L’Italia dei figli di papà e l’Italia degli sfigati

Massimo Ragnedda (TiscaliSe non fosse stato per la sua infelice battuta il suo curriculum sarebbe passato inosservato. Se non fosse stato per quella “sciocchezza” detta alla “Giornata sull’apprendistato” organizzata dalla Regione Lazio, i riflettori su di lui non si sarebbero mai accesi e il cosiddetto popolo dei social network, forse, non avrebbe cominciato a postare online il suo curriculum. Se non fosse per quella battuta infelice il viceministro al Lavoro e al welfare Michel Martone probabilmente sarebbe rimasto un anonimo sottosegretario figlio di papà, il più giovane del governo Monti, ma perfettamente in linea con l’establishment politico culturale italiano. È anagraficamente giovane, ma culturalmente e politicamente vecchio. E vecchi sono i modi di far carriera dei figli di papà in questo paese. Figlio d’arte, il padre, il Giudice Martone, era un frequentatore dello studio Previti ed è balzato agli onori della cronaca per quel pranzo a casa Verdini, venuto fuori durante le indagini sulla cosiddetta P3. Ma non è questo il punto. E il punto non è nemmeno che sia stato raccomandato dai vari Brunetta, Montezemolo e Sacconi. Non è neanche questo il punto. La cosa che, da precario della ricerca mi fa male, è vedere la sua fulminante carriera universitaria. È troppo facile definire sfigato chi non si è laureato entro 28 anni, per chi a 23 anni fa già il dottorato e a 26 anni vince il concorso da ricercatore e dopo neanche un anno il concorso da associato.

In Italia vincere un concorso da associato a 27 anni è praticamente impossibile, visto che l’età media della laurea è 25 anni. Per chi conosce il modus operandi dei concorsi universitari in Italia, diventare associato a 27 anni è un fatto veramente eccezionale. Anche per un figlio di papà. Ma ancora più eccezionale è che dopo appena due anni vince anche il concorso da ordinario. A questo concorso presentano la domanda 8 candidati ma sei si ritirano. Rimangono in due ed entrambi vincono. Una rimane a Siena, Università che ha bandito il concorso, mentre prof. Martone viene “chiamato” a Teramo (dove ha vinto il concorso da ricercatore a associato). E qui, ancora oggi, insegna.

Ed ecco, dunque, che alla bella età di 29 anni (un anno in più della soglia da lui considerata offlimits per diventare sfigati) lui diventa Professore ordinario, ovvero la posizione più prestigiosa e remunerata, il culmine della carriera per uno studioso. Non metto in dubbio i suoi titoli e non discuto la sua preparazione, ma trovo imbarazzante un cammino così veloce nel mondo accademico. Perlomeno in Italia. Non so se esistono altri casi di professori ordinari con meno di 30 anni, ma se esistono sono una rarità, se è vero che in Italia soltanto il 15% dei professori ordinari ha meno di 51 anni, mentre il 50% ha più di 60 anni.

So invece che ogni anno oltre 60mila giovani italiani (il 70% di loro sono laureati) lasciano il Paese, (dati Confimpreseitalia). So che i laureati italiani “fuggiti” all’estero sono aumentati del 40% in sette anni (dati Ance) e so che nei primi dieci mesi del 2010 si sono trasferiti all’estero 65mila “under 35” (dati Ance). So che in meno di 10 anni – secondo Almalaurea – il flusso in uscita dei laureati italiani è quadruplicato. Tutti i dati e tutte le ricerche dimostrano chiaramente questo trend negativo: l’Italia esporta, ma sarebbe più corretto dire, vede fuggire ogni anno quei giovani che abbandonano la speranza di riuscita nel proprio Paese. Sanno bene che in Italia conta molto di più chi si conosce di che cosa si conosce.

Un’Italia a due velocità: un’Italia dove i figli di papà hanno la strada spianata, concorsi banditi (magari vinti per merito, ma sicuramente banditi per loro), posti assicurati, carriere promesse; un’altra Italia che fugge o che si umilia a lavorare gratis pur di rimanere nel giro, che prende ogni giorno “bastonate” o che perde i concorsi perché non ha santi in paradiso. Un’unica grande Italia dove la meritocrazia resta un miraggio e dove i figli di papà hanno sempre una marcia in più. Un’unica grande Italia dove c’è chi si laurea a 28 anni (magari perché nel frattempo lavora) e fa sorgere tanti interrogativi e chi, invece, in sordina a 29 anni si è già laureato, ha finito il dottorato, ha vinto il concorso da ricercatore, ha vinto il concorso per professore associato e, infine, ha vinto il concorso per professore ordinario. “Questa è l’Italia bellezza. E tu non ci puoi fare niente”.

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One Response to “L’Italia dei figli di papà e l’Italia degli sfigati”

  1. Zio Scriba Says:

    Ma che bella personcina…
    Io da oggi Sfigato lo scriverò sempre con la S rigorosamente maiuscola…
    A marto’: ma mi faccia il piacere!
    prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr

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