I tre coloni scomparsi e la punizione collettiva

picMassimo Ragnedda (Tiscali) La scomparsa dei tre coloni ebrei (secondo Israele sarebbero stati sequestrati da Hamas) avvenuta il 12 Giugno nei territori occupati, ha dato il via ad una massiccia operazione militare che ha assunto i contorni di una enorme punizione collettiva. Israele, sia chiaro, non ha solo il diritto di cercare i tre ragazzi scomparsi, ma ha anche il dovere di farlo. Ogni Stato ha il dovere di proteggere i propri cittadini e, come in questo caso, fare di tutto per provare a riportarli sani e salvi. Ma questo, sia altrettanto chiaro, non deve avvenire violando il diritto internazionale e facendo pagare a tutti le colpe di alcuni. È un po’ la differenza tra legittima difesa ed eccesso di legittima difesa. Motivo per cui, la punizione collettiva è proibita dall’articolo 33 della convenzione di Ginevra.

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Radio Broadcasting in Fascist Italy: Between Censorship, Total Control, Jazz and Futurism

9781472512482

Massimo Ragnedda (2014), Radio Broadcasting in Fascist Italy: Between Censorship, Total Control, Jazz and Futurism, in Feldman, M., Mead, H., Tonning, E. (eds) Broadcasting in the Modernist Era, Bloomsbury, London., pp. 195-211

“The rise of totalitarianism in the twentieth century was closely linked to technological modernity and the formation of a mass society. The role of the radio in these developments was central. As Philip Cannistraro argued as long ago as 1972, ‘it is no accident that the birth of the totalitarian state coincided with the appearance of the modern techniques of mass communications’ (1972: 127).
Despite the complex parentage of both these quintessentially modern phenomena, the most recognizable mass communication device and earliest totalitarian state were in fact both born in Italy: Marconi invented the wireless in 1897 and, 26 years later, the Italian journalist Giovanni Amendola described Mussolini’s Italy as an experiment in ‘totalitarianismo’. Following the passage of the 1923 Acerbo Law, Mussolini had granted a broadcasting monopoly to the first Italian radio company, Unione Radiofonica Italiana, and in 1925 appropriated the term ‘totalitarianism’ to describe his dictatorship of the Fascist PNF party and interwar Italy: ‘Our formula is this: everything within the state, nothing outside the state, no one against the state’ (Mussolini in Milan; cited in Roberts 2006: 272).”

As Friedrich and Brzezinski claimed more than 50 years ago in their landmark study Totalitarian Dictatorship and Autocracy (1956), recognizable attributes of totalitarianism include the state claiming unchallenged supremacy in ideology and party politics; dictatorial leadership and ‘terror’; and total control of national communications, economics as well as law and order (e.g. military, police and both paramilitary units, like the Squadristi, and secret police, such as the OVRA). […]

 

Censorship and media ownership in Italy in the Era of Berlusconi

globalmediaMassimo Ragnedda: Censorship and media ownership in Italy in the Era of Berlusconi
GMJ: Mediterranean Edition 9(1) Spring 2014, pp. 13 – 26

What we can learn about media ownership and political discourse in general through the lens of the Italian media system? The article looks at the rise of Berlusconi’s media empire and its impact on the country’s people, ethics and customs. The new deal inaugurated in Italy since  1994 when Berlusconi won his first political election, is well known as “Berlusconismo”.  This new system is a sort of political, cultural and economic regime in Italy, wedding a  populist and neoliberal regime. The aim is to see how it is possible to combine censorship and  democracy using as example Berlusconi’s contemporary regime. The article proposes a  classification of seven different types of censorship observed during Berlusconi’s  governments. Some of these forms are directly linked to the totalitarian censorship, while
others are emerging in a new form in a democratic system. This mix of old and new forms of  censorship are typical of ‘Berlusconismo’.

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L’avanzata dell’ISIS in Iraq: fallimento o successo statunitense?

184_isisMassimo Ragnedda (Tiscali) Ad una prima e superficiale lettura, l’avanzata dell’ISIS in Iraq potrebbe essere letto come l’ultimo segnale, forse il più preoccupante, del completo fallimento della politica statunitense in Medio Oriente. Una politica che ha portato ad abbattere tre regimi laici (Iraq, Libia e parzialmente la Siria) conegnando questi paesi ai fondamentalisti islamici. La situazione, non sarà di certo sfuggita ai lettori, è alquanto paradossale: in Siria gli Stati Uniti finanziano e armano l’ISIS (che controlla il nord est del paese con Raqqa come “capitale” di questo stato islamico sunnita, dove è vietata la musica e la vendita di sigarette) per combattere contro Assad (e dunque contro l’Iran sciita), mentre ufficialmente in Iraq cercano il dialogo con l’Iran per combattere l’ISIS. L’Islamic State in Iraq and the Levant (ISIL o ISIS), nasce nel 2004 in Iraq per combattere l’occupazione americana ed è composto da fondamentalisti islamici, di ispirazione wahabita (Arabia Saudita) che si pongono come obiettivo l’instaurazione della Sharia (legge islamica) in Iraq e Siria. Questo gruppo è nato dopo la “liberazione” dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e si sono notevolmente rinforzati grazie agli aiuti militari che ricevono in Siria da parte dell’Arabia Saudita, della Turchia e Qatar da una parte, e dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dalla Francia dall’altra. Ora stanno conquistando l’Iraq e marciano verso Bagdad. La popolazione irachena è terrorizzata e, solo a Mosul, ben 500mila cittadini sono dovuti scappare. Non è proprio la liberazione dell’Iraq che i media ci hanno raccontato in questi anni: con l’ISIS l’Iraq fa un passo indietro di mille anni. La ferocia dell’ISIS è nota a tutti: solo nelle ultime ore hanno giustiziato almeno 1700 persone, considerate infedeli. Read the rest of this entry »

Il rivoltoso sconosciuto e il bambino 

RivoltosoIn questi giorni è rimbalzata in molte bacheche Facebook e suoi principali giornali la foto simbolo della protesta di Piazza Tienanmen che tra il 15 aprile e il 4 giugno 1989 ha scosso la Repubblica Popolare Cinese. La foto simbolo (la prima in alto) è quella del “Rivoltoso sconosciuto” che da solo blocca una fila di carri armati dell’esercito cinese intervenuti per stroncare la rivolta. Un’immagine simbolo, considerata dalla rivista Life una delle 100 foto che hanno cambiato il mondo. Il Time nel 1998 ha incluso “Il Rivoltoso Sconosciuto” nella sua lista de “Le persone che più hanno influenzato il XX secolo”. Un’immagine fortissima, bella e dall’alto contenuto simbolico. Un’immagine che in questi 25 anni ha conquistato più e più volte le prime pagine dei giornali, grazie alla sua forza simbolica e al suo messaggio di libertà e speranza. Una immagine straordinaria e unica, un pugno nello stomaco, un’immagine che più di mille articoli testimonia la durezza del regime cinese.  Read the rest of this entry »

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Tornano in Europa i jihadisti che abbiamo addestrato in Siria. La strage di Bruxelles è solo il primo esempio

bruxellesMassimo Ragnedda (Tiscali) Arrestato in Francia il presunto attentatore del museo ebraico di Bruxelles. È uno dei tanti europei, armati e addestrati dall’Occidente, che si sono arruolati in Siria per combattere il regime di Assad. Lo gridiamo e scriviamo da più di due anni che, così come fatto con i con gli jiahdisti in Afganistan negli anni ‘80, stiamo armando la mano del nostro nemico.

Sono migliaia gli integralisti islamici con passaporto europeo che stanno combattendo in Siria la loro guerra santa. Una guerra che, diversamente da come ci raccontano i media, niente ha a che fare con una guerra per portare la democrazia in Siria. A questi integralisti, che da mezzo mondo arrivano in Siria tramite la Turchia, ben poco interessa della democrazia. L’Occidente (USA, Francia e Inghilterra in primis) sbaglia a credere di poter controllare questi integralisti che una volta conclusa la loro guerra in Siria cercheranno di portarla nel cuore dell’Europa.

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