Muri che cadono e muri che crescono

muroSono passati 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino. Un quarto di secolo senza quel muro che, simbolicamente, ha rappresentato un’era, ha diviso il mondo e creato tensioni. Diverse celebrazioni hanno reso omaggio a quello che la Merkel ha definito un sogno che si è avverato. Ma da altre parti del mondo, non proprio così lontane da noi, un altro muro è stato costruito negli ultimi 10 anni. Un muro della vergogna, della segregazione razziale e dell’umiliazione per un intero popolo, è stato costruito in un paese che si affaccia sul Mediterraneo e che viene definito come “l’unica democrazia del Medio Oriente” . Un muro della vergogna , subito ribattezzato muro dell’Apartheid, che Israele ha costruito in territorio palestinese per segregare un intero popolo. Un muro che costringe centinaia di migliaia di persone a fare ore di fila nei check points militari delle forze di occupazione militare israeliane. Un muro che, come denuncia Amnesty International, “rappresenta una violazione costante del diritto internazionale, in quanto separa i palestinesi dalle loro terre agricole”.

Di fatto questo muro della vergogna, costruito in territorio palestinese, annette quasi il 50% della Cisgiordania. Più del 15% dei palestinesi in Cisgiordania vivono “fuori” da questa gabbia, in territorio militarmente occupato da Israele, e con condizioni di vita insopportabili. Tra di loro gli abitanti di Gerusalemme Est completamente separati dalla restante parte della Palestina e costretti, con le buone o con le cattive, a fuggire. Ho visto con i miei occhi questo muro della vergogna e ho attraversato i check points militari israeliani. File chilometriche per andare a lavorare, per raggiungere i parenti dall’altra parte del muro, per andare a scuola o raggiungere i propri terreni. Persone in fila come bestie, dentro gabbie di ferro e con i mitra puntati addosso. Migliaia e migliaia di persone, ogni giorno, attraversano questi check points per raggiungere ciò che sino a 10 anni fa potevano raggiungere normalmente e senza controlli. E come, per intenderci, se i francesi facessero dei posti di controllo militare, con muri e barriere, per separare Sassari da Oristano e poi da Oristano a Cagliari. Per spostarsi nel loro territorio i palestinesi devono camminare sotto i mitra israeliani, dentro a gabbie per animali, in dei recinti dove l’umanità è perduta. Questo succede nell’unica democrazia del Medio Oriente. Milioni di persone private della propria umanità e della propria dignità. Milioni di persone chiuse in gabbie, in immense prigioni a cielo aperto. Questo succede dall’altra parte del Mediterraneo.
Al muro di Berlino, la cui caduta è stata salutata con favore dal mondo, si è sostituito un altro muro basato sulla segregazione razziale, sull’occupazione militare di un territorio e contrario alla legge internazionale. Dovremmo, mentre celebriamo la caduta della cortina di ferro, ricordarci che negli ultimi dieci anni l’umanità ha costruito un altro muro, questa volta basato sulla segregazione razziale. Un muro dell’Apartheid, appunto. Muro che trova tanti sostenitori anche nelle nostre democrazie. Muro che trova tanti sostenitori proprio tra coloro che, in questi giorni, rendono omaggio alla caduta del Muro di Berlino.

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One Response to “Muri che cadono e muri che crescono”

  1. Massimiliano Says:

    Caro Massimo,
    il fatto è che bisogna porre attenzione a dire certe cose, perché non si è politicamente corretti, non si è allineati e, magari, si è anche razzisti o addirittura simpatizzanti del (per qualcuno ancora) glorioso Partito nazionale socialista tedesco dei lavoratori (effettivamente, il taglio di capelli un po’ nazi tu lo hai! 🙂 ). Chi è stato anche per un breve periodo in Israele, non ha fatto che rimarcare le condizioni di vita umanamente indegne dei palestinesi: che questi piacciano o no (ognuno è libero di non avere in simpatia chichessia e di non amare e condividere le altre culture) sono PERSONE e, solo per questo, vanno rispettate. Mi chiedo se davvero i fenomeni di estremismo, terrorismo, odio e quanto altro, avrebbero avuto la stessa intensità, in assenza di tali condizioni estreme e precarie; quello che tu o io possiamo qui scrivere, già sufficiente a delineare una situazione assurda, rende solamente in minima parte l’idea di chi è costretto a viverci: credo che manco immaginiamo quali nefandezze accadano al’insaputa tanto dei benpensanti quanto di quelli che, come noi, cercano la realtà effettiva e non le verità create ed imposte. Hai chiuso l’articolo (rigoroso e ricco di riferimenti, pur nella sua semplicità in modo da avvantaggiare anche coloro che non possono o non vogliono spremere le meningi) magistralmente, dove metti in risalto la disgustosa ipocrisia delle attuali cosiddette “democrazie”. La cosa grave, che queste riescono, con i loro inganni, a traviare i più: dai profili più bassi, che tendono a nutrirsi di sola televisione, a quelli che dovrebbero avere i mezzi per essere più critici, i quali oltre all’ignoranza che li accomuna ai primi, uniscono la tracotanza e la saccenza di coloro che pensano un pezzo di carta possa trasformarli in pozzi di scienza e di saggezza, sic et simpliciter. Un caro saluto.

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