività deriva dalla vendita del denaro in generale. Mi chiedo: come può essere possibile che siano proprio esse a dettare le regole e a consigliare come fare politica economica all’interno dei governi, se hanno interessi propri in ambito finanziario? L’arzillo ottantenne, probabilmente discendente da banchieri, possiede sicuramente volumi di denaro e informazioni sull’andamento dei mercati (di cui noi siamo assolutamente all’oscuro), giacché é da lì che partono le “manovre” e non certamente dai vari politici come Tremonti, Berlusconi, Sarkosi, che sono legati a tali potentati con lacci creati appositamente per controllare gli affari pubblici (P2, P3, PP, peppereppeppè…). Naturalmente (??!!), una visione così semplice e disillusa (in contrasto con la “necessaria” complessità del sistema), non viene mai adottata; hai visto mai che la gente possa cominciare a capire che l’economia di oggi é solo un colossale e ben congegnato imbroglio?
    Le porgo i miei ossequi.

    P.S. Ho citato – pur omettendolo – il tema del diritto privato; mi riprometto di ritornarci qualora mostrasse interesse alle mie riflessioni.

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    • mragnedda Says:

      Caro Raffaele mi pare un’ottima riflessione. Il punto è proprio questo: il potere delle banche e della finanza che riducono la politica a prese di posizioni superficiali.

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