Io antiberlusconiano convinto, non riesco a gioire della sua caduta

di Massimo Ragnedda (TiscaliSono un antiberlusconiano convinto, della primissima ora, da quando un magnate dell’informazione (caso unico al mondo e molto pericoloso per una democrazia) si è affacciato direttamente sulla scena politica. Sono un antiberlusconiano nel senso che detesto il modo in cui, quello che buona parte della stampa internazionale ha definito senza esitazione un pagliaccio, ha governato il nostro paese. Sono un antiberlusconiano semplicemente perché l’Italia, terra nobile di cultura e ingegno, di viaggiatori e poeti, di santi e brava gente merita di meglio di un premier ridicolizzato in tutto il mondo (tranne che da Putin, Gheddaffi e qualche altro vecchio tiranno).

Detesto la sua volgarità, i suoi metodi di reclutamento della classe dirigente, il suo protagonismo mediatico, i metodi autoritari, le battute da bettola, la difesa di Mangano (pluriomicida eppur da lui definito un eroe), il suo maschilismo, la sua incapacità di governare e le sue menzogne. Per non parlare di tutti i reati di cui è indagato (e il fatto che per difendersi criminalizzi un pezzo dello stato è ancor più grave). Nessuno ha mai avuto una maggioranza parlamentare così ampia, nessuno ha mai avuto così tanti mezzi economici e mediatici, eppure il suo ventennio è pieno zeppo di errori e fallimenti. Perché? La risposta è il sempre e buon caro conflitto di interesse. Come il quotidiano francese Le Monde ha sottolineato: “Come cambiare il funzionamento della televisione pubblica se si possiedono tre canali e 40 giornali? Come riformare la giustizia quando si hanno a carico 27 processi, di cui 3 in corso? Come far pagare le imposte se si è fraudolenti? Come affermare l’autorità dello Stato se il suo principale alleato è la Lega Nord che difende l’autonomia del nord del paese? Come rappresentare il genio dell’Italia quando si è un adepto del bunga- bunga?”. Questo passaggio esemplarmente spiega una delle ragioni del fallimento della sua politica pubblica. Altra cosa la gestione privata dei suoi interessi: le sue aziende, in rosso quando è sceso in politica, sono ora molto più forti. Esempio massimo del berlusconismo: aver sempre sacrificato l’interesse della cosa pubblica ai suoi interessi personali.

 

È lunghissima la lista delle cose che detesto dell’ex premier e non ne faccio di certo mistero, anzi ci scriverò ancora sopra, perché gli esiti del suo ventennio breve si faranno sentire ancora a lungo, ahimè. È per me umiliante, ogni volta che mi reco all’estero per convegni e seminari internazionali, essere trattato con compassione e commiserazione, con qualche pacca sulle spalle, il sorrisetto beffardo e qualche immancabile battuta sul bunga bunga. L’ultimo viaggio qualche giorno fa, in Messico, per un convegno internazionale. Erano i giorni concitati delle sue annunciate e poi negate e poi di nuovo annunciate dimissioni: tutti a chiedermi come fosse possibile avere un presidente come lui, tutti a riderci sopra, battutine. Certo, sorridi, provi a spiegare che l’Italia non è lui, ma subisci il colpo. Devo ammettere che è molto umiliante per tutti gli italiani, e sono tanti, che in buona fede e con professionalità svolgono il proprio lavoro in giro per il mondo, essere umiliati perché rappresentati da uno come lui. Non è bello, dico e ridico, essere governati da un premier considerato alla stregua di un clown: in Italia chi guarda il TG1 il TG2 e i tre telegiornali Mediaset non lo sa, ma all’estero la nostra credibilità, in particolare in quest’ultimo periodo, era prossima allo zero. Ricordo un editoriale molto critico del Times di qualche tempo fa: “L’aspetto più sgradevole del comportamento di Silvio Berlusconi non è il fatto che sia un pagliaccio sciovinista. Né che vada in giro con donne di oltre 50 anni più giovani di lui, abusando della sua posizione per offrire loro lavori come modelle, assistenti personali o persino, assurdamente, candidature al Parlamento europeo. La cosa più scioccante è il suo totale disprezzo con cui tratta l’opinione pubblica italiana”. L’editoriale del Times è solo uno dei tanti editoriali contro il nostro ex premier.

 

Per fortuna ora si è dimesso. E sia chiaro: lo ha fatto perché non aveva più la maggioranza e perché i suoi titoli stavano perdendo in borsa, altro che generosità. Lo ha fatto, come sempre, per puro egoismo. Ma ora è tutto finito. L’incubo nel quale eravamo precipitati è finito. “The Berlusconi show is over” scriveva il Washington Post; “Halleluja” titolava “The Economist”; “game over”, più semplicemente, gridavano in piazza migliaia di persone, esattamente come i manifestanti della primavera araba. Gioco finito, i pagliacci lascino la scena. Ora macerie e tanta, ma propria tanta, necessità di ricostruire: non solo i conti, ma soprattutto il morale, il rispetto e la dignità di un popolo ferito da una umiliante gestione della cosa pubblica. Ho ricevuto decine di email di colleghi esteri che con soddisfazione salutano l’uscita di scena del Clown. “Fim du Bunga Bunga”, titola il brasiliano Correio.

Eppure.

Eppure non riesco ad essere completamente felice della sua caduta. C’è qualcosa che non mi piace in questa sua débâcle. Non è caduto perché la politica, quella nobile e seria, lo ha fatto cadere o perché, nel segreto delle urne, i cittadini, in coscienza, hanno deciso di non dargli più il sostegno. Certo, lui non godeva più della fiducia degli italiani: quando 27 milioni di cittadini dicono chiaramente che non vogliono (vedi i referendum) leggi ad personam, dicono espressamente che non vogliono più lui. E sono la maggioranza. Punto. Ma la caduta del suo governo per opera delle banche estere, dei centri di potere internazionali, per opera della finanza internazionale mi inquieta. Il vecchio satrapo non è caduto ad uno scontro elettorale (che avrebbe perso se si fosse andato ad elezioni), ma perché spinto dalla pressione della finanza estera. Certo non ci sarebbero stati altri modi di scollarlo da quella sedia e pur di rimanere in sella avrebbe fatto di tutto, compreso la compravendita di parlamentari e l’assegnazione, del tutto ingiustificata, di nuovi posti da sottosegretario a chiunque avesse votato la fiducia al suo governo.

 

Il peggior presidente del Consiglio italiano, quel pagliaccio come la stampa estera amava dipingerlo, è caduto sotto i colpi del mercato, delle speculazioni finanziare che attaccavano i suoi titoli personali (Mediaset in primo luogo) e non tanto per lo spread (a lui non interessano affatto le sorti del paese, ma solo quelle delle sue aziende personali, così come è stato in questi lunghissimi 17 anni di dominio). La finanza lo attacca personalmente per farlo cadere e far nominare (non eleggere) un professionista (questo a Prof. Monti tutti lo riconoscono) dell’economia e della finanza che dovrà fare ciò che la finanza da tempo chiede: privatizzare i gioielli di famiglia. Deve vendere Prof. Monti. Deve vendere senza rispondere ai cittadini perché non è stato eletto dai cittadini. Deve vendere l’Eni, l’Enel, la Finmeccanica e deve venderle ai privati, alle banche, agli speculatori. Si tratta, scusate se sono duro in questo commento, di una svendita che nell’immediato rimpinzerà le casse dello Stato, ma farà perdere peso, importanza economica e sovranità politica al nostro paese. Ma, soprattutto, farà arricchire chi la crisi l’ha creata: ovvero gli speculatori e tra questi, ricordo, la Goldman Sachs, la Bank of America, la Citigroup e la Deutsche Bank. Non gli unici protagonisti della crisi, sia chiaro, ma tra i più importanti.

 

A professor Monti, un uomo del tutto rispettabile, serio e competente, spetterà il compito di svendere l’Italia. E lo farà. Con la scusa della crisi si ridurranno anche i diritti sociali acquisiti in tanti anni di lotta, si aumenterà l’età pensionabile, si abolirà la pensione di anzianità, si ridurrà la spesa sociale (in Portogallo è stata dimezzata, una vera macelleria sociale), ovvero meno scuole, università e ospedali pubblici. Lo vuole l’Europa si dice: ma l’Europa prende ordini dalla Goldman Sachs, dalla Bank of America, dalla Citigroup e dalla Deutsche Bank. Ci parleranno di riforma del mercato del lavoro, ma dietro al neutro (anzi positivo) concetto di riforma, si annida il pericolo dei licenziamenti facili e di meno tutele sindacali. E noi accetteremo tutto questo perché c’è la crisi e ce lo impone l’Europa e ce lo chiede la BCE che, mi piace ricordare, non è una banca pubblica, ma privata.

 

Perché i privati devono decidere le sorti di uno Stato? È finita la sovranità di uno Stato? Siamo di fronte alla morte dello Stato Nazione così come è venuto a crearsi in seguito alla modernità? Io credo proprio di sì. E il fatto che la crisi, creata dalle banche, ora sarà pagata dai cittadini contro il loro stesso volere, la dice lunga sul pericolo democratico che stiamo attraversando. Il Belgio è stato governato per più di due anni da burocrati, la Grecia non appena ha provato a proporre un referendum ha subito ricatti ed intimidazioni e ora è il turno dell’Italia. Il rischio è che venderemo l’Eni e l’Enel ai francesi e agli inglesi (ovvero coloro che hanno voluto la guerra in Libia per gli stessi motivi: le fonti energetiche) e le banche ai tedeschi.

 

Ripeto sono contento che il vecchio e incompetente satrapo sia caduto, ma ad una gioia (la liberazione dall’imbarazzante premier) si aggiunge la tristezza per un futuro sempre meno democratico e la fine della sovranità nazionale. Perché una cosa è chiara: se sono riusciti a far cadere lui (attaccato come era al potere) riusciranno a far cadere chicchessia, qualora non faccia ciò che i veri centri di potere chiedono. Il tutto lontano dalla volontà e dalla consapevolezza di buona parte dei cittadini.

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