Il Sacrificio

sacrificio.jpgIL SACRIFICIO

 

 

 

Introduzione di Mauro Bulgarelli


Premessa

 

PARTE PRIMA: I DUBBI

Capitolo I
L’ 11 settembre

I soliti sospetti

Cronaca di un delitto imperfetto

Il volo 77 e la difesa del Pentagono

 I dubbi restano

Il ruolo del Presidente Bush

Il mistero del volo 93

I dubbi nelle indagini

USA: l’arte di farsi attaccare

Il piano Northwoods

Golfo del Tonchino

L’importanza della storia

 

Capitolo II
L’ integralismo finanziario l’altra faccia del terrorismo

La definizione di terrorismo internazionale

 I fondamentalisti finanziari

La pista non seguita

Le armi dei fondamentalisti finanziari

 Chi ha speculato? Alcuni esempi

La sindrome degli ex

 BCCI. La banca del diavolo

Affari di famiglia: incidenti aerei e business

 Il crollo dell’Unione Sovietica e la BCCI

 Tentata speculazione. Il caso antrace

 

PARTE SECONDA: LA DEMOCRAZIA IMPERIALE

Capitolo III Il potere economico

La recessione economica statunitense

Con la scusa dell’11 settembre

 Il Warfare State

 Una nuova Pearl Harbor

 I lobbysti al governo

Energy Policy Task Force

 Chi tira i fili della marionetta

 

Capitolo IV il potere mediatico

 La propaganda nella società democratica

 I colossi dell’informazione

L’ informazione incastonata: gli embedded

 L’ informazione filtrata

 Media: cassa di risonanza dell’élite?

 Il nuovo nemico: il nemico di sempre

 Una nuova forma di dittatura?

 

PARTE TERZA LA NUOVA GEOSTRATEGIA IMPERIALE 

Capitolo V The big game

Il sacrificio di New York

 Bin Laden e la Libia: un incrocio mortale

 Il grande gioco euroasiatico

Cina-Russia-Iran. Un’alleanza impossibile?
Lo spauracchio della Corea del Nord

Capitolo VI La balcanizzazione del Medio Oriente

Ridisegnare il Medio Oriente

L’Iraq libero

Alcune plausibili ragioni dell’aggressione all’Iraq
 La nuova strategia bellica di Bush
L’impero colpisce al cuore e alla mente

La triplice conquista

 

Conclusioni

 

 

                                                            INTRODUZIONE DI MAURO BULGARELLI

 

Sull’attentato alle Torri gemelle esiste ormai una letteratura imponente, di vario tenore e accuratezza, spesso esasperatamente “complottista”, talvolta documentata e rigorosa. In quest’ultimo settore spiccano eccellenti inchieste di alcuni grandi giornalisti investigativi americani, come Seymour Hersh, analisi politiche acute e coraggiose come quelle di Noam Chomsky e, per ultimo, lo straordinario film di Michael Moore, “Farheneit 9/11”. Non ho citato a caso tre autori americani: chi, infatti, pensasse che negli Stati uniti l’ondata patriottica suscitata dall’attentato al World Trade Center abbia in qualche modo “addormentato” le coscienze e sopito nell’opinione pubblica la volontà di ricercare la verità, sarebbe, a mio avviso, in errore.

Superato il comprensibile sgomento, la parte più vivace del mondo politico e culturale americano è stata capace di recuperare le proprie capacità critiche, riuscendo a esercitare una forte pressione sull’amministrazione Bush, fino – in qualche caso – a metterla all’angolo e a obbligarla a rendere conto delle numerosissime anomalie e incongruenze che caratterizzano la versione ufficiale fornita all’indomani dell’11 settembre.

Certo, a rendere più macroscopiche le reticenze della Casa bianca sono intervenute le sciagurate avventure belliche in Afghanistan e in Iraq, che hanno dimostrato come il governo Bush – e in particolare l’ala neoconservatrice presente al suo interno – abbia cinicamente utilizzato quel catastrofico attentato come espediente per il varo della strategia della “Guerra globale permanente”, che oggi sta miseramente naufragando nel pantano iracheno.

Ma è un fatto che, proprio a partire dagli interrogativi dell’11 settembre, significativi settori dell’intellighenzia americana abbiano colto l’opportunità per un riesame, talvolta impietoso, della storia recente degli Stati uniti, sforzandosi di ricostruire tappe, nessi, personaggi e strutture che, negli anni, hanno pazientemente costruito le condizioni per il coup d’etat emerso dalle macerie fumanti delle Twin Towers.

Quella di “colpo di stato”, certo, è nozione da maneggiare con cura, che non può essere disinvoltamente spesa in sede di analisi storica ma che, d’altra parte, non può costituire un tabù. Semmai è opportuno sforzarsi di decifrare i connotati “moderni” di questo coup d’etat. Edward Luttwak, ad esempio, in un suo libro molto noto – Coup d’Etat. A practical handbook – ricorda che un colpo di stato non deve essere necessariamente supportato dall’intervento delle masse o da quello armato e suggerisce: “Se un colpo di stato non ricorre all’ausilio delle masse o a quello dell’esercito, quali strumenti di potere avrà a sua disposizione per prendere il controllo dello stato? La risposta, in breve, è la seguente: il potere verrà dallo stato stesso”.

E’ legittimo, allora, chiedersi se la classe politica oggi al potere in America abbia adottato una simile strategia e se essa sia davvero filiazione diretta della lobby affaristica, la Junta di cui parla Gore Vidal, impadronitasi con un colpo di mano della Casa bianca. Così come è doveroso interrogarsi sull’esistenza di un lungo percorso, interno alle istituzioni americane, da cui questa lobby proviene e di cui è possibile ricostruire la storia. Infine, è necessario individuare gli attori e le parti in campo: che ruolo hanno avuto la cabala neocon, i vari centri di ricerca politico-strategica – e, più in generale, i circoli dell’“intellettualità militante” –, i servizi e gli apparati di sicurezza nazionale nella vicenda dell’11 settembre?

In effetti, personaggi come Richard Perle, Paul Wolfowitz, Michael Ledeen, Eliott Abrams, Lewis “scooter” Libby, tutti allevati alla corte di Ronald Reagan e assidui frequentatori del mondo dei servizi e delle strutture della sicurezza nazionale – fino ad essere, molti di loro, implicati nelle più oscure “operazioni coperte” della storia americana, come l’affaire Iran-contras – hanno preso le redini dell’amministrazione Usa subito dopo l’11 settembre con il dichiarato obiettivo di scatenare uno “scontro di civiltà” tra Oriente e Occidente all’ombra della guerra al terrorismo.

Sotto questa luce, non desta certo stupore il sodalizio, intrecciato all’interno dell’amministrazione Bush, con faccendieri dell’industria bellica come Rumsfeld e Cheney, o avventurieri corrotti come Richard Armitage. Facendosi forti della nozione machiavellica di congiura, i neocon si sono sentiti depositari della sapienza necessaria ad attingere a qualunque risorsa, fosse anche la più innominabile, pur di ricomporre il mosaico del loro impero invisibile.

D’altra parte, strutture come il Council on Foreign Relations o il Committee on the Present Danger – dalle quali provengono gli uomini del Project for the New American Century, il think tank che ha portato all’elezione G.W. Bush e che fin dal 1998 ha premuto per un intervento militare in Iraq – sono state, oltre che straordinari laboratori della filosofia dell’impero americano, vere e proprie “scuole quadri”, capaci di trasformare giovani leve di intellettuali in personale politico spregiudicato e avvezzo a ogni sorta di compromissione con il potere.

Nelle stanze di questi organismi si è formata la classe dirigente americana e il travaso di uomini e idee tra essi e l’amministrazione è divenuto negli anni così costante e massiccio da ingenerare una sorta di “privatizzazione” delle istituzioni statuali, le quali oggi rispondono, più che ai cittadini, ai consigli di amministrazione delle aziende che finanziano questi “pensatoi”. Queste strutture, in sostanza, vanno considerate parte integrante dei meccanismi di riproduzione del potere americano, come si evince scorrendo il loro albero genealogico, all’interno del quale esse appaiono legate da un rapporto di filiazione diretta con un progetto politico ben definito, riassumibile grossolanamente nell’ideologia dell’impero americano, che oggi, giovandosi di un complesso sistema di ramificazioni nel mondo dell’economia e negli apparati dello stato, pare essere divenuto il pensiero dominante negli Stati uniti.

E l’“anomalia” dell’Amministrazione Bush non risiede certo nella massiccia presenza di intellettuali tra le sua fila – dato consueto anche in passato quanto proprio nel ruolo “direttivo” che questi esercitano in seno all’Esecutivo nonostante – o in virtù delle posizioni “estreme” di cui sono portatori. E anche oggi che la rivoluzione neocon appare in crisi irreversibile, il peso di Wolfowitz e soci risulta ancora decisivo per un eventuale rielezione di G.W Bush.

Infine, analizzando la dinamica dell’attentato alle Torri, è d’obbligo considerare il ruolo giocato dai servizi segreti. In particolare, le loro inspiegabili manchevolezze evidenziatesi sia sotto il profilo della prevenzione che nelle attività investigative successive all’11 settembre. Proprio in questi giorni è stato reso noto il rapporto della commissione d’inchiesta che, di fatto, scarica sui servizi la responsabilità delle tante, gravissime carenze mostrate dall’apparato di sicurezza nazionale.

Ma anche il lettore meno smaliziato non potrà fare a meno di considerare come tali accuse paiano create ad arte per coprire ben altre responsabilità, per occultare le quali l’amministrazione Usa non ha esitato a mettere alla gogna i vertici della Cia, a partire dal suo presidente, frettolosamente liquidato.

Il libro di Massimo Ragnedda affronta con rigore e passione politica questo incandescente groviglio di interrogativi, facendo leva su una ricerca documentale minuziosa e su fonti attendibili quanto spesso trascurate dalla storiografia ufficiale; un lavoro di ricerca volto a suffragare una tesi che il titolo del libro – “Il sacrificio” – lascia trasparire senza ipocrisie.

“Il peggior nemico della democrazia – scrive Ragnedda – è il non guardare in faccia la realtà, per quanto possa essere spiacevole […] E’ per questo che si è portato avanti questo lavoro. Si voleva mettere in evidenza le lacune nelle indagini, le vistose incongruenze nella ricostruzione dei fatti dell’11 settembre”.

A partire dalla composizione della stessa commissione di indagine, sottolinea l’autore, presieduta da quel Thomas Kean che, lungi dall’essere personalità indipendente e garanzia di obiettività, è in realtà legato in maniera diretta a molti degli indiziati principali dell’attentato alle Twin Towers, essendo direttore e socio del gigante petrolifero Amerada Hess Corporation – in stretti rapporti d’affari con la famiglia bin Laden – e coinvolto in quella complessa rete di traffici e interessi economici che portarono all’invasione dell’Afghanistan.

Come lo stesso Ragnedda ricorda, queste, come molte altre nella vicenda dell’11 settembre, potrebbero essere semplici coincidenze ma, non per questo, vanno sottaciute o, peggio, rimosse se possono essere utili a ricostruire uno scenario diverso – e ben più inquietante – da quello ufficiale.

Personalmente non ho mai creduto all’esistenza di “burattinai” occulti che manovrano i destini del mondo: trovo questa visione delle cose non solo rozza e riduttiva ma, in qualche modo, funzionale alle strategie di oscuramento messe in atto dal potere, il quale ha tutto l’interesse ad apparire come struttura elementare e gerarchica piuttosto che come architettura reticolare e complessa. Il potere, in altri termini, può essere letto come macchina – dispositivo di comando che mette al lavoro una rete di saperi e di strutture – o come macchinazione, cioè come rappresentazione “deviata” della realtà messa in scena da un pugno di “registi” invisibili e machiavellici.

Il Sacrificio penso contribuisca a mettere in luce alcuni ingranaggi della macchina del potere globale, senza indulgere nelle tentazioni dietrologiche care ai teorici della macchinazione e, per questo, merita di essere accolto con interesse da tutti coloro che hanno a cuore la ricerca della verità e intendono battersi per essa.

 

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