Radio Broadcasting in Fascist Italy: Between Censorship, Total Control, Jazz and Futurism

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Massimo Ragnedda (2014), Radio Broadcasting in Fascist Italy: Between Censorship, Total Control, Jazz and Futurism, in Feldman, M., Mead, H., Tonning, E. (eds) Broadcasting in the Modernist Era, Bloomsbury, London., pp. 195-211

“The rise of totalitarianism in the twentieth century was closely linked to technological modernity and the formation of a mass society. The role of the radio in these developments was central. As Philip Cannistraro argued as long ago as 1972, ‘it is no accident that the birth of the totalitarian state coincided with the appearance of the modern techniques of mass communications’ (1972: 127).
Despite the complex parentage of both these quintessentially modern phenomena, the most recognizable mass communication device and earliest totalitarian state were in fact both born in Italy: Marconi invented the wireless in 1897 and, 26 years later, the Italian journalist Giovanni Amendola described Mussolini’s Italy as an experiment in ‘totalitarianismo’. Following the passage of the 1923 Acerbo Law, Mussolini had granted a broadcasting monopoly to the first Italian radio company, Unione Radiofonica Italiana, and in 1925 appropriated the term ‘totalitarianism’ to describe his dictatorship of the Fascist PNF party and interwar Italy: ‘Our formula is this: everything within the state, nothing outside the state, no one against the state’ (Mussolini in Milan; cited in Roberts 2006: 272).”

As Friedrich and Brzezinski claimed more than 50 years ago in their landmark study Totalitarian Dictatorship and Autocracy (1956), recognizable attributes of totalitarianism include the state claiming unchallenged supremacy in ideology and party politics; dictatorial leadership and ‘terror’; and total control of national communications, economics as well as law and order (e.g. military, police and both paramilitary units, like the Squadristi, and secret police, such as the OVRA). […]

 

200 mila morti e 600 mila orfani: l’Iraq dieci anni dopo una guerra inutile e dannosa

iraq_644Massimo Ragnedda (Tiscali) Correva l’anno 2003 e gli Stati Uniti, a capo di una coalizione internazionale, si preparavano ad invadere l’Iraq. Porteremo democrazia, pace e serenità, ripetevano i megafoni della propoganda occidentale. Faremo la guerra per avere la pace, ripeteva, con chiaro stile orwelliano, l’allora presidente statunitense Bush.

Qualche settimana prima dello scoppio della guerra, il 15 Febbraio 2003, le piazze di tutto il mondo si colorarono con le bandiere della pace. I manifestanti ripetavano: la guerra non risolverà i problemi, anzi porterà fame, miseria e morte. È stata la più grande manifestazione mondiale per la pace mai organizzata, milioni e milioni di persone ovunque nel mondo a chiedere ai propri rappresentanti nelle istituzioni di bloccare la guerra. Sappiamo come è andata: la voce di centinaia di milioni di persone è stata inascoltata. Come se non contasse, come se le orecchie di chi era allora al governo fossero sorde al volere della popolazione in nome della quale dice di governare. Dieci anni dopo le morti, gli orfani, la disperazione, la fame, la crudeltà, la violenza, i mutilati sono lì a ricordarci che chi chiedeva la pace aveva ragione e chi, per interessi privati e personali, ha scatenato la guerra aveva torto. Dieci anni dopo sappiamo che sono morti, secondo uno studio della Brown University, circa 190.000 iracheni, 4.488 soldati americani e almeno 3.400 mercenari statunitensi e molti altri mai registrati. Sappiamo che ci sono, secondo fonti Onu, 600mila orfani e 1.3 milioni di cittadini iracheni sono stati sfollati internamente e quasi 2,5 milioni sono fuggiti all’estero in esilio.

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Togliere ai poveri per dare ai ricchi. Il mercato ringrazia, gli italiani no e la Chiesa cattolica non pagherà

Massimo Ragnedda (Tiscali) La manovra lacrime (non quelle della Fornero) e sangue, messa giù dal professor Monti è una profonda delusione. O meglio è una delusione per chi, ingenuamente, si aspettava che con un governo di tecnocrati conservatori puntasse ad una manovra equa. Ma così non è stato e così non sarà. Einstein diceva: “Non si può risolvere un problema usando lo stesso modo di pensare che ha creato quel problema”. Ergo, non si può risolvere il problema della crisi economica con un tecnocrate che arriva da quel mondo economico e finanziario che ha creato la crisi. Ripeto ancora una volta: nessuno mette in dubbio la professionalità del professor Monti. Anzi, al contrario. La sua professionalità è, in questo caso, un problema. È un uomo della finanza internazionale, fondamentalmente un uomo dei poteri forti, e che ha una visione elitaria della società. Già nel 1956 il sociologo statunitense Wright Mills scriveva, in  “Le élite del potere”, che la società statunitense non è la società dell’uomo medio, ma di una ristretta èlite chiusa. Una piccola oligarchia composta tra tre élites: quella politica, quella economica e quella militare, che si coalizzano per impedire l’accesso al potere a persone estranee a questa cerchia. Ora questa èlite è estesa a tutto il mondo occidentale. In Italia, le tre èlites sembrano essersi fuse in un governo di banchieri, tecnocrati e militari.

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Io antiberlusconiano convinto, non riesco a gioire della sua caduta

di Massimo Ragnedda (TiscaliSono un antiberlusconiano convinto, della primissima ora, da quando un magnate dell’informazione (caso unico al mondo e molto pericoloso per una democrazia) si è affacciato direttamente sulla scena politica. Sono un antiberlusconiano nel senso che detesto il modo in cui, quello che buona parte della stampa internazionale ha definito senza esitazione un pagliaccio, ha governato il nostro paese. Sono un antiberlusconiano semplicemente perché l’Italia, terra nobile di cultura e ingegno, di viaggiatori e poeti, di santi e brava gente merita di meglio di un premier ridicolizzato in tutto il mondo (tranne che da Putin, Gheddaffi e qualche altro vecchio tiranno).

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Ma davvero crediamo che ministri come la Gelmini ci possano tirare fuori dalla crisi?

Massimo Ragnedda (Tiscali) L’ennesima figuraccia della Gelmini, un ministro scelto per caso, sulla scoperta che i neutrini siano più veloci della luce, è la riprova di una classe dirigente incompetente e non all’altezza dei compiti e della situazione. Quella figuraccia internazionale getta una cupa ombra sulle nostre istituzioni e sulle modalità di reclutamento della classe dirigente. Un tempo i ministri, i consiglieri, i consulenti, erano scelti tra i migliori. Proprio come una squadra: per ogni ruolo si sceglie il migliore. L’allenatore di una squadra non si sognerebbe mai di selezionare e far giocare un pessimo giocatore. Invece, la nostra squadra di governo è composta da persone nominate non per vincere, ma semplicemente per fare una squadra e tenere in piedi un governo fine a se stesso. Mentre l’Italia precipita giù. Chi può tirarci fuori dalla crisi? Scilipoti? Romano? Consentino? Milanese? E l’elenco sarebbe lungo e, ahimè, tristemente noto.

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Cari economisti spiegateci la crisi. Chi l’ha creata e chi ci guadagna?

di Massimo Ragnedda (Tiscali)

Non sono un economista e faccio fatica a districarmi in questa marea di informazioni e dati che tutto dicono e nulla spiegano. Quando gli economisti e i mass media parlano della crisi sembrano parlare in codice per non farci capire. I mass media hanno il dovere di informarci, ma non lo fanno. So tutto dell’omicidio di Avetrana, della casa di Cogne, del delitto di via Poma, della strage di Erba, eccetera, e non so i nomi degli speculatori, chi comanda il Fondo Monetario Internazionale, cosa sono le agenzie di rating e soprattutto cosa guadagnano le banche centrali e da chi sono governate. Voglio i nomi e voglio conoscere i meccanismi, e voglio che siate voi economisti a spiegarcelo. Per esempio mi piacerebbe che spiegaste questo ai cittadini. La crisi finanziaria non è un fatto inevitabile e in balia delle forze irrazionali della natura; non è un terremoto o un’eruzione vulcanica: non è, insomma, un evento geologico, ma un evento previsto e prevedibile. Mi chiedo e vi chiedo: qualcuno ci guadagna da questa crisi? E se sì, chi? E poi: se qualcuno ci guadagna, non potrebbe essere lui il responsabile creando ad hoc la crisi per specularci?

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Davanti al dramma di Oslo non abbiamo certo bisogno di editoriali violenti

Massimo Ragnedda (Tiscali)

Ancora non era certo il numero delle vittime, il sangue ancora caldo versava a terra, ancora molti ragazzi per sfuggire alla furia omicida erano nascosti e molti corpi dovevano ancora essere recuperati. Dicevo, ancora niente era chiaro, erano passate solo poche ore e nessuna rivendicazione era arrivata, eppure Il Giornale titolava in prima pagina “Sono sempre loro. Ci attaccano”. Loro sono gli islamici. Il “Ci” sta per noi, vittime inermi di una guerra che i fanatici islamici stanno portando avanti contro l’occidente e il mondo libero. Ci stanno attaccando. Implicitamente diceva: dobbiamo difenderci da questa aggressione, dobbiamo far qualcosa. Una prima pagina sbagliata per almeno tre ragioni: sbagliata tecnicamente perché riporta una notizia falsa; una prima pagina sbagliata deontologicamente perché non assolve al compito del giornalista di spiegare e verificare le fonti; una prima pagina sbagliata perché incita all’odio e riproduce lo stereotipo dell’Islam come una religione dell’odio.

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