Perché il referendum in Crimea dovrebbe essere illegale e il golpe nazista in Ucraina legale?

crimea-copyMassimo Ragnedda (Tiscali) I dati del Referendum in Crimea parlano chiaro: il 96% vuole tornare con la Russia. Un referendum come quello del 2008 in Kosovo, del 2011 in Sudan e del 2013 nelle Isole Falklands (le Isole Falklands o Malvinas in spagnolo, distano 400 km dall’Argentina, ma sono territorio britannico d’oltremare. Queste isole contese da anni e furono teatro di una guerra nel 1982 tra Argentina e Inghilterra). I media occidentali titolano: “Putin sfida il mondo”. In realtà Putin non sfida il mondo, ma si limita a rispondere alle provocazioni degli USA e, parzialmente dell’UE (meno del 15% della popolazione mondiale) e non il mondo intero: questo, per inciso, la dice lunga sul nostro occidentocentrismo. Ma la vera domanda è: perché l’autodeterminazione dei popoli va bene quando si vota in Kosovo, in Sudan e nelle Malvinas (pardon, Falklands) e non quando si vota in Crimea? Perché quei referendum dovrebbero essere illegali, mentre il golpe che ha destituito un presidente legittamente eletto (anche se corrotto, ma noi italiani non possiamo parlare) e ha messo al comando i neonazisti, dovrebbe essere legittimo?

Grazie agli Stati Uniti e all’Europa per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, nazisti che esplicitamente si rifanno ad Hitler, salgono al potere in un paese europeo, l’Ucraina. Ne menziono giusto qualcuno: Andriy Parubiy (Segretario del Consiglio nazionale sicurezza e difesa), Oleksandr Sych (Vicepremier), Igor Tenjukh (Ministro della Difesa), Sergej Kvit (Ministro della Pubblica Istruzione) Andriy Mokhnik (Ministro dell’Ambiente) Igor Shvajka (Ministro dell’ Agricoltura) e Oleg Makhnitskiy (Procuratore generale dell’Ucraina) tutti membri di Svoboda, il temuto partito neonazista considerato uno dei 5 partiti più antisemiti al mondo. Non è un caso che Moshe Reuven Azman, importante rabbino ucraino, inviti gli ebrei a lasciare Kiev e, possibilmente, l’Ucraina. E poi, per non farsi mancare niente, il vicesegretario del Consiglio nazionale Sicurezza e Difesa è il tale Dmitriy Jarosh, che ha combatutto contro i russi in Cecenia al fianco di Doku Khamatovich Umarov, uno dei più spietati comandanti islamisti ceceni e autore degli attentati terroristi alla metropolitana e all’aeroporto di Mosca che sono costati la vita a 80 persone.

È evidente il tentativo di Putin di tutelare i propri interessi: non vuole che l’Ucraina (dove passa il 60% del gas russo che arriva in Europa) aderisca all’EU perché la considera una componente del progetto di Unione Euroasiatica. Più nello specifico la Crimea è di vitale importanza per la Russia non solo perché il 60% della sua popolazione è di origini russe, ma anche perché ospita, a Sebastopoli, la grande base della flotta meridionale. Per gli USA l’Ucraina è importante sia per ridurre le ambizioni di Putin, sia per controllare il mercato del gas e, perché no, per cercare di indebolire l’Europa, la vera sconfitta da questa crisi.

La crisi con la Russia avrà effetti negativi per l’UE, e non solo per il gas che importiamo in gran parte dalla Russia, ma anche per il mercato europeo che guarda alla Russia e per i negativi riflessi sul turismo (sono quasi 20 milioni i turisti russi che ogni anno visitano l’Europa). Infine, facendo aderire l’Ucraina all’UE, quest’ultima si indebolisce visto che diventa un territorio molto (troppo grande) e difficile da gestire e infrastrutturare. In fondo è lo stesso motivo per cui gli USA vogliono far aderire la Turchia all’UE: espanderla e indebolirla.

La penisola di Crimea è parte dell’Ucraina solo perché regalata nel 1954 da Chruščëv, che era ucraino, per commemorare il 300º anniversario del trattato di Perejaslav tra la Russia e i cosacchi ucraini. Inoltre, geograficamente parlando, la Crimea è unita al resto dell’Ucraina da uno stretto istmo e in futuro sarà unita alla Russia da un ponte sullo stretto di Kerch. Insomma, sia geograficamente, sia culturalmente, sia politicamente e sia storicamente Crimea è più vicina alla Russia che non all’Ucraina.

Ancora una volta quella che si combatte, per ora sui media, è una guerra che va ben al di là del territorio di battaglia. È una guerra geostrategica per il controllo delle risorse energetiche, per espandere le proprie influenze nello scacchiere internazionale o per limitare quelle degli avversari.

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