La Repubblica Napolitana. L’influenza dell’uomo che domina la nostra politica

184_napolitanoMassimo Ragnedda (Tiscali) L’Italia è da sempre, nel bene o nel male, una palestra per nuovi scenari politici. Machiavelli, il fascismo (poi esportato in tutto il mondo), il compromesso storico tra marxisti e cattolici, il partito azienda (edificato attorno ad un condannato), il M5S (primo caso al mondo di una partito nato in rete e diventato il secondo partito del Paese e con responsabilità di governo in alcuni comuni d’Italia). Solo per citare alcuni casi scuola.

Ora, ne dovremmo aggiungere un altro: una repubblica fondata sul volere di una persona che da anni (ma con una accellerata negli ultimi due), disfa, rimescola, aggiusta, distrugge, tesse e impone il proprio volere. Una persona che dovrebbe fare tutt’altro (garante della Costituzione), che non ha il mandato elettorale per imporre la linea politica economica da seguire, che si è fatto rieleggere come presidente della Repubblica (primo caso nella storia repubblicana) e ci ha “imposto” due presidenti del Consiglio con la conseguente rissosa grande coalizione. Un presidente che riceve i leader di PD e PDL per verificare la tenuta della maggioranza, mentre il primo ministro è in viaggio istituzionale. Un presidente che nomina Giuliano Amato come giudice costituzionale a pochi giorni dall’elezione del nuovo presidente della Corte Costituzionale che diventa, per un solo voto di scarto, Gaetano Silvestri (eletto con 8 voti contro i 7 del suo avversario), ovvero lo stesso giudice che ha ordinato la distruzione delle intercettazioni di Napolitano, nell’ambito della turpe storia della trattativa Stato Mafia.

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Letta e le due destre: una sintesi perfetta di quella Berlusconiana e quella Montiana

letta aspenMassimo Ragnedda (Tiscali) Enrico Letta, uomo della Trilaterale e del gruppo Bildeberg (le grosse oligarchie internazionali: la letteratura in materia è molto vasta e ognuno può documentarsi), è il nuovo primo ministro di un governo di coesione nazionale che vede assieme PD, PDL e Scelta Civica. Un governo che sino a due settimane fa tutti i dirigenti del PD non credevano possibile, ma di certo il PD in questi anni non ha di certo brillato per coerenza. Enrico Letta, dal volto giovane e rassicurante, è la perfetta sintesi che unisce a sé i due volti peggiori della destra: quello populista, volgare e truffaldino che piega gli interessi di una nazione agli interessi personali di un gruppo di persone (il berlusconismo) e quello della finanziocrazia internazionale che piega gli interessi di una nazione agli interessi delle grandi banche e multinazionali. Il governo Letta è la perfetta sintesi di queste due destre, quella Berlusconiana e quella Montiana, riuscendo a riunirle sotto l’ombrello di un partito di centro sinistra. Un fatto più unico che raro e che conferisce a questo governo un volto rassicurante, aiuta a smorzare le tensioni sociali e priva il Paese di una grande forza di opposizione. Chi resterà ora ad opporsi a questo governo e dare voce al malcontento? Chi oserà protestare in Parlamento, oltre Grillo e in parte SEL? Quale grande giornale italiano evidenzierà le contraddizioni e metterà in luce le cose negative di questo governo, visto il “richiamo” (o diktat) del Capo dello Stato ad allinearsi e a non disturbare il manovratore? Chi potrà dar voce, pacificamente, al malcontento? In Spagna la protesta è molto attiva perché esiste un’opposizione politica, sociale e mediatica che, anche per interessi particolari, cavalca il malcontento popolare maturato in seguito alle decisioni imposte dalle oligarchie internazionali o lo canalizza in una proposta politica.

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La Repubblica sparge miele sul governo Berlusconi-Letta. Come nel romanzo di Orwell riscrive la storia.

lettaIl quotidano “La Repubblica” è impegnato, dopo il diktat di Napolitano, a spargere miele sul governo Berlusconi-Letta. Arriva a titolare: “governo giovane”. La Bonino (radicale con lo 0% di voti ottenuti e prmossa ministro in quota Bildeberg e che in tutti questi anni ha appoggiato tutte le guerre della Nato, dal bombardamento della Serbia a quello dell’Iraq e da sempre sostenitrice del regime di Apartheid in Israele) di anni ne ha 65 anni. Di giovane c’è la Cancellieri che di anni ne ha 70, o Saccomanni e Patroni Griffi che viaggiano sui 65. Quaglierello, prode berlusconiano nominato saggio da Re Giorgio, un saggio che definì assassinio la morte della Englaro, di anni ne ha 53 (non proprio primo pelo). C’è Enrico Giovannini, ministro del lavoro, che di anni ne ha 56. È vero, di giovane c’è la Lorenzin nuovo ministro della Salute, che con il suo diploma al liceo classico ha ampie competenze per riformare la Sanità: i milioni di italiani che hanno smesso di curarsi perché non hanno soldi o non si fidano della sanità italiana, da oggi tireranno un sospiro di sollievo: finalmente la persona giusta al posto giusto. Poi di giovane c’è Alfano, nuovo ministro dell’interno, che un mese fa ha guidato una manifestazione sovversiva, al capo di parlamentari tra i quali una quarantina tra accusati e indagati, controla magistratura, ovvero un pezzo indipendente dello stato. Poi di relativamente giovane – viaggiano intorno 50 anni – ci sono i due esponenti di Comunione e Liberazione (Mauri di anni 52 e Lupi anni 54), nota lobby molta attiva nel campo della sanità privata e implicata in diversi scandali per tangenti e corruzione. Sotto i cinquanta (47 anni) troviamo Gianpiero D’Alia (quota UDC che ha preso l’1% dei voti), che definì Facebook un “sito indegno”, e padre della norma che prevede la possibilità di oscurare interi siti se questi contengono eventuali “contenuti documentanti o inneggianti a reati di varia natura”. In parole povere, questa è l’accusa che diversi attivisti della rete gli hanno rivolto, voleva un pretesto per far chiudere i blog, Facebook e Twitter: più o meno quello che sostiene Giuliano Ferrara.
E poi ad abbassare la media e a conquistare le prime pagine dei giornali ci sono i ministri di secondo piano, quelli che il PD nonostante abbia il doppio dei parlamentari del PDL (emblematico della sua capacità di negoziare e imporre le proprie decisioni) ha tenuto per sé. Cecile Kyenge, il nuovo ministro per l’Integrazione, mentre alle Pari opportunità, sport e politiche giovanili troviamo la canoista Josefa Idem.
La Repubblica, un tempo ferocemente anti berlusconiana (in fondo si trattava di tutelare gli interessi privati dell’editore De Benedetti contro l’editore Berlusconi), è imbarazzante nel suo tentativo di far apparire “naturale” questo governo nato dal tradimento del mandato elettorale che chiedevano un governo di cambiamento e di discontinutià nei confronti del berlusconismo. E invece fanno l’esatto contrario: si alleano con Berlusconi facendolo, per l’ennesima volta, resuscitare e dandogli credibilità.

Mi pare un tentativo degno del romanzo di Orwell dove il povero Winston lavora al Ministero della Verità, con il compito di riscrivere la storia in conformità con l’ordine del giorno che i suoi superiori dettano. Questo fa ora il quotidiano “La Repubblica”: riscrive la storia seguendo gli ordini che arrivano dal Colle e da Re Giorgio.

I traditori non sono solo i 101, ma tutti coloro che hanno votato Napolitano

Sbersani e Alfanoi dice che i traditori faranno i ministri. Ma la cosa è solo parzialmente vera. È sicuramente vero che tra i 101 cecchini di Prodi ci sono alcuni che diventeranno ministro (o vice premier), ma io considero traditore non solo quei 101 che hanno “impallinato” Prodi, ma tutti, dico tutti i deputati e senatori del PD (tranne una ventina) che hanno votato Napolitano e non Rodotà. Non solo perché Rodotà sarebbe stato un eccellente presidente della Repubblica, ma perché hanno deciso di governare assieme a Berlusconi nonostante una settimana prima in due distinti documenti ufficiali abbiano detto no ad un governissimo. Votando Napolitano hanno detto sì a Berlusconi, tradendo il mandato elettorale e tradendo la fiducia che in loro i cittadini avevano riposto. I cittadini volevano un’alternativa a Berlusconi e, invece, avete dato loro un Berlusconi ancora più forte, più beffardo, più sicuro di sè e dei propri mezzi e che, grazie al vostro scellerato accordo, avrà l’impunità, in barba ad ogni principio democratico. Questa è l’Italia che volevamo lasciarci per sempre alle spalle, questa è l’Italia che volevamo cambiare. E invece ci avete riproposto il solito vecchio teatrino degli accordi sottobanco, dell’infedeltà verso gli elettori e dell’anteporre gli interessi personali a quelli collettivi. Per quanto vi crediate assolti siete per sempre coinvolti. E non solo quei 101, ma tutti coloro che sabato hanno dato la fiducia a Napolitano che tra a breve lascierà la strada
spianata all’elezioni di Berlusconi come futuro Presidente della Repubblica. Una cosa veramente raccapricciante, e i cui responsabili sono i dirigenti del PD.

Giuro che anche sforzandomi non potevo immaginare una fine più ingloriosa

bersani e AlfanoL’idea che il nome del candidato vada condiviso con gli avversari, ma non con gli alleati può venire in mente solo a certi dirigenti del PD. Larghe intese con la destra e nel frattempo spaccare il partito democratico, perdere il contatto con il proprio elettorato, perdere l’alleanza con Sel e rendere impossibile qualsiasi idea di accordo futuro con Grillo. Giuro che anche sforzandomi non potrei pensare ad una fine più ingloriosa, stupida e masochista per il centrosinistra. Niente di più stupido e ottuso poteva emergere. Un partito che non sa ascoltare la base che dice di voler rappresentare non ha ragione di esistere. Un partito chiuso in tatticismi suicidi, che per un mese insegue Grillo e una volta intravisto uno spiraglio, chiude a chiave la porta, chiudendo fuori per sempre qualsiasi idea di cambiamento. L’idea di convergere su Marini come candidato ufficiale è la migliore fotografia di questo Paese e del perché da 20 anni l’Italia non riesce a liberarsi di Berlusconi e a voltare pagina. Ogni volta che si profila la possibilità di chiudere per sempre questo buio ventennio fatto di corruzione, scandali, illegalità, personalismi, egoismi, i soliti vecchi dirigenti (D’Alema, Bersani, Violante, Franceschini, Letta e Fioroni) resuscitano e rivitalizzano il berlusconismo e Berlusconi. Ogni volta che si parla di cambiamento, di legalità, di necessità di cambiare, il PD continua a strizzare l’occhio a destra e chiudo la porta al cambiamento. È il PD questa volta ad aver rotto con la sinistra, ad aver rotto con SEL, ad aver chiuso per sempre la porta a Grillo e ad aver schiaffeggiato la piazza, l’elettorato, i propri elettori. Ha rinunciato per sempre alla sua diginità, alla sua (breve) storia, ha rinunciato a rappresentare l’idea di cambiamento. Le immagini che ritraggono Bersani alla Camera intento a scherzare, sorridere e abbracciare Angelino Alfano, sembrano dimostrare che il segretario del “fu” Partito Democratico, non ha capito una beata mazza di quello che sta succedendo fuori e di quale cappa di vergogna lo avvolgerà per sempre. Sembra non aver capito che ha decretato la fine di un partito, la fine di una storia, la fine di un amore mai nato, qualla tra il PD e la sinistra. Giuro che anche sforzandomi non potevo immaginare una fine più ingloriosa di un partito nato dalle macerie del fu Partito Comunista Italiano.

Il Pd scelga con chi stare: con i suoi elettori o con Berlusconi

rodota' presidenteIl Pd deve scegliere con chi stare: con i suoi cittadini, con il suo elettorato, con coloro che ancora una volta e nonostante tutto gli hanno dato fiducia, o con Berlusconi? Deve scegliere tra cambiamento e restaurazione, tra rivoluzione e staticità, ta il nuovo e il vecchio. Il Pd che per un mese ha inseguito Grillo e i suoi per fare un governo di cambiamento, ora ha finalmente la possibilità, se vuole cambiare e imprimere una svolta al Paese, di trovare l’accordo sia per il presidente della Repubblica sia per formare un governo. Grillo, a tal proposito, è stato chiaro e si è assunto una grossa responsabilità dicendo di convergere sulla Gabanelli o, più verosimilmente, su Rodotà. Poi si apre la partita per formare un governo di cambiamento che, a parole, il PD dice di voler fare. Ora ha la possibilità di realizzarlo. Ovviamente Grillo ha posto condizioni (legge anti-anticorruzione e contro il conflitto di interessi, tra le altre proposte), ma sono condizioni condivise dalla stragrante maggioranza dei cittadini e punti imprenscindibili del suo programma. Prendere o lasciare. Grillo questa volta si è sbilanciato, rischiando anche un po’ agli occhi dei suoi più intransigenti elettori, e ha fatto il primo passo. Ora la palla passa al PD che deve scegliere con chi stare: nominare, di comune accordo con Cinque Stelle, Stefano Rodotà, una persona rispettabilissima, stimato guirista e uomo di altissima cultura istituzionale, o un presidente condiviso con il PDL, ovvero con Berlusconi che in cambio, come noto, chiede un salvacondotto per le sue aziende e per i suoi processi. Il PD scelga e subito. Ha i numeri per eleggere un grande presidente sin dall’inizio, oppure ha i numeri per suicidarsi. Scelga tra avvicinarsi ai suoi elettori o a avvicinarsi ancora di più a Berlusconi. Scelga con chi stare. Ma ricordi che il suo elettorato non perdonerà mai un ennesimo inciucio con Berlusconi. Mai.

AGCOM e Garante Privacy: una spartizione non degna di un paese civile

Massimo Ragnedda (TiscaliDue al PDL, uno al PD e uno all’UDC. Non importa se competenti, non importa il loro curriculum: conta solo il loro sponsor politico, la loro casacca. Semplicemente vergognoso. L’autorità per le telecomunicazioni (così come l’autorità per la privacy) dovrebbe essere un organo di vigilanza, super partes, al disopra delle parti, proprio perché indipendente. Si tratta di una spartizione degna della prima repubblica, degna di un paese obsoleto, di una classe politica lontana dalla realtà, chiusa nel suo guscio e asserragliata nel suo piccolo mondo. Un altro schiaffo all’istituzione, un altro pugno allo stomaco di milioni di cittadini ed elettori che girano la faccia alla politica, stanchi di essere presi in giro. Non c’è stata infatti alcuna audizione nelle Commissioni parlamentari per vagliare i candidati, i loro curricula e le loro competenze. Niente: vecchia spartizione, roba da manuale Cencelli, roba da repubblica delle banane.

Non metto in discussione il valore delle persone nominate, ma il metodo usato per nominarle. Migliaia di curricula scartati senza essere letti, scartati perché non politicizzati, scartati perché non provenienti dal cilindro magico della casta. Sono restio ad usare questa parola, ma mai come ora mi pare appropriata. Un parlamento ridotto a teatro, con deputati della repubblica costretti ad alzare la mano a comando come marionette per nominare cariche secondo logiche di partito e non per competenze. Una vergogna. L’Italia aveva ed ha bisogno di competenza nel guidare un organo di garanzia, ed invece la solita solfa. Trita e ritrita solfa. Vecchia come la cattiva abitudine della lottizzazione, male incurabile del nostro paese. Un male che ci trascina sempre più a fondo, nel baratro dell’incompetenza, del nepotismo, delle logiche di spartizione. Un male tutto italiano, un male potenzialmente letale per il paese. Un male al quale bisogna ribellarsi.

Erano nell’aria le nomine, si conosceva già l’inciucio (PDL-PD-UDC), ma confesso che per un attimo ho sperato in uno scatto d’orgoglio, in un sussulto di dignità, in una reazione istintiva della classe politica per non perdere quel po’ di dignità che le era rimasto. Invece niente. Invece, uno schiaffo che mi desta dall’illusione del cambiamento, dall’illusione di una riscossa, dall’illusione che nel nostro paese, prima o poi, il merito sarà premiato. Invece niente. La vecchia classe politica ha deciso di suicidarsi, segnando ancora di più la distanza dal paese, dai cittadini, dai problemi reali, dimostrandosi, ancora una volta, incapace di governare in nome e per conto degli italiani.

Mi ero illuso che dopo lo schiaffo di Grillo e del Movimento 5 stelle una classe politica intelligente (perché di uomini e di donne intelligenti all’interno dei partiti se ne trovano tanti) avesse rizzato le antenne a avesse imparato la lezione: gli italiani chiedono più trasparenza, più equità, più onestà. Mi sono detto: questa volta sarà premiato il merito. Questa volta non possono fare scherzi: l’Italia ha bisogno, in un momento difficile, di ritrovare fiducia in se stessa e nelle istituzioni. Lo confesso: mi ero illuso. Mi ero illuso, frequentando la Rete, che quell’ondata di primavera democratica che si respirava fosse arrivata anche lassù, in Parlamento. Mi ero illuso che i tanti Tweet, i gruppi su Facebook, le interverste, l’interesse crescente della stampa (anche estera) sulla elezione dei nuovi membri delle Autorità Amministrative Indipendenti, come l’Agcom e il Garante della Privacy, avesse sortito gli effetti sperati. Mi ero illuso che i tanti appelli ai partiti e ai singoli membri dei partiti, gli appelli all’istituzione Parlamento da parte di migliaia di cittadini, affinché si valutasse il merito e non la casacca politica, e che si adottasse un procedimento trasparente, avessero fatto breccia nelle menti dei parlamentari. Invece, sono state lettera morta. Morta come la speranza di un rinnovamento. Morta come questa vecchia classe politica ignara di non rappresentare più il paese.