Il dialogo perduto e la cultura dell’insulto: è l’iper-partigianeria il più grande problema della politica italiana

Massimo Ragnedda (TiscaliSono rimasto colpito dall’alto numero di commenti ad una mia precedente riflessione sui fatti del 15 ottobre a Roma. Un così alto numero di commenti fa comunque piacere: in fondo se un’opinione non lascia aperto un confronto e non provoca una discussione, significa che ha toccato fatti irrilevanti o si è espressa su argomenti omnibus (come il clima) sui quali non vi è possibilità di dissentire e disquisire. Ricordo che opinione [dal sost. lat. opinio -onis, o dal verbo lat. opinari, opinare] significa esprimere un personale punto di vista su determinati fatti, in assenza di precisi elementi di certezza assoluta. Ovvero un’opinione non stabilisce una sicura verità, ma più semplicemente una versione personale che, in assoluta buona fede, si ritiene vera. È dunque evidente che più il tema è caldo e controverso e più una personale opinione fa discutere, ovvero è opinabile: ed è questo l’obiettivo di un’area dedicata alle opinioni dove è possibile discutere e lasciare commenti. Ed è proprio partendo dall’alto numero di commenti e insulti (dato di fatto) che voglio esprimere una mia opinione (ovvero una lettura, personale e opinabile, dei fatti). Da sociologo non posso non notare quel pesante clima di iper-partigianeria, di insulti e di scontri accesi che aleggia nel paese, di incapacità di dialogo su temi importanti e controversi senza scadere nell’ingiuria e nell’accusa. È un clima che si respira ovunque: dal mercato ai blog, dalla strada alla tv, dai bar ai comizi politici. Mi e vi chiedo: che mostro culturale abbiamo creato se, in seguito ad una opinione (giusta o sbagliata che sia, ma espressa nei limiti del consentito e senza offendere nessuno), si crea un tale clima di insulti? Che clima culturale si è creato nel paese se si crede che l’insulto sia una modalità di espressione dell’opinione? È malata una società dove dinanzi ad un’opinione, per quanto provocatoria, ci si sente autorizzati ad insultare? Può l’insulto essere considerato un’opinione? Quali responsabilità hanno i media in tutto questo? 

I media hanno creato o esasperato questo clima di scontro? E quali sono le responsabilità della classe politica?  Cosa è avvenuto nella nostra società che ha mutato radicalmente quelle che si ritenevano regole indiscutibilmente e definitivamente acquisite dal vivere civile? La nostra società si è trasformata in una grande «Lumpenbürgertum»? È difficile, in una breve riflessione, provare a dare una risposta a tutte queste domande, mi limiterò ad abbozzare qualche timida riflessione. Il presidente della Repubblica riferendosi alla politica italiana ha definitol’iper-partigianeria “il più grande problema della politica italiana” e ha aggiunto che essa “produce una guerriglia quotidiana, rende impossibile il dialogo e il confronto, determina una delegittimazione reciproca dei competitori politici. Una situazione in cui nessuno ascolta l’altro crea un rischio di gravi divisioni e di forte indebolimento del Paese”. Il presidente della Repubblica ha, a mio avviso, decisamente ragione. Per questo la nostra classe politica deve riscoprire il ruolo del Parlamento, la concertazione e lo spirito di confronto, senza scadere in insulti quotidiani. I media e la società civile dovrebbero fare la loro parte, abbassare i toni e discutere senza insultarsi. È inutile ora ricercare un colpevole unico di questo clima avvelenato che fa male alla società: non c’è. Di certo vi è un clima esasperato dall’eccessiva litigiosità dei protagonisti della scena pubblica. In Tv i faccia a faccia dei politici finiscono spesso ad insulti, i talk show fanno audience quando i protagonisti sbraitano e si offendono reciprocamente e nei reality le offese sono la norma. Nella democrazia mediatica l’insulto è diventato una costante e alcuni personaggi televisivi e politici ne hanno fatto un’arte retorica e persuasoria. Spesso in Tv l’insulto, come “forma” del dialogo che annulla l’altro, è sostenuto da una gestualità teatralmente minacciosa ed aggressiva. Lungi da me, sia ben chiaro, credere che l’insulto sia un’invenzione recente della cultura occidentale: si narra che già Neobule e Licambe (figlia e padre) patirono a morte gli insulti poetici di Archiloco (rifiutato come sposo); conosciamo la duttilità di poeti romani come Marco Valerio Marziale abili nell’alternare frasi eleganti e ricercate a frasi sconce che facevano rosolare dalla rabbia le vittime; son noti i “Sonetti lussuriosi” (1526) del poeta toscano Pietro Aretino, ovvero una  raccolta di sonetti a sfondo erotico dove le grevi parole non trovano censura. E la lista potrebbe continuare sino ai provocatori del Novecento. Ma, mi sia concesso, quest’arte dell’insulto del dire era ben mascherato da capacità poetica e stilistica tanto da non esser mai considerati ufficialmente villani e triviali. L’insulto oggi, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, si è ridotto a unica modalità di dialogo, perdendo di vista l’importanza del confronto costruttivo e della capacità di intessere una discussione. Al confronto delle idee si sostituisce la violenza verbale, il modello non è più il Parlamento, che ha perso autorità morale, ma il tifo da curva.   Il problema non è la parolaccia (uno studio rivela che nel cervello umano c’è un apparato specializzato nel produrre termini volgari, che solo in italiano sono circa 3500) usata da Aristofane, da Dante, da Leonardo o da Mozart. No, non è la parolaccia che mi preoccupa, ma l’insulto come capacità dialettica, l’ingiuria come atto politico, la volgarità come unico mezzo d’espressione. Sino agli anni Settanta, nel monopolio di mamma Rai, parole come amantemembro e preservativo erano banditi per via dell’equivoca interpretazione. Oggi, nella TV italiana, si è caduti nell’eccesso opposto e la volgarità è dappertutto: nelle parole, nelle gesta e nelle immagini. Cambia la volgarità, cambiano gli attori, cambia il clima. Vi è una abissale differenza tra la parola “merda” citata più volte nella Divina Commedia e quella gridata in Tv dall’onorevole Santanchè, così come vi è una siderale differenza tra la merda che Victor Hugo osò scrivere nel suo romanzo e quella gridata dal presidente del consiglio riferendosi al paese che guida. Una sottile ma chiara, per chi riesce a coglierla, differenza di stile.   Un insulto ti seppellirà si potrebbe gridare (il grido è quello di dolore, non quello tipico di una società abituata ad alzare la voce per farsi ascoltare). Idee e programmi politici, opinioni e modi di leggere la società, scompaiono dall’agenda politica e mediatica. La mediazione come arte e stile della politica, per la ricerca di soluzioni condivisibili e comuni, scompare, affogata (spero non per sempre) sotto una cappa di insulti. Lo scontro politico è da  guerra civile (mediatica): o con noi o contro di noi, o amico o nemico, e quest’ultimo, o si converte e diventa “responsabile”, o rimane un nemico terribile da combattere. Con gli insulti prima, con la macchina del fango dopo.   Sui grossi media nazionali l’arte dell’insulto si è trasformata nella volgare macchina del fango che distrugge vite e carriere, che infanga nemici per screditarli e che da alcuni esponenti politici viene rivendicato come giusto metodo di fare politica. Sui blog e sui forum, dove la possibilità di commentare (ma non insultare) è garantita, l’arte dell’insulto è oggi pura violenza verbale contro opinioni diverse o scomode. La violenza verbale, spesso, si nasconde dietro persone anonime o “troll”, ovvero persone che “dialogano”con gli altri utenti tramite messaggi fuori tema, provocatori, irritanti, o semplicemente senza senso, con l’unico obiettivo di disturbare la comunicazione e aizzare gli animi. Alcuni sono pagati, altri lo fanno per partigianeria, ma il tutto serve a creare confusione, fomentare gli animi e denigrare il “nemico”. Il tutto uccide la discussione e il pacifico confronto di idee. Il tutto delegittima l’altro e se stessi.   Il grande filosofo Kant ci ha insegnato come il rispetto sia la premessa di ogni altra virtù. “Il rispetto che ho per gli altri -scrive Kant- è il riconoscimento della dignità che è negli altri”. Disprezzare gli altri significa negare il rispetto dovuto a qualsiasi uomo. Alla base di ogni società, di ogni corretto rapporto fra gli uomini e di ogni buona qualità di vita, si trova il senso della dignità propria e altrui. Dignità che l’insulto distrugge.

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