Dal Grande Fratello di Orwell alla Società Postpanottica. Intervista a Massimo Ragnedda

Intervista di Antonio Migliorino su Controcampus. L’epoca attuale è segnata dal declino delle istituzioni. Il tramonto della modernità, intesa come società delle istituzioni, apre le porte al nuovo pensiero postmoderno. Il nucleo nevralgico di questa, discendente e decadente, parabola della civiltà umana, alberga nel controllo sociale.L’uomo moderno non è più libero nè di sognare, né di volere. Le sue scelte sono condizionate, nel bene e nel male, dalle nuove tecnologie. I sogni, le emozioni e i desideri traggono origine da un’unica ed edulcorante fonte di saggezza: i mass media. Col tempo, però, i sogni tendono a divenire sterili, seriali e meccanicamente prestabiliti, quindi a smarrire ogni traccia d’originalità. Questo ritmo triadico caratterizzato da controllo sociale, postmodernità e mass media, si ripercuote sull’umanità, la quale, ingannata da un mondo vuoto ed ipnotico, sprofonda nel baratro dell’omologazione.

Spinti dal desiderio di comprendere al meglio queste nuove dinamiche socio culturali, abbiamo deciso d’intervistare il Prof . Massimo Ragnedda, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicazione sociale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Sassari.

Quella che segue è l’intervista fatta al prof. Ragnedda.

1. Sul finire del settecento, Jeremy Bentham progettò il Panopticon, un nuovo modo per ottenere potere mentale, in maniera e quantità mai vista prima. In seguito, Michel Foucault, studiando la struttura del carcere benthamiano, lo eresse a modello e vessillo del potere della società contemporanea. Tuttavia, il Panopticon, inteso come fil rouge di un controllo invisibile, è presente anche nel Grande Fratello di Orwell. Prof. Ragnedda, lei è autore di un’affascinate monografia: “La società postpanottica. Controllo sociale e nuovi media”. Come si esplica il nuovo controllo sociale?  

Bisogna innanzitutto partire dal superamento della dicotomia controllo sociale versus libertà. Se nella modernità questi due concetti erano in contrapposizione, ora nella postmodernità non solo non si escludono ma si integrano a vicenda. Il nuovo controllo sociale che si affaccia nella postmodernità richiede tanto la conformità ad un modello comportamentale imposto dal centro, sulla scia del Panopticon, tanto l’autonomia. Non solo. Il nuovo controllo sociale richiede tanto uno sguardo che impone e controlla (Panopticon o Grande Fratello), quanto uno sguardo che ammalia e seduce (synopticon).

In tutto questo, i media giocano un ruolo cruciale, in qualità di costruttori della realtà e di modelli di riferimento. Da un punto di vista synopticon i media, che hanno occupato una posizione centrale nella nostra quotidianità, sono il centro a cui le persone “libere” si ispirano per conformarsi. La loro omologazione al modello comportamentale, imposto per dare maggiore conformità alla società, avviene non per imposizione, come nel Panopticon, ma per seduzione. La televisione rimane il principale mezzo di costruzione della realtà sociale a cui ispirarsi e conformarsi. Ora, con l’avvento dei nuovi media interattivi, il rapporto medium utente non è più unidirezionale, ma richiede un utente-cittadino meno passivo e che dialoga con il medium, trasformandosi all’occorrenza in mittente e non semplice destinatario dell’informazione.

L’avvento dei nuovi media e le nuove tecnologie ha radicalmente rivoluzione lo scenario sociale all’interno del quale si muove il controllo sociale. Ha offerto nuove ed ampie possibilità di movimento. I nuovi punti di incontro sociale, le nuove interazioni sociali, si trasferiscono nel virtuale, ed è lì che una parte del controllo sociale si sposta.

L’utente è, e per un po’ rimarrà, potenzialmente attivo e capace di immettere nella rete i propri contenuti ma la sua capacità di influenzare il contesto sociale sarà pressoché nulla. L’ampia libertà di movimento che la rete delle reti offre, impone un controllo sociale che si sposta anche nel virtuale e che fa leva su metodi panottici e della sorveglianza elettronica, pur con delle grosse differenze. Non si tratta ora solo di limitare i movimenti di un individuo ad un territorio, ma di impedirgli di accedere ad esso.

Il nuovo controllo sociale dunque, deve fare i conti da una parte con il superpanottico e dall’altra con il synopticon, con la reclusione/esclusione e con la seduzione, con la sorveglianza elettronica e con l’iperrealtà. Esso si muove sulle ceneri del panottico, ne raccoglie le sue più felici intuizioni, le eleva ad un livello tecnologicamente più alto, ma si confronta anche con gli strumenti dell’industria culturale e della società dello spettacolo. La società postpanottica è anche questo, ovvero l’assoluto ridimensionamento della dimensione restrittiva e della punizione dei corpi. La società postpanottica, a differenza della società disciplinare indicata da Foucault, impone la conformità alle regole non tanto con la reclusione ma cercando di incanalare le “libere” scelte dell’individuo all’interno di opzioni predeterminate e prefissate, che rinforzano lo status quo. I mass media sono perciò vitali, poiché costruiscono una realtà sociale standardizzata a cui, liberamente ispirarsi.

 

2. Il filosofo Bentham sosteneva che si dovesse “obbedire puntualmente, per poter criticare liberamente”. Ma non sempre si è liberi di criticare e di esprimere il proprio pensiero. Talvolta si corre il rischio di andare incontro a pregiudizi. In uno dei suoi ultimi articoli, “Israele li chiama effetti collaterali, ma il suo nome è Nayef Qarmout, 15 anni, ucciso mentre giocava”, lei, giustamente, racconta le atrocità della guerra tra Palestinesi ed Israeliani: un genocidio al rallentatore dietro il silenzio della comunità internazionale. Crede sia, davvero, impossibile criticare Israele senza essere accusati di antisemitismo?   

 

 

Questo è il rischio, perlomeno in Italia. È sempre difficile criticare Israele senza essere accusato di essere antisemita. Riconosco che il crinale che separa la legittima e dovuta critica politica ad Israele dalla messa in discussione del suo diritto ad esistere è molto labile, ma questo non può spingere i commentatori, la classe politica e i cittadini e non vedere il massacro di Gaza e la condizione disumana nella quale versano 1.670.000 persone (più o meno quanto la popolazione della Sardegna) in un territorio grande più o meno quanto la provincia di Prato (la seconda più piccola d’Italia).

La situazione a Gaza è così grave che anche la definizione di prigione a cielo aperto è riduttiva. Il Cardinale Martino, parlando della Striscia di Gaza ha detto che “assomiglia sempre più ad un campo di concentramento” dove gli israeliani portano avanti quello che l’ex ambasciatore francese ed esperto di Medio Oriente, Eric Rouleau, definisce un “genocidio al rallentatore”. Dire questo non significa essere antisemiti; significa semplicemente non tapparsi gli occhi. Poi è vero qualcuno può strumentalizzare questi fatti in chiave antisemita, ma la colpa è di chi strumentalizza non di chi denuncia, ma sopratutto la colpa è di chi commette il reato e non di chi lo porta a conoscenza dell’opinione pubblica.

 

3. Per Schopenhauer l’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che fa. Nel saggioEclissi o tramonto del pensiero critico, lei sostiene che l’essere umano è e si sente libero di pensare, di agire in piena autonomia, completamente emancipato da influenze esterne. Tuttavia, avverte (come Pasolini negli scritti corsari) l’esistenza di una tendenza all’omologazione. La nostra autonomia di pensiero è in pericolo? Crede che l’uomo moderno, allevato e viziato con gli afflati del Panem et circenses, possa davvero “risvegliarsi” dall’incubo catodico?

 

L’essere umano è e si sente libero di pensare, di agire in piena autonomia, completamente emancipato da influenze esterne. Paradossalmente però mai come ora ci si trova dinnanzi allo spauracchio dell’omologazione di base nel comportamento degli individui, rinvenibile nel modo di vestire, di mangiare, nei desideri e nelle aspirazioni, ma soprattutto nel modo di pensare. I “regimi del manganello” non sono mai riusciti ad uniformare il pensiero con la forza, anzi al contrario lo hanno involontariamente alimentato.

I regimi totalitari sono linfa vitale per il pensiero critico, perché in presenza di una evidente e manifesta assenza di libertà di espressione, l’uomo reagisce, quasi di istinto, con forza cognitiva, elaborando un pensiero critico e attivo, capace di rigettare il “Sistema” imposto dall’ordine costituito. Dinnanzi ad una omologazione imposta con la forza in maniera coercitiva, l’uomo risponde elaborando un pensiero critico anticonformista, un pensiero cioè capace di tradursi in azione e pronto a sovvertire lo status quo. Al contrario oggi pare che di fronte alla manifesta possibilità di esprimere proprie opinioni liberamente, gli individui rispondano omologandosi nel loro modo di pensare. Mentre un tempo avremmo potuto pensare al sistema dei media come ad un garante della libertà e del processo democratico, oggi dobbiamo riconoscere che le stesse libertà richieste dai media, stanno per essere distrutte da quegli stessi media nella loro piena evoluzione e maturità.

I mass media sono i più grandi produttori di significati condivisi che mai siano venuti all’esistenza nella storia della società umana. Sono evidenti i rischi che derivano da una produzione serializzata dei prodotti culturali, dalla mercificazione dell’arte e dalla spettacolarizzazione della nostra società. È chiaro il ruolo che riveste il mondo pubblicitario che tende ad imporre il raggiungimento immediato della felicità come imperativo categorico della nostra epoca dei consumi di massa, così come chiaro è il ruolo che il desiderio imposto dal marketing pubblicitario ha nella nostra quotidianità. Dobbiamo porci il problema di quali occhiali, per parafrasare Bourdieu, noi utilizziamo nel capire, decifrare ed elaborare gli innumerevoli input che ci provengono dal mondo mediatico e da quello direttamente esperibile.

I mass media, in parte involontariamente ed in parte volutamente, sono divenuti agenti di rinforzo dello status quo, cosa che garantisce il mantenimento degli innumerevoli vantaggi per la classe egemone e detentrice dei media stessi. Questo è in parte dovuto ad un processo di routine e di autoregolamentazione del sistema mediatico, dunque oggettivo, ed in parte dovuto a influenze dirette da parte del mondo della pubblicità, delle grosse società e degli assetti proprietari dei media, dunque soggettivo. È necessario prendere in considerazione le differenze fondamentali tra la propaganda in un regime dispotico e quella più complessa e quasi invisibile che invece caratterizza le società aperte e democratiche. Propaganda senza un direttore unico dietro le quinte, stile Goebbels, ma che rinforza con altrettanta, se non più, forza la situazione di potere preesistente nella società. Questa propaganda invisibile e silenziosa che ci fa apparire il mondo nel quale viviamo non solo come il migliore dei mondi, ma come l’unico dei mondi possibili, rischia di farci perdere ciò che di più importante abbiamo ereditato dall’illuminismo: l’esercizio critico della ragione. Esercizio che al pari di tutte le facoltà umane, se non allenato e quotidianamente usato, tende ad atrofizzarsi. Tale facoltà se non è maieuticamente aiutata a crescere non fa la propria comparsa nell’individuo, rimanendo solo in potenza.

Ecco, credo che il rischio che stiamo correndo è quello dell’apatia, dell’accettazione acritica di un modello di società sbagliato e della rassegnazione. Ed in questo, i mass media hanno una grossa responsabilità.

 

4. In un articolo pubblicato su Tiscali.it, sostiene ci siano almeno 100 buoni motivi per non costruire la Tav. Perché, secondo lei, l’Italia non dovrebbe ottemperare alle direttive imposte dall’Europa?

 

La TAV è semplicemente una follia, uno scippo di risorse pubbliche che verranno convogliate verso poche grandi società e questo è emblematico dei nostri tempi. La concentrazione di ricchezza in sempre meno mani è un segno distintivo dei nostri tempi. Con gli stessi soldi si possono ristrutturare tutte le scuole pubbliche italiane, facendo così lavorare le piccole e medie imprese, che sono la spina dorsale del nostro paese, e mettendo in sicurezza i luoghi dove i bambini e i ragazzi si formano. Per non parlare del problema della salute visto che si vuole bucare una montagna amiantifera e con uranio. Infine non dimentichiamo che i benefici sono pressoché nulli: tra 15 o 20 anni quando l’opera sarà completata, si arriverà a Lione 20 minuti prima. Chiediamoci: ne vale davvero la pena?

 

5. Prof. Ragnedda, lei insegna Sociologia dei processi culturali e comunicazione sociale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Sassari. Crede che le università italiane possano reggere il confronto con quelle nordeuropee?

 

Direi proprio di no: in Italia non sempre viene premiato il merito e spesso è molto più importante chi conosci e che cosa conosci. L’Italia ha delle eccellenze, ma è anche uno dei paesi con il più alto numero di ricercatori in fuga. Una volta un vecchio professore mi disse: nel mondo universitario essere bravi non basta. Ho impiegato molto tempo a capire cosa significasse, nel concreto, questa frase ed ora mi è chiaro: se non hai uno sponsor forte alla spalle, se non hai chi ti protegge, non hai chance di fare carriera.

 Il merito è l’ultimo dei fattori che viene preso in considerazione. L’università italiana si regge grazie ad un esercito di volontari, sottopagati e umiliati docenti a contratto o assegnisti che tengono corsi, concedono tesi, fanno ricevimento studenti, e spesso fanno il lavoro degli ordinari, impegnati a recuperare risorse per bandire un concorso ad hoc per il proprio allievo. Ma non c’è posto per tutti: anzi recenti statistiche dimostrano come, dopo l’approvazione della Gelmini, l’85% dei precari dell’Università abbandonerà la carriera universitaria, senza nessun ammortizzatore sociale. La cosa più triste è che magari si è lavorato anni gratis aspettando un salto di qualità ed invece sei espulso dal sistema, senza garanzie e perlopiù ti ritrovi troppo vecchio per riciclarti nel mondo del lavoro.

Si figuri che io l’anno scorso per insegnare due distinte discipline, ovvero Sociologia dei processi culturali e Comunicazione Sociale, sono stato pagato 1,82 Euro (ovvero 91 centesimi a corso, al netto delle tasse). E come me, nella sola Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari, ben il 40% dei docenti nell’a.a. 2010/2011 è stato pagato un euro. Questo, oltre ad essere umiliante e lesivo della dignità per chi insegna e anche diseducativo per gli studenti e le studentesse: quale esempio diamo loro? Un professore che si umilia ad insegnare per 1 euro all’anno? Se neanche un docente universitario riesce ad avere un lavoro dignitoso, quale futuro si prospetta ai giovani?

 

6. Cosa ne pensa di Controcampus?

 

Mi pare un ottimo periodico di informazione universitaria, con diverse sedi sparse in tutta la penisola capaci di raccogliere le storie, le voci  e i dati di tutte le Università italiane.

 

 

Il Prof. Massimo Ragnedda è autore di cinque monografie: “Comunicazione e Propaganda”“Eclissi o tramonto del pensiero critico”“Il sacrificio”“La Società Postpanottica. Controllo sociale e nuovi media” e “La Guerra Mediatica”. Giornalista pubblicista, collabora per diversi quotidiani e network, tra cui Tiscali.it ( http://notizie.tiscali.it/opinioni/Ragnedda/184/).

Advertisements

One Response to “Dal Grande Fratello di Orwell alla Società Postpanottica. Intervista a Massimo Ragnedda”


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: