La Malauniversità: tra sottofinanziamento e concorsi truccati

universita2Massimo Ragnedda (Tiscali) Il problema del sottofinanziamento delle università pubbliche in Italia è ampiamente noto. Con un misero 0.9% l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i paesi Ocse come percentuale di PIL speso per la ricerca e l’Università, e il prossimo futuro è tutt’altro che roseo. Nei prossimi anni il finanziamento pubblico verrà ulteriormente ridotto di 1.5 miliardi di euro e il turn over previsto dall’ex governo Berlusconi prevede che per ogni 5 dipendenti che vanno in pensione, solo uno verrà assunto.

Questo sottofinanziamento sta lentamente portando alla distruzione di quel poco che è rimasto dell’istituzione pubblica. Inoltre, le Università potranno (o forse, a causa del sottofinanziamento sarebbe più corretto dire, “dovranno”) deliberare la loro trasformazione in fondazioni private alle quali cedere gratuitamente tutti i beni (mobili ed immobili) degli atenei. L’Università in Italia è, se il prossimo governo non interverrà seriamente, vicina all’implosione, con devastanti conseguenze sociali ed economiche per l’intero paese. Non è un mistero, dato questo sottofinanziamento, che l’Università in Italia si regga grazie ai precari, agli sfruttati e ai “volontari”.

Secondo i dati forniti dal MIUR (ministero dell’Istruzione, dell’Uniersità e della ricerca) in Italia ci sono 42649 professori a contratto, figura anomala e alquanto problematica.A volte si tratta di professionisti che prestano, per prestigio personale, il loro servizio (gratuitamente o quasi) all’Università, ma nella stragrande maggioranza dei cas i si tratta di neo dottori di ricerca o assegnisti che ufficialmente accettano uno o due corsi (30 ore per un semestre) ma poi fanno il lavoro che fanno tutti i docenti strutturati (concedono tesi, fanno esami, ricevimento studenti ecc…) ma con una grande differenza: sono precari e lavorano (quasi) gratuitamente. Perché lo fanno allora? È un modo per immettersi nell’Università, per farsi conoscere, per maturare, ma soprattutto è un modo per contrarre un credito (tacito) con il “padrino accademico” (barone) e con il Dipartimento.

 

L’Università ha i suoi codici non scritti e si basa su accordi taciti di cooptazione tra professori e allievi. I termini dell’accordo sono (sintetizzando al massimo): tu inizia a collaborare con me, ovvero lavora e insegna gratis, ed io ti faccio vincere il dottorato (3 anni), poi un assegno di ricerca (2 anni ma possiamo rinnovarlo qualche altra volta) e poi, quando e se i fondi ci saranno, ti faccio vincere il concorso da RTDa (3 anni +2) e dopo, sempre che i fondi ci siano, ti faccio vincere un RTDb (3 anni) e dopo, se ci sono fondi, potrai finalmente (a circa 40/45 anni) diventare professore associato di ruolo (salvo casi eccezionali di rampanti carriere).

 

Lavorare gratis, dunque, significa contrarre un “credito” da spendere domani. Quando? In sede concorsuale. O meglio, prima che il concorso venga bandito, quando cioè si deve decidere a chi destinare il posto. Infatti, già prima che venga pubblicato il bando, si conosce (salvo rarissimi casi) il nome del vincitore. Non è raro, infatti, nei corridoi accademici sentire frasi del tipo: “abbiamo bandito il posto per Caio”, “la prossima volta tocca a Tizio” e così via. I bandi hanno un nome (non scritto) del vincitore e tutti nell’ambiente lo sanno. È ipocrita non ammetterlo.

 

Insomma se vuoi fare carriera nell’accademia italiana, devi consegnare la tua vita, le tue ambizioni, le tue speranze in mano ad un padrino e a lui devi tutto. E questa credo sia la cosa più triste e pericolosa del mondo accademico italiano: sapere che il tuo futuro non dipende dal tuo curriculum ed esperienza, ma dal tuo padrino protettore. La tua vita accademica dipende da lui/lei, dai suoi rapporti di forza nel Dipartimento, dalla sua capacità di intessere relazioni a livello nazionale e concorsuale. Più lui è forte (a prescindere dai suoi titoli) e più tu hai possibilità.

 

Se vinci un concorso così, è evidente, che non è per merito tuo (essere bravi non basta nell’Università italiana), ma merito del tuo padrino. Sarà lui a presiedere la commissione (o delegare qualche persona di fiducia), a individuare i criteri di valutazione e calibrarli ad hoc su di te. Gli altri commissari (salvo casi di conflittualità interna per “favori” non restituiti) sanno chi deve vincere e il gioco è fatto. Generalmente i criteri sono così arbitrari e specifici che l’unico lavoro che la commissione deve fare è scrivere il nome del vincitore, precedentemente già individuato. Anche i commissari nominati tacitamente riscuotono un credito: oggi aiuto te a far vincere il tuo allievo e domani tu aiuti me.

 

È evidente che se il candidato prescelto sapesse che il potere discrezionale della commissione non fosse così forte, di certo non accetterebbe di umiliarsi, lavorando gratis, per l’Università. Ed è su questo che il processo di cooptazione si basa. C’è da dire che spesso coloro che vincono sono bravi (tranne casi noti di parentopoli, figli di presidi o rettori che vincono senza titolo), ma non sempre sono i più bravi: sono semplicemente i prescelti. Il concorso in sé è una farsa che tutti conoscono. Il cooptato perfetto è colui che vince al primo colpo, che non partecipa ad altri concorsi per non “infastidire” la commissione, perché aspetta il “suo” concorso, ovvero il concorso pubblico (come previsto dalla costituzione italiana) ma ritagliato su di lui (come previsto dal codice tacito accademico).

 

Chi si accinge a fare ricerca ed entrare nel mondo dell’Università sa bene tutto questo, o lo impara subito: lo vede già nei concorsi per dottorato dove, sempre più spesso, vinci solo se ti vogliono far vincere. Durante i tre o quattro anni di dottorato, si fa già la prima grossa selezione (sempre tacita). Poiché la stragrande maggioranza di loro poi non può (per mancanza di fondi) avere un assegno di ricerca e poi un RTD e poi un domani diventare di ruolo, si profila una scelta: o rifiutare le regole del gioco precario, rifiutandosi di lavorare gratis, di fare le ricerche per lui, di fare gli esami per lui, di fare le lezioni per lui (spesso neanche ufficialmente riconosciute) e si autoesclude, oppure provare, consegnando la propria vita, le ambizioni e la passione per la ricerca nelle mani del padrino.

 

Tra coloro che decidono di provarci, accettando tacitamente le regole del gioco di cooptazione, non tutti però (per mancanza di fondi) possono poi andare avanti. In ogni dipartimento ci sono i prescelti (chiamati erroneamente assistenti) che negli anni hanno conquistato la fiducia del padrino (in ogni modo). Per loro la strada è spianata: al termine del dottorato si trovano un assegno di ricerca già finanziato e poi inizia la scalata. Per gli altri, comincia l’odissea. Se proprio ami questo lavoro, dopo il dottorato puoi decidere di star là e fare ricerca non pagato, fare lezione perché sai che è l’unico modo per avere almeno l’illusione di entrare nell’Università.

 

Se proprio sei testardo e accetti di fare il professore  a contratto per 1000 euro all’anno, magari dopo qualche anno di disoccupazione riesci ad ottenere un assegno annuale, ma poi sei punto a capo, perché sai che, se e quando arriveranno i fondi per bandire un posto da ricercatore, quel posto non è per te. A te daranno una pacca sulla spalla, ti diranno che queste sono le regole tacite e che lo sapevi sin dall’inizio. Nel frattempo hai buttato i migliori anni della tua vita lavorando gratis nella speranza di raggiungere il tuo obiettivo che, ahimè, non dipende dal tuo valore. Nel frattempo, invece, il prescelto avrà pubblicato con il suo padrino, nel giornale diretto dal suo padrino o amici, sarà presente ai convegni nazionali dove conosce quelli che un domani saranno i suoi commissari e così, pian piano, si immette nel mondo della cooptazione, ne accetta le regole e le fa sue.

 

Un domani quando diventerà di ruolo (a 40/45 anni) non sarà mai completamente “libero”, perlomeno se vuole diventare ordinario (lì ha bisogno della commissione ad hoc per vincere) e se, a sua volta, vuole provare a “piazzare” quel dottorando bravo che sta crescendo con lui e lo aiuta a fare le lezioni e a mandare avanti gratuitamente l’Università. Questo è solo uno spaccato dell’Università italiana cronicamente sotto finanziata e basata su regole tacite che niente hanno a che vedere con la meritocrazia, il profitto e il valore delle persone. Questo è sintomatico di un Paese che si impoverisce culturalmente e che lentamente muore.

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