Anche il premio Pulitzer conferma: l’attacco chimico in Siria fu orchestrato dalla Turchia e dagli Stati Uniti

184_senate_looks_at_chemical_attack_photos.jpg.size.xxlarge.promoMassimo Ragnedda (Tiscali) Per fortuna esistono ancora i bravi giornalisti, quelli indipendenti, quelli investigativi, quelli che scrivono storie controverse e forti. In fondo, come scriveva Orwell, “nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”. E rivoluzionaria è stata la rivelazione del grande giornalista statunitense e premio Pulitzer, Seymour M. Hersh, che ha rivelato come l’attacco chimico del 21 Agosto del 2013, fu opera dei ribelli siriani e non delle forze di Assad.

In realtà è una cosa che sapevamo da tempo ed io, nel mio piccolo, lo avevo già detto subito dopo l’attacco. E come me molti altri, più bravi e più autorevoli, giornalisti. Perché era chiaro ed evidente che gli Stati Uniti avessero bisogno di un casus belli per poter intervenire. Era chiaro, perché conosciamo la storia, perché abbiamo una visione di più ampio respiro, perché non ci fermiamo all’apparenza. Il grande sociologo statunitense, Wright Mills, ci ha insegnato ad andare oltre l’ovvio e il banale, farci domande e guardare l’abituale con occhi diversi. L’immaginazione sociologica è un atteggiamento mentale che ci permette di vedere oltre il proprio ambiente per poter meglio comprendere i fenomeni sociali. Ed io cerco sempre di andare oltre la verità di facciata (senza per questo vedere complotti ovunque) e pormi delle domande. Cerco di collegare fatti che solo apparentemente sembrano lontani e non mi soffermo mai sulla verità semplificata fornita dai “media ufficiali”. Diciamo pure che parto con un sano pregiudizio: non credo alla verità ufficiale. Perlomeno non accetto la verità acriticamente.

In fondo la storia insegna, se solo avessimo la pazienza di ascoltarla. E la storia è chiara: dalla Prima Guerra Mondiale (da quando fu istituita, negli Stati Uniti, la commissione Creel che nell’arco di alcuni mesi riuscì a trasformare una popolazione pacifista in un popolo guerrafondaio), passando per la Seconda Guerra Mondiale (vedesi Pearl Harbour), dal Vietnam (il pretesto della Valle del Tonchino), all’11 settembre sino alle false armi di distruzione di massa di Saddam, per poter intervenire militarmente si ha la necessità di un pretesto che scuota la coscienze e trasformi un popolo tendenzialmente pacificista in un popolo di guerrafondai. Che gli Stati Uniti, ma anche la Francia, la Gran Bretagna e la Turchia, avessero bisogno di un pretesto per poter intervenire in Siria era evidente. Io, sempre nel mio piccolo, lo scrissi ben prima di quell’attacco.

E così, come oggi autorevolmente scrive il grande giornalista statunitense, ora è chiaro a tutti che l’attacco chimico del 21 agosto fu opera dei ribelli e fu organizzato dalla Turchia di Erdogan. Ora se gli Stati Uniti volessero essere coerenti dovrebbero bombardare la Turchia, ma la regola della doppia morale lo impedisce: i crimini sono crimini solo quando vengono commessi dai nemici. E così, negli anni Novanta si imponeva la No Fly Zone nell’Iraq di Saddam Hussein per impedire che il Rais bombardasse i curdi iracheni, mentre nello stesso tempo si armava la Turchia che massacrava i curdi turchi. Questa è la doppia morale occidentale. Quella che ad Agosto ci ha spinto ad indignarci per le morti dell’attacco chimico dell’esercito siriano, ma che ora non ci fa più indignare perché ad uccidere i civili sono stati i ribelli armati dall’Occidente. Ovvero di fronte ad una vittima innocente, prima di piangerla ed indignarci, ci chiediamo sempre: chi l’ha uccisa? Chi è il colpevole? Se il colpevole è quello identificato dai media come il nemico ci si indigna, altrimenti non importa.

Che quelle persone siano morte in seguito ad un attacco chimico orchestrato dalla Turchia non ci indigna, mentre sino a qualche giorno fa era dai più considerata ragione sufficiente per scatenare una guerra contro la Siria.

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