Si può criticare Israele senza essere accusati di antisemitismo?

Massimo Ragnedda (Tiscali) Leggendo i commenti al mio precedente articolo dove ricordavo la vita di Nayef Qarmout di appena 15 anni, ucciso, assieme ad altre 25 persone, dagli aerei da guerra israeliani mentre giocava, mi sono sentito accusare di essere antisemita, di essere un integralista islamico o un nazista. C’è chi addirittura mi accusa di volere la distruzione di Israele e volere il califfato. Per fortuna Israele ha ben altri difensori. Francamente trovo imbarazzanti queste accuse, più per chi le muove che non per me, ma inevitabilmente spingono ad una riflessione e mi fanno capire quanto difficile sia criticare Tel Aviv, senza cadere in questa spirale di odio e violenza verbale. Allora mi e vi chiedo: è illegale criticare Israele quando sbaglia? Israele è al di sopra del diritto internazionale? E soprattutto, criticare Israele significa essere antisemiti?

 

A scanso di equivoci lo ripeto ancora una volta: Israele ha il diritto ad esistere in pace e sicurezza e non ho mai scritto e pensato che debba scomparire o essere distrutta. Niente affatto. Anzi sono un sostenitore dello Stato di Israele. Questo diritto, però, non da ad Israele e a nessun altro paese al mondo il diritto di bombardare indiscriminatamente la popolazione civile e rinchiuderla in una sorta di campo di concentramento quale è diventata la Striscia di Gaza. Nessuno è al di sopra del diritto internazionale, nemmeno Israele; nessuno è al di sopra delle critiche, neppure Israele. Il fatto che Israele sia una democrazia non è un attenuante, ma è anzi un aggravante, poiché come Stato democratico dovrebbe conoscere e rispettare il diritto internazionale. Allora perché criticare Israele, quando sbaglia, deve essere un crimine? Io non critico Israele a priori: io critico Israele quando credo che sbagli, come criticherei l’Italia se bombardasse indiscriminatamente un paese occupato, come criticherei gli USA, come criticherei la Svizzera e finanche la Norvegia qualora sbagliasse. Critico chi, ai miei occhi, sbaglia e racconto le storie che, ai miei occhi, meritano di essere raccontate: la storia di Nayef Qarmout meritava di essere raccontata.

 

Sono pronto alla discussione e alle critiche, ma non alle offese gratuite di chi ti etichetta come nazista per il semplice motivo ché osi criticare Israele, magari con l’obiettivo di indurti all’autocensura ed impedirti di vedere e raccontare quello che succede a Gaza o nella Cisgiordania. No, mi dispiace, io gli occhi non li bendo e anche se i TG italiani non ne parlano, ho visto, letto e sentito, grazie alla stampa internazionale, quello che in questa settimana – e così da anni oramai – è successo nella Striscia di Gaza: ovvero aerei da guerra che bombardano centri abitati. È inevitabile che quando si bombardano centri abitati si uccida indiscriminatamente. La storia che ho provato a raccontare è quella di un 15enne che giocava all’uscita dalla scuola proprio mentre uno di questi aerei da guerra sganciava bombe sulla sua testa. Non era un terrorista: era un ragazzino. E di ragazzini come lui, sotto le bombe israeliane, ne sono morti a centinaia dal 2006 ad oggi. Solo durante l’operazione Piombo Fuso, quando Israele per 22 giorni mise a fuoco e fiamme la Striscia di Gaza con bombardamenti di terra, cielo e mare, morirono circa 1400 persone, tra cui moltissimi bambini, donne, anziani e più di 5000 feriti.

 

Certo, forse potrei raccontarlo diversamente, forse potrei usare altre parole o edulcorarle con eufemismi, ma francamente non riesco a dirlo diversamente: quello che fa Israele nella Striscia di Gaza è un genocidio al rallentatore. Perché dirlo diversamente se la realtà è questa? Forse perché si ha paura di essere etichettati come antisemiti? So bene che si tratta di un terreno impervio e scivoloso quello che divide l’obbligo civile e morale della critica politica a Israele dalla messa in discussione del suo diritto ad esistere, ma questo non può spingere i commentatori, la classe politica e i cittadini e non vedere il massacro di Gaza. La paura di essere criticati non può spingere all’autocensura: io non accetto questo diktat. Dire questo non significa essere antisemiti, ma avere a cuore la sorte di uno dei popoli più martoriati della terra. Dire questo non significa evocare il nazismo o essere fiancheggiatori di Hamas o dell’integralismo islamico: per me dire questo significa raccontare una delle tragedie dei nostri tempi, ovvero il massacro di Gaza, con le continue incursioni aeree, le invasioni, gli arresti e le esecuzioni extragiudiziali. Cose queste che hanno fatto dire al premio Pulitzer Seymour Hersh che i palestinesi sono trattati come esseri subumani, al pari dei sassi. Hersh è conscio di quanto difficile sia criticare Israele, ma la sua deontologia professionale lo spinge a raccontare la triste realtà, così come fece portando alla luce gli orrori di Abu Ghraib o come fece con il Massacro di My Lai in Vietnam che gli valse il prestigiosissimo premio Pulitzer. Non sbaglia chi racconta un crimine, ma chi lo commette.

 

Non sono accecato dall’odio verso Israele e non auspico la sua scomparsa, ma non posso tacere dinanzi ai suoi crimini che sono sotto agli occhi di tutti. Dovremmo smetterla di ragionare come tifoserie da stadio e ragionare pacatamente e sentire su di noi le ingiustizie commesse sui più deboli ed allora sarebbe naturale dar voce agli abitanti di Gaza le cui condizioni sono talmente disumane che anche la definizione di prigione a cielo aperto sembra essere riduttiva. Lo dico da amico di Israele: basta con questo genocidio al rallentatore nella Striscia di Gaza, poiché questo rende sempre più difficile il cammino verso la pace e costituisce terreno fertile per i fondamentalismi.

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