Palestine 194

di Massimo Ragnedda (Area89).

Il 23 settembre 2011 è una di quelle date che la Palestina non dimenticherà mai. Una data storica per tutto il Medio Oriente e per il mondo intero. È una giornata storica per chiunque abbia a cuore il problema della pace, dell’autodeterminazioni dei popoli e per la libertà di un popolo che da più di 60 anni attende di essere riconosciuto come stato. Il 23 settembre Abu Mazen ha ufficialmente chiesto all’ONU lo status di «194° Stato membro delle Nazioni Unite», limitato dai confini del 4 giugno 1967 con Gerusalemme Est come capitale. Dopo sessant’anni di guerre, ritorsioni, attentati è giunto il momento di chiedere direttamente all’Onu di riconoscere la Palestina come stato. Anche se, come lo stesso Abu Mazen sottolinea, ciò non può prescindere dai negoziati con Israele. Negoziati fermi da più di un anno mentre Israele continua a costruire illegalmente le colonie in territori palestinesi.


Il mondo è spaccato e la mossa di Abu Mazen nasconde molte insidie e pericoli e rischia di stravolgere gli equilibri geopolitici post guerra fredda. Da una parte Israele, USA e paesi alleati e dall’altra il resto del mondo. È un po’ quello che succede, se ci pensiamo bene, con il “quartetto dei negoziati”: USA, EU, Russia e ONU. Mi sono sempre chiesto perché l’ONU sia uno dei quattro “stati”: non dovrebbe comprendere anche USA, Russia e Unione Europea? Questa definizione di ONU sembra implicitamente affermare che si tratta di “resto del mondo”, ovvero ciò che, da un punto di vista occidentocentrico, non conta. Ed è quello che sta succedendo ora: almeno126 stati su 193 sono favorevoli alla costituzione dello Stato della Palestina: non sono favorevoli invece gli Stati Uniti (le elezioni 2012 si avvicinano) e alcuni stati direttamente controllati da loro, oltre ovviamente ad Israele. A farla breve: USA e Israele dicono no, il resto del mondo dice sì.

È difficile capire quali conseguenze avrà questa richiesta. Sicuramente la Palestina, per ora, non diventerà stato membro a tutti gli effetti, ma potrebbe migliorare la sua posizione passando da stato osservatore a stato non membro (come il Vaticano, l’unico stato non membro presente all’ONU). Con quali vantaggi? Il più chiaro ed evidente è che potrebbe aderire alla Corte penale internazionale con la conseguente possibilità di denunciare Israele per la costruzione delle colonie nei territori militarmente e illegalmente occupati. Inoltre potrebbe denunciare Israele per il blocco della Striscia di Gaza, un piccolo pezzo di terra lungo 40km e largo 10 con una tra le maggiori percentuali di densità di popolazione al mondo, in cui vivono quasi un milione e mezzo di esseri umani e dove quasi il 75% delle famiglie vive sotto la soglia della povertà. Un milione e mezzo di persone che vivono come in una prigione a cielo aperto, senza possibilità di muoversi, pescare (storicamente la principale attività economica di Gaza) e lavorare. Israele, pur essendosi formalmente ritirata nel 2005, controlla i confini, lo spazio aereo e marittimo con un impatto disastroso sulla situazione umanitaria. Israele viola i più elementari diritti economici e sociali della popolazione civile palestinese: il diritto a condizioni di vita dignitose, il diritto all’educazione e alla salute. È inumano rinchiudere 1,5 milioni di esseri umani (anche se governa Hamas, sono pur sempre essere umani) in una prigione a cielo aperto. La corte penale internazionale sarebbe costretta ad intervenire se la Palestina denunciasse Israele. Ma per farlo deve essere almeno stato non membro: ecco perché, tra gli altri motivi, Israele vuole bloccare la nascita dello stato palestinese.
Il 23 settembre si è mosso un primissimo passo in questa direzione. Di questa storica data due cose, tra le tante, mi hanno colpito: la standing ovation che ha accolto il discorso di Abu Mazen: decine e decine di delegati che si sono alzati in piedi per applaudire la richiesta palestinese, implicita ammissione che il mondo (o meglio il mondo meno Israele e USA) non aspetta altro; l’altra è stata la folla festante a Ramallah e in tutta la Cisgiordania che ha seguito il discorso del loro capo di stato. Maxi schermi nelle piazze, bandiere palestinesi, urla, canti di gioia di un popolo senza stato. Di un popolo oppresso e umiliato, tra i più martoriati della storia, e che aspetta con ansia di vedersi riconosciuto, pacificamente, un fondamentale diritto: avere una propria casa. Sarebbe una bella vittoria non solo per la Palestina, ma per il diritto internazionale. Sarebbe un chiaro messaggio: le grandi conquiste possono essere ottenute grazie alle istituzioni internazionali. Sarebbe una vittoria per la pace e per il mondo intero. O meglio per quasi tutto il mondo.

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