Fornero: il posto fisso è un miraggio. Non per la sua famiglia

Massimo Ragnedda (TiscaliIl pulpito dal quale vengono le prediche è importante per capire se quelle prediche hanno un senso o meno. Prof. Monti dagli studi Mediaset (sarà un caso?) ci ricorda che il posto fisso è monotono e noioso, lui che in vita sua ha avuto sempre posti fissi. Facile fare i precari con la vita degli altri, verrebbe da dire. Facile parlare di precariato per chi a soli 26 anni era già professore a tempo Indeterminato a Trieste, e da lì in poi una lunga carriera di posti a tempo indeterminato ai quali aggiungeva diversi altri incarichi temporanei, ma sempre con la sicurezza di non restare mai e poi mai disoccupato. Un sogno per chi oggi si affaccia sul mondo del (non) lavoro.

 

Il professore a tempo Indeterminato Monti, ora senatore a vita (alla faccia della noia e della monotonia) insiste sul precariato e prova a convincerci di quanto sia bello essere precari. Non la pensa così chi, ad esempio, non riceve il mutuo perché precario, ed assieme al mutuo deve dire addio ai sogni di avere una “famiglia normale”. È difficile tirar su famiglia senza una minima certezza occupazionale. I precari lo sanno bene: i tecnici che hanno uno, due e tre lavori, sembrano ignorarlo. Facile parlare di precari con la vita degli altri.

 

Assieme alla sua collega Fornero vogliono accelerare sull’articolo 18. Ci spiegano, da buoni professori ordinari a tempo indeterminato che godono di tutte le garanzie sindacali (in Italia è quasi impossibile essere licenziati lavorando a tempo indeterminato all’Università), che aumentando le possibilità di licenziare, anche senza giusta causa, aumenteranno i posti di lavoro. Una logica perversa che, francamente, a me sfugge.

 

Nel frattempo però si scopre che la figlia della Fornero a 36 anni ottiene l’idoneità di Professore associato. Silvia Deaglio viene chiamata ad insegnare come professore associato (a tempo indeterminato) a Torino dove dal 2004 è ricercatrice (a tempo indeterminato) e dove la madre Elsa Fornero e il papà Mario Deaglio sono entrambi Professori Ordinari (a tempo  indeterminato  manco a dirlo). Così nell’ateneo di Torino, figlia, madre e padre lavorano a tempo indeterminato. Loro non possono in nessun modo essere licenziati. Per gli altri si pensa di abolire l’articolo 18. Facile parlare di precari con la vita degli altri.

 

Sia ben chiaro, non sto denunciando nessuna irregolarità e il caso Deaglio non è scandaloso come quello Martone che all’età in cui lei diventava ricercatrice lui era già ordinario e con molte meno pubblicazioni e titoli, ma è emblematico di un sistema perverso e che non funziona. Quanti altri bravi ricercatori non hanno avuto e non avranno mai le possibilità che Martone e Deaglio hanno avuto? Quanti altri bravi ricercatori sono costretti a fuggire all’estero per vedersi riconosciuto ciò che meritano? Quanti altri bravi ricercatori vengono respinti nei concorsi, non banditi per loro, pur avendo curricula di tutto rispetto? Un vecchio professore soleva dirmi: nell’Università essere bravi non basta. All’inizio della mia avventura di precario della ricerca e dell’insegnamento (che dura da ben 10 anni) non capivo. Ora, ahimè, la cosa mi è molto più chiara. Ora, ahimè, capisco cosa intendeva il vecchio professore. Facile fare carriera quando si è figli di papà e mammà.

 

Sia professor Martone che la Professoressa Deaglio, oltre ai posti fissi nelle università, hanno anche doppi e tripli incarichi. La professoressa Silvia Deaglio, ad esempio – qui non è in discussione il suo curriculum – è anche responsabile unità di ricerca della fondazione HuGeF che si occupa di ricerca in campo della genetica, gnomica e proteomica umana. Dunque un bel secondo lavoro. Niente di irregolare, ci mancherebbe altro. Ma fa specie sapere che la madre è stata vicepresidente della Compagnia di San Paolo che guarda caso finanziava la HuGeF. Ripeto, nessuna irregolarità e probabilmente si tratta solo di una coincidenza. Ripeto, nessuna irregolarità. Una cosa del genere in Finlandia, in Danimarca o Olanda non farebbe neanche notizia, perché sarebbe chiaro a tutti che se una persona è stata scelta o ha vinto un concorso è solo per merito. Ma siamo in Italia e sappiamo che non sempre (sic!) le cose vanno così. Dunque permettetemi, almeno, il beneficio del dubbio.

 

Ho esordito parlando dell’importanza del pulpito dal quale vengono le prediche: ora mi spiego meglio. Se a parlare di bellezza del precariato e della noia del posto fisso fosse stato un precario, beh sapete che vi dico: sarei stato ad ascoltarlo. Se a parlare di necessità di abolire l’articolo 18 fosse stato chi ha poche tutele sindacali e parla per esperienza diretta, anche in questo caso sarei stato ad ascoltarlo. Ma quando a parlare di precarietà è una persona che ha la sicurezza del posto fisso da quando ha 26 anni (ha cambiato sede di lavoro, ma nessuno lo avrebbe mai potuto licenziare) o un ministro che ha tutta la famiglia che lavora a tempo Indeterminato nella stessa Università (e magari ha anche il secondo e terzo lavoro, poiché alla noia non c’è mai fine) permettetemi di diffidare profondamente sulla bontà di queste proposte. Che dite: sono troppo prevenuto?

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