Il caso Sakineh e l’ipocrisia occidentale

Massimo Ragnedda (TiscaliAncora  il caso Sakineh. Ancora una volta la strategia della tensione, dello scontro, della diffamazione e della strumentalizzazione dei media. Ancora una volta riparte la campagna di odio contro il nemico, con un balletto di ipocrisie e false notizie, di strumentalizzazioni e violenza verbale.  Sia chiaro: sono contro la pena di morte in Iran, come negli Stati Uniti, come in Cina, come in Arabia Saudita e in tutte la parti del mondo dove ancora questa barbara pratica è in auge. Appunto, sono contrario alla pena di morte senza se e senza ma. Alcuni, ipocritamente, sono contrari alla pena di morte solo in Iran, perché in fondo non sono interessati a salvare dalla morte la condannata iraniana, ma a condannare un’intera nazione e popolo. L’obiettivo, non dichiarato, è preparare l’opinione pubblica alla guerra: quella prossima ventura contro l’Iran. Sono contro la pena di morte, ovunque nel mondo, ma anche contro la strumentalizzazione dei diritti umanitari, della falsa retorica e dell’ipocrisia.

Il caso Sakineh è un emblema, un caso da manuale di strumentalizzazione e di manipolazione mediatica. Il caso della lapidazione a morte di Sakineh per adulterio (così ci è stata proposta, falsamente, per mesi e mesi) è forse uno dei casi più interessanti da studiare per capire come le campagne di odio nascono e si diffondono (il libro Barack Obush di Giulietto Chiesa e Pino Cabras spiega molto bene come sia nata la campagna per salvare Sakineh). Campagne di odio che prendono spunto da fatti concreti (in questo caso la condanna a morte di Sakineh) per essere poi strumentalizzati. È un classico da manuale e la storia recente è piena di questi esempi.

 

Fu così durante la prima guerra mondiale quando si parlava dei crimini commessi dai tedeschi contro donne e bambini ai quali venivano tagliate le mani. Una notizia che ha scosso e turbato l’opinione pubblica e ha mobilitato parte di essa. Una notizia rivelatasi poi falsa, ma l’indignazione e l’odio, nel frattempo, erano già diventati guerra e mobilitazione contro il nemico tedesco.

 

Fu così durante la seconda guerra mondiale quando si diede luogo, negli Stati Uniti, ad una feroce campagna d’odio contro i giapponesi con notizie false e strumentalizzazioni. L’obiettivo era lo stesso: trasformare un popolo riluttante alla guerra, in un popolo di feroci guerrafondai. Fu così per il Corea e il Vietnam. Fu così durante la guerra del Kosovo, la cosidetta guerra umanitaria (un orribile ossimoro). Si parlò di pulizia etnica, di sterminio sistematico, si paragonò Milosevic a Hitler. Alcune notizie erano vere, altre false, alcune per comodità taciute. L’obiettivo era evocare un’emozione da trasformare in odio per giustificare la guerra. L’obiettivo era spingere l’opinione pubblica ad accettare la guerra. E poco importa se quelle notizie, oggi, sono considerate esagerate e false (come i 500mila kosovari che mancavano all’appello e si temeva fossero stati uccisi da Milosevic). L’obiettivo è stato raggiunto. La guerra, per chi l’ha vissuta comodamente seduto a casa, è passata.

 

È successo con Saddam Hussein (negli anni Ottanta fedele alleato degli Stati Uniti e poi considerato feroce nemico): accusato di detenere armi di distruzione di massa che a distanza di dieci anni non sono state mai trovate. Poco importa se poi proprio i marines americani in guerra per trovare le armi di distruzione di massa abbiano usato armi altrettanto micidiali e proibite dalla convenzione di Ginevra sugli iracheni (vedi il fosforo bianco usato a Falluja). Si diceva che l’Iraq perseguitava i kurdi (vero) ma si dimenticava di dire che la Turchia, membro della Nato dal 1952, fa altrettanto, ancora oggi. L’ultimo caso mercoledì 28 dicembre 2011 quando la Turchia con i suoi F-16 e droni senza pilota ha bombardato i dintorni di un villaggio chiamato Roboski (Ortasu in turco) al confine con l’Iraq. Primo bilancio parla di 35 morti (tra cui un dodicenne).

 

I diritti umanitari vengono tirati in ballo quando conviene. È successo in Libia, ora succede in Siria e in Iran. Ma non succede in Barhein, Arabia Saudita e Kuwait. Loro sono gli alleati dell’Occidente e contro di loro nessuna campagna di sensibilizzazione. Si possono fare migliaia di esempi dell’ipocrisia occidentale, ma il caso Sakineh, in questi giorni ritornato di moda, è il più emblematico.

 

Anche ieri ho sentito dire in TV che Sakineh è stata condannata per adulterio. Sakineh è stata condannata per omicidio e non per adulterio: l’accusa è di aver fatto drogare il marito e averlo fatto uccidere nel sonno dal suo amante. Per essere ancora più precisi: anche il suo amante (sì aveva un amante, ma è molto difficile in Iran provare l’accusa di adulterio poiché sono necessari 4 testimoni oculari che hanno assistito personalmente all’adulterio) è stato condannato a morte in entrambi i gradi di giudizio.

 

Io spero che Sakineh non sia condannata a morte, come spero che tutti i detenuti statunitensi che vivono nel braccio della morte non siano condannati a morte. Spero anche che i condannati cinesi e quelli sauditi non siano condannati a morte, ma scontino la loro pena in carcere. La storia di Sakineh deve, però, farci riflettere. Non si tratta di una campagna per salvare la vita di una donna, ma una campagna per giustificare una guerra. Una campagna che prende spunto da un fatto concreto (la condanna a morte di una donna) ma che si discosta da essa per perseguire altri obiettivi.

 

Ancora una volta il filosofo militante filoisraeliano Bernard-Henri Lévy (che ha difeso tra l’altro l’aggressione militare di Gaza che ha provocato la morte di 1400 persone, di cui 300 bambini), lancia il suo appello che viene ripreso in prima pagina dal Corriere della Sera (29 dicembre 2011). Ancora una volta si punta l’accento sulla barbarie del regime iraniano per preparare la guerra. Un articolo intriso d’odio e di violenza, che getta benzina sul fuoco in un momento molto delicato.

 

Levy, in quell’editoriale, ad un certo punto dice: “e il solo pensiero di un assassinio di Stato annunciato ci sprofonda nel terrore”. Concordo. Ma questo deve valere sempre e non solo contro l’Iran, altrimenti si chiama ipocrisia. Non mi pare ci sia stata una sola fiaccola accesa in giro per il mondo per Teresa Lewis, statunitense, ritardata mentale, assassinata dallo Stato statunitense il 23 settembre 2010, proprio mentre il mondo occidentale accendeva candele e i giornali mettevano in prima pagina la fotografia di Sakineh.

 

Levy dice, riferendosi a Sakineh: “La donna non rischierebbe più la lapidazione, ma l’impiccagione che, come si sa, è più «umana»!”. Che dire allora dell’iniezione letale che ha ucciso la ritardata mentale Lewis due anni fa? È forse l’iniezione letale più umana? Il filosofo francese, parla di simboli, dignità delle donne, di uguaglianza dei diritti umani, di giustizia per l’innocenza. Parole nobili, belle, profonde. Ma perché non ha scritto due righe per Teresa Lewis? Non è una donna? Non è l’iniezione letale altrettanto inumana?

 

Il segretario di Stato americano Hillary Clinton si è detta turbata da una possibile esecuzione a morte in Iran. Ha protestato dicendo che ancora una volta il regime iraniano non è in grado di salvaguardare i diritti fondamentali e in particolare quelli delle donne. La cosa che sorprende di questa affermazione è che è stata detta dal segretario di Stato di un paese che applica la pena di morte e che, proprio in quei giorni, assassinava Teresa Lewis, donna e ritardata mentale, anche lei accusata di aver fatto uccidere il marito. Proprio come Sakineh. Ma per salvare la Sakineh americana non c’è stata nessuna campagna internazionale.

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