Truffa da 85 milioni. Ma la colpa è anche nostra, che non ci indignamo più

truffa-banconote-2Massimo Ragnedda (Tiscali) Il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua è indagato dalla procura di Roma per falso ideologico, abuso d’ufficio e per truffa. Mastrapasqua non è solo presidente dell’INPS (un incarico pagato più di 200 mila euro all’anno), ma anche vice direttore di Equitalia e ricopre un’altra ventina di incarichi, che spaziano da membro del consiglio di amministrazione di Quadrifoglio, di Telenergia, di Loquendo, di Aquadrome, Mediterranean Nautilus Italy, ADR Engineering, Consel, Groma, EMSA Servizi, Telecontact Center, Idea Fimit SGR.

Antonio Mastropasqua è anche vicepresidente di Equitalia Sud, Equitalia Nord, di Equitalia Centro, ed è dirigente di Italia Previdente, di Eur Congressi Roma, di Eur Tel, di Eur Spa, di Coni servizi Spa, di Autostrade per l’Italia, di Fandango, di Telecom Italia Media. È difficile sommare tutti gli stipendi e avere un quadro preciso dell’ammontare dei suoi stipendi, ma fa specie che il direttore di un ente pubblico come l’INPS, che ha come scopo quello di tutelare i lavoratori in difficoltà e garantire loro la previdenza, abbia circa 25 incarichi e guadagni oltre un milione di euro l’anno.

Tra i suoi tanti incarichi vi è anche quello di direttore generale dell’ospedale Israelitico di Roma. L’accusa che la procura di Roma ha mosso nei confronti dell’ospedale della capitale, è quella di aver manipolato circa 12000 schede di dismissione per ottenere “13,8 milioni di euro di rimborsi”, a cui si sommano “71,3 milioni di euro” di presunto “vantaggio patrimoniale”. Si parla, in parole povere, di una truffa di circa 85 milioni di euro.

Ora io non entro nei dettagli della vicenda e sarà la magistratura a farlo. Non ho difficoltà a credere, come lo stesso Mastrapasqua ha scritto in una nota ufficiale, che lui sia estraneo ai fatti e che anzi la sua immagine e quella dell’ospedale risultano danneggiate da questa notizia. Ricordo che è solo una indagine e sino all’ultimo grado di giudizio lui è innocente.

Cerco, però, di fare un ragionamento un po’ più ampio. Da questa storia voglia trarre due spunti di riflessione. La prima riflessione riguarda la somma degli incarichi che Mastrapasqua, ma non solo lui in Italia, è riuscito ad accumulare nel corso degli anni: come è possibile che una persona possa ricoprire 25 incarichi? Non si era parlato di ridurre i doppi incarichi e i doppi stipendi? Il problema, badate bene, non è solo di ordine economico. Qui si parla anche di professionalità, competenze (che sono sicuro che Mastrapasqua ha), e di tempo per svolgere bene tutti questi incarichi. 25 incarichi sono difficili da gestire per chiunque. Perlomeno io parlo partendo dalle mie modeste capacità: non so dove troverei il tempo per dirigere, controllare, supervisionare  e svolgere al meglio 25 lavori. E stiamo parlando di incarichi di altissimo livello, come presidente dell’INPS e vicepresidente di Equitalia. Due enti cruciali per il corretto funzionamento della macchina dello Stato. 25 incarichi significa poter dedicare ad ogni incarico al massimo un’intera giornata nell’arco di un mese. Non di più. Siamo sicuri che questo sia il modo migliore di gestire la cosa pubblica?

La seconda riflessione, non collegata a questo caso, è che la truffa, la corruzione e l’appropriazione indebita di soldi pubblici sia oramai una prassi consolidata. Truffe di ogni genere e grado: rimborsi elettorali, fatture false, biglietti dell’autobus falsi e ora anche cartelle di dismissioni false. Il furto ai danni dello Stato, ovvero di tutti noi, sta ahimè diventando una banale routine, una cosa normale come l’aria che respiriamo. E la cosa triste, e al contempo pericolosa, è che non riusciamo neanche più ad indignarci e incazzarci (passatemi il termine): oramai prevale la rassegnazione. Siamo rassegnati, delusi e incapaci di reagire. Non vediamo via d’uscita da questo incubo, da questa piovra che ci sta trascinando negli abissi. Qui stiamo parlando di una, per ora ipotetica, truffa da 85 milioni di euro (170 miliardi di vecchie lire). Soldi che ingiustamente sono stati chiesti allo Stato, soldi che sono stati rubati a tutti noi.

Perché forse non ce ne rendiamo conto, ma questi 85 milioni di euro sono i nostri soldi. Ogni volta che facciamo benzina, che compriamo le sigarette, che beviamo un caffè o facciamo la spesa, versiamo soldi nella cassa comune dello Stato. Ogni volta che paghiamo le tasse, il bollo o il ticket all’ospedale, una parte dei nostri soldi finisce nelle tasche di persone senza scrupoli che rubano dalla cassa comune. Ma oramai ci abbiamo fatto il callo. Oramai queste storie di ordinaria corruzione, di ordinario assalto alla diligenza pubblica e di ordinaria criminalità non ci colpiscono o indignano più di tanto. È vero, manca la certezza della pena: anche qualora un delinquente venisse scoperto e dopo una decina di anni di indagini dovesse essere condannato, mettiamo a 4 anni, 3 gli sarebbero condonati per via dell’indulto voluto dal PD nel 2006. Dell’anno che rimarrebbe da scontare dobbiamo togliere 3 mesi (ogni anno di prigione vale infatti 9 mesi) e dunque rimarrebbero al massimo 9 mesi da scontare. Aggiungiamo che sia incensurato e abbia un buon avvocato (con i soldi estorti si può) e al massimo ci si fa un paio di mesi agli arresti domiciliari. Come se fosse una brutta influenza che ti inchioda a casa. Insomma, per molti vale la pena di rischiare.

Ma non è solo un problema di mancanza di certezza della pena. Quello che viene a mancare è la condanna sociale. Non abbiamo la percezione della pericolosità di questi atti. Abbiamo paura del borseggiatore che ci sfila 5 euro, ma non di un dirigente pubblico o di un politico che ci sfila milioni di euro. Una volta rimessi in libertà, torneranno al loro posto e nel caso di politici saranno ricandidati (alcuni diventano anche padri costituenti) e andranno tra la gente che ha derubato a chiedere la fiducia. E noi, come da copione, saremo pronti a ridargliela, come se niente fosse, perché in fondo ogni popolo ha il governo che si merita.

L’Italia affonda per colpa loro, certo, ma anche per colpa nostra che glielo consentiamo.

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