Io so chi ha ucciso Arafat. Lo so, anche se non ho le prove

Massimo Ragnedda (Tiscali)arafat-620x365Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Così, quasi quaranta anni fa, scriveva uno dei più grandi scrittori e intellettuali italiani: Pier Paolo Pasolini. Parlava delle stragi di Milano, di Brescia e di Bologna. Ho sempre amato questo scritto corsaro pubblicato sul Corriere della Sera nel lontano Novembre del 1974. Ho sempre amato questa nuda e acuta riflessione scritta da un inarrivabile maestro. L’ho sempre amata perché mille volte mi sono trovato a pensare e a scrivere (nel mio piccolo si intende) di cose di cui non avevo le prove, eppur mi sentivo sicuro.

Ho scritto anni fa sull’assassinio del leader palestinese Arafat. Sapevo, pur non avendo le prove, che era stato ucciso. In realtà tutti sapevamo che quella di Arafat non era una morte naturale. Era chiaro a tutti, perlomeno a coloro che vogliono andare un po’ più in là dell’informazione di facciata, che il leader palestinese era stato avvelenato. E ora, dopo nove lunghissimi anni, dopo depistaggi e menzogne, ecco finalmente le prove. Il centro di ricerca di Medicina Legale dell’Università di Losanna, dopo aver riesumato il corpo di Arafat, ha confermato la presenza di Polonio.

Un documento di 108 pagine che non lascia spazi ad equivoci: sul corpo del leader dell’OLP ci sono tracce di polonio 18 volte oltre la norma. Il polonio, è bene ricordarlo, è una sostanza in possesso di Stati e non di singole persone, ragion per cui il mandante dell’omicidio è un governo e non una singola persona. Arafat, il leader indiscusso della lotta palestinese, il più ascoltato e amato tra i leader palestinesi, il capo storico della resistenza palestinese per più di cinquanta anni è stato dunque assassinato. Già.

Ucciso. Ma da chi? E qui, ahimé, certezze non ve ne sono né mai ve ne saranno. Prove neppure, inutile cercarle. Eppure io so; eppure sappiamo chi ha ucciso Arafat. E per capirlo, basta chiedersi: Cui prodest? Chi può trarre vantaggio dall’uscita di scena del premio Nobel per la pace? Quale Stato ha a disposizione il Polonio e ha interesse ad eliminare il leader della resistenza? Certo non ho prove, e come dice Pasolini, non ho neanche indizi, ma so che è stato Sharon. Lo so perché cerco di coordinare fatti anche lontani, di mettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro storico e politico che vedono Arafat come l’unico leader in grado di contrastare l’occupazione israeliana.Un leader molto discusso certo, con mille nemici interni, ma pur sempre una vera autorità capace di tenere unito il popolo palestinese, di tenere alta la speranza di liberazione e l’unico capace di negoziare con Israele e la comunità internazionale. Capacità e coraggio che gli valsero il premio Nobel per la pace per aver cercato di trovare un accordo con Israele.

Era il lontano 1993 quando, con l’allora premier israeliano Rabin, firmò degli accordi di pace a Oslo. La pace, come noto, si fa con il nemico e sino ad allora Rabin e Arafat erano nemici. Certo dopo quella stretta di mano non diventarono amici, ma provarono a trovare un accordo, una soluzione cheandasse bene ad entrambi. Quell’incontro accese grandi speranze, ma dopo venti anni niente è cambiato. Se non in peggio. La violenza da entrambi le parti è fermata, la colonizzazione illegale da parte israeliana è andata avanti, l’occupazione militare non si è bloccata e le uccisioni e gli arresti di palestinesi sono notevolmente aumentati. Niente è cambiato da allora, se non che entrambi i premi Nobel per la pace sono stati uccisi.

Rabin ucciso da un estremista di destra israeliano durante un comizio in piazza (con la complicità dei servizi segreti interni) e Arafat ucciso per mano ignota. O meglio, ufficialmente ignota, ma pur non avendo le prove so che è stato Sharon. In realtà è una cosa ampiamente nota e pacifica: lo sanno i palestinesi, lo sanno gli israeliani e lo sanno gli americani. Sharon, che governava in quegli anni, l’artefice della carneficina di Sabra a Chatila nel 1982, è il mandante dell’omicidio dell’unico leader capace di contrastrare l’occupazione militare e illegale israeliana. Sharon tentò già due volte di uccidere Arafat: nel 1982, durante l’invasione libanese, e dopo lo scoppio della seconda intifada, quando fu bloccato dagli americani. Allora, era il 2001, Sharon si limitò a confinare il suo arcinemico per tre lunghi anni a Ramallah, nella famosa Muqata. Arafat non lasciò mai il suo compound se non per andare a morire a Parigi.

È per questo che dico di sapere. Io so, anche se non ho le prove. So che a far uccidere Arafat è stato l’allora primo ministro israeliano, mentre resta da capire chi materialmente ha avvelenato Arafat. Se Sharon è il mandante, chi è l’esecutore materiale? E il colpevole, in questo caso, deve essere ricercato tra le fila palestinesi, qualcuno di cui Arafat si fidava e che aveva diretto accesso al compound dove viveva.

Io so, non perché ho le prove ma perché, come insegnava Pasolini, cerco “di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace”.

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