Togliere ai poveri per dare ai ricchi. Il mercato ringrazia, gli italiani no e la Chiesa cattolica non pagherà

Massimo Ragnedda (Tiscali) La manovra lacrime (non quelle della Fornero) e sangue, messa giù dal professor Monti è una profonda delusione. O meglio è una delusione per chi, ingenuamente, si aspettava che con un governo di tecnocrati conservatori puntasse ad una manovra equa. Ma così non è stato e così non sarà. Einstein diceva: “Non si può risolvere un problema usando lo stesso modo di pensare che ha creato quel problema”. Ergo, non si può risolvere il problema della crisi economica con un tecnocrate che arriva da quel mondo economico e finanziario che ha creato la crisi. Ripeto ancora una volta: nessuno mette in dubbio la professionalità del professor Monti. Anzi, al contrario. La sua professionalità è, in questo caso, un problema. È un uomo della finanza internazionale, fondamentalmente un uomo dei poteri forti, e che ha una visione elitaria della società. Già nel 1956 il sociologo statunitense Wright Mills scriveva, in  “Le élite del potere”, che la società statunitense non è la società dell’uomo medio, ma di una ristretta èlite chiusa. Una piccola oligarchia composta tra tre élites: quella politica, quella economica e quella militare, che si coalizzano per impedire l’accesso al potere a persone estranee a questa cerchia. Ora questa èlite è estesa a tutto il mondo occidentale. In Italia, le tre èlites sembrano essersi fuse in un governo di banchieri, tecnocrati e militari.

Il senatore Paolo Guzzanti (Pdl) qualche giorno fa, sulle colonne de Il Giornale, ha sostenuto che la crociata contro i ricchi è banale. Sarà anche banale, ma spetta ai ricchi, più che ai poveri, tirare la cinghia. Ma non per Monti. Prelevare ai poveri per dare ai ricchi, come un moderno Robin Hood, in linea con i principi del neoliberismo selvaggio e del capitalismo d’assalto. Chi è ricco e privilegiato non deve essere sfiorato. E no caro Professore, mi permetta di dissentire e, per non essere il solito disfattista, le suggerisco un bel laghetto nel quale pescare qualche spicciolo per far quadrare i conti. Un’idea diversa dalla solita mannaia contro le pensioni e la spesa sociale.

 

Arriviamo al dunque. Da poco la Banca d’Italia ha pubblicato dei dati che sono utili ai fini del nostro ragionamento. Secondo queste cifre in Italia si concentra il 5,7% della ricchezza netta posseduta nel mondo. Mi chiedo, e le chiedo, Prof. Monti: perché non pescare un po’ anche in questo mare? È interessante notare che, nonostante gli italiani rappresentino all’incirca l’1% della popolazione mondiale e che il nostro PIL corrisponda al 3% del prodotto interno lordo mondiale, un’élite in Italia detiene il 5,7% della ricchezza netta del pianeta. Non è un tabù: quei patrimoni possono, e devono, essere toccati. Ma forse anche Lei, come il senatore Guzzanti, penserà che si tratti di un qualcosa di banale. Beh, vede professore, sono certo che sono in tanti gli italiani che banalmente pensano che si debbano “toccare” i grandi patrimoni e capitali.

 

Entriamo ancora più nei dettagli. Sempre secondo i dati della Banca d’Italia il 13% della ricchezza italiana è nella mani di 240 mila famiglie, ovvero l’1% del totale. So di dire una banalità, ma una semplice aliquota dell’1% darebbe un gettito di oltre 10 miliardi di euro (ovvero un terzo della sua finanziaria). Continuo con le banalità: se l’aliquota fosse al 2% si avrebbe un gettito di 20 miliardi di euro annui. Non credo le suddette famiglie avrebbero problemi ad arrivare alla fine del mese o a far quadrare i conti. Stiamo pur sempre parlando di famiglie che hanno in media un patrimonio di quasi 4,5 milioni di euro. Un’aliquota dell’1 o del 2% comporterebbe un prelievo “insignificante” per tali patrimoni e un’entrata significativa per i conti dello stato e per l’equità sociale.

 

Lo so, forse la mia proposta di tassare i grandi patrimoni è banale, ma anche la sua, di tassare sempre e comunque gli stessi contribuenti, mi pare scontata. Oltre che dannosa e pericolosa per gli equilibri sociali di un paese.

 

Ps. Caro professore ho notato che è stata reintrodotta l’ICI, o IMU che dir si voglia, con una rivalutazione delle rendite catastali fino al 60%. Un fardello molto pesante che dovremmo sostenere tutti. O meglio, quasi tutti. La Chiesa Cattolica non pagherà. E non sto parlando dei luoghi di culto, ma dei quasi 30mila immobili ecclesiastici adibiti ad attività imprenditoriali (che secondo una sentenza della Cassazione del 2004 non possono essere esclusi dal pagamento dell’ICI). Una svista che costa allo Stato circa 2,5 miliardi l’anno, senza contare le altre tasse che la Chiesa non paga.

 

Lo so, anche in questo caso sono troppo banale. Ma chissà perché penso che qualche provvedimento banale in più aiuterebbe lo stato italiano a sanare i conti e i cittadini a non sentirsi tar-tassati.

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