Alfano si dimetta: un ministro dell’Interno non può partecipare ad una manifestazione come quella di Brescia

brescMassimo Ragnedda (Tiscali) Sono giorni tristi per la democrazia italiana. Non solo per un governo nato da un accordo fatto nelle stanze buie del potere, che coinvolge le più alte cariche dello Stato e tradisce il mandato elettorale. Sono giorni bui per la democrazia non solo perché il più grande partito del centro sinistra italiano si stringe in un abbraccio mortale da una parte con la destra populista e demagogica berlusconiana e dall’altra con la destra economica e finanziaria legata alle grandi lobby  internazionali. Sono giorni tristi non solo perché si è svuotato di senso la farsa elettorale e, mai come ora, i cittadini sono disorientati, stufi, amareggiati, rassegnati e non si sentono rappresentati da questa classe politica: e questa è chiaramente una sconfitta per la democrazia rappresentativa.

Sono giorni tristi perché vedere una manifestazione contro un organo indipendente dello Stato, capeggiata dal ministro dell’Interno, è una delle cose più gravi che si possano immaginare in una democrazia. Un ministro dell’Interno che partecipa ad una manifestazione come quella di Brescia, mentre dall’altra militanti con in mano la Costituzione vengono accolti da agenti in assetto antisommossa. Nemmeno nei peggiori degli incubi una cosa del genere sarebbe stata concepibile, nemmeno in un film horror si sarebbe arrivati a tanto. Eppure questo succede.

Un ministro della Repubblica dal cui dicastero dipendono le forze dell’ordine manifesta contro un pezzo indipendente dello Stato. Una vergogna senza uguali e un affronto inaccettabile. Chi commette reati deve essere giudicato dalla magistratura e la sentenza deve essere rispettata. Un ministro dell’Interno che manifesta per difendere chi è stato condannato, anche in secondo grado, dovrebbe dimettersi il giorno stesso. Ma siamo in Italia, il paese dei furbi, dei prepotenti, di chi evade le tasse, di chi parcheggia in doppia fila, di chi trucca i concorsi, di chi non emette fattura, di chi chiede aiuto ad un politico per accellerare i tempi di una risonanza magnetica.

L’Italia è quel paese dove viene condannata alla “censura” il pm minorile di Milano Anna Maria Fiorillo per aver fatto il proprio dovere come scritto dalla Costituzione. Il CSM, il cui capo è il rieletto Giorgio Napolitano, l’ha condannata per aver “violato il divieto di dichiarazioni alla stampa”, ovvero per aver osato smentire sui media l’allora ministro dell’interno Maroni. L’Italia della pacificazione nazionale è anche questo. Il presidente del CSM, così solerte nel punire un pm per aver fatto il proprio dovere, non ha invece niente da dire sulla partecipazione di ministri che hanno giurato sulla Costituzione ad una manifestazione sovversiva. Perché di questo si tratta: manifestare contro un organo indipendente dello Stato per volere di un condannato (anche in secondo grado) è un atto sovversivo. Ma in nome della pacificazione nazionale il Presidente della Repubblica tace. Ma il suo ruolo è difendere la Costituzione e l’Unità nazionale e non mi pare, con tutto il rispetto, che questo stia avvenendo. Anzi.

Proprio mentre il Paese affossa, mentre il numero di disoccupati cresce, mentre la produzione industriale è ai minimi storici (-5,2% a marzo rispetto allo stesso mese del 2012) e segna il peggior dato tra le economie continentali, proprio mentre il debito pubblico aumenta, proprio mentre per il settimo trimestre consecutivo il PIL è in calo (una recessione così lunga non si era verificata dal primo trimestre del 1990), il governo Berlusconi-Letta voluto e protetto dal Presidente della Repubblica pensa all’elezione di Nitto Palma alla Commissione Giustizia. Ancora una volta i guai giudiziari, che siano evasione fiscale, prostituzione minorile o concussione, di una singola persona sono il tema principale dell’attività di governo. I problemi del lavoro, delle piccole e medie imprese che falliscono, degli esodati e dei cassintegrati rimangono sullo sfondo. Prima c’è da salvaguardare l’interesse personale del capo, poi viene il resto.

Anche questa è l’Italia. Un paese dove dalle elezioni vien fuori lo stesso identico gattopardesco scenario di prima: lo stesso presidente della Repubblica (Napolitano), gli stessi partiti che sostengono il governo (PD, PDL e UDC). Cambia il nome del Presidente del Consiglio, ma non i riferimenti internazionali e gli interessi da tutelare: entrambi (sia Monti che Letta) sono membri del Gruppo Bildeberg, entrambi sono membri dell’Aspen Institute ed entrambi sono membri della Commissione Trilaterale. Insomma, per citare Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “tutto cambia affinché nulla cambi”. In questo scenario, e solo in questo scenario, Alfano può fare il Ministro dell’Interno e partecipare ad una manifestazione sovversiva.

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