L’avanzata dell’ISIS in Iraq: fallimento o successo statunitense?

184_isisMassimo Ragnedda (Tiscali) Ad una prima e superficiale lettura, l’avanzata dell’ISIS in Iraq potrebbe essere letto come l’ultimo segnale, forse il più preoccupante, del completo fallimento della politica statunitense in Medio Oriente. Una politica che ha portato ad abbattere tre regimi laici (Iraq, Libia e parzialmente la Siria) conegnando questi paesi ai fondamentalisti islamici. La situazione, non sarà di certo sfuggita ai lettori, è alquanto paradossale: in Siria gli Stati Uniti finanziano e armano l’ISIS (che controlla il nord est del paese con Raqqa come “capitale” di questo stato islamico sunnita, dove è vietata la musica e la vendita di sigarette) per combattere contro Assad (e dunque contro l’Iran sciita), mentre ufficialmente in Iraq cercano il dialogo con l’Iran per combattere l’ISIS. L’Islamic State in Iraq and the Levant (ISIL o ISIS), nasce nel 2004 in Iraq per combattere l’occupazione americana ed è composto da fondamentalisti islamici, di ispirazione wahabita (Arabia Saudita) che si pongono come obiettivo l’instaurazione della Sharia (legge islamica) in Iraq e Siria. Questo gruppo è nato dopo la “liberazione” dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e si sono notevolmente rinforzati grazie agli aiuti militari che ricevono in Siria da parte dell’Arabia Saudita, della Turchia e Qatar da una parte, e dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dalla Francia dall’altra. Ora stanno conquistando l’Iraq e marciano verso Bagdad. La popolazione irachena è terrorizzata e, solo a Mosul, ben 500mila cittadini sono dovuti scappare. Non è proprio la liberazione dell’Iraq che i media ci hanno raccontato in questi anni: con l’ISIS l’Iraq fa un passo indietro di mille anni. La ferocia dell’ISIS è nota a tutti: solo nelle ultime ore hanno giustiziato almeno 1700 persone, considerate infedeli. Read the rest of this entry »

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Tornano in Europa i jihadisti che abbiamo addestrato in Siria. La strage di Bruxelles è solo il primo esempio

bruxellesMassimo Ragnedda (Tiscali) Arrestato in Francia il presunto attentatore del museo ebraico di Bruxelles. È uno dei tanti europei, armati e addestrati dall’Occidente, che si sono arruolati in Siria per combattere il regime di Assad. Lo gridiamo e scriviamo da più di due anni che, così come fatto con i con gli jiahdisti in Afganistan negli anni ‘80, stiamo armando la mano del nostro nemico.

Sono migliaia gli integralisti islamici con passaporto europeo che stanno combattendo in Siria la loro guerra santa. Una guerra che, diversamente da come ci raccontano i media, niente ha a che fare con una guerra per portare la democrazia in Siria. A questi integralisti, che da mezzo mondo arrivano in Siria tramite la Turchia, ben poco interessa della democrazia. L’Occidente (USA, Francia e Inghilterra in primis) sbaglia a credere di poter controllare questi integralisti che una volta conclusa la loro guerra in Siria cercheranno di portarla nel cuore dell’Europa.

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Armi chimiche in Siria: un pretesto per la guerra?

guerraMassimo Ragnedda (Tiscali) Non difendo Bashar al-Assad, così come non l’ho mai fatto in questi due anni di guerra civile che insanguina la Siria. Non difendo il suo operato, la sua violenta repressione e i suoi metodi spesso brutali. Ma con altrettanta forza condanno quella galassia di sigle, di gruppi di fondamentalisti islamici che usano metodi barbari per contrastare il governo di Bashar al-Assad. Stati Uniti, Francia e Inghilterra ci ripetono instancabilmente, da due anni a questa parte, che la caduta di Bashar al-Assad è alle porte, che le ore del Rais sono contate, che la popolazione ha oramai voltato le spalle al regime. Non sono bastati gli armamenti e gli ingenti finanziamenti del Qatar e dell’Arabia Saudita (solo in queste ore sono arrivati ai terroristi che combattono contro Bashar al-Assad 400 tonnellate di armi regalate dalle dittature saudite e del Qatar), l’appoggio logistico e militare della Turchia e della Giordania (in queste ore si è tenuto ad Amman un consiglio di guerra, con Martin Dempsey il capo degli Stati maggiori riuniti degli Usa e i colleghi di Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Canada), gli addestratori della CIA, i miliziani terroristi giunti da tutto il mondo (un migliaio di terroristi con passaporto europeo combattono ora in Siria e sono pronti a rientrare in Europa e portare la loro guerra anche nel vecchio continente) e le armi “non letali” fornite dall’occidente. Non è bastato corrompere a suon di dollari qualche generale dell’esercito siriano, le autobombe piazzate nel cuore delle città siriane e il terrore dei fondamentalisti islamici. Non è bastato tutto questo se dopo due anni Bashar al-Assad è ancora al potere (grazie all’aiuto della Russia e dell’Iran, sia chiaro) e se il regolare esercito siriano riconquista zone un tempo in mano all’opposizione. Senza un intervento militare diretto degli Stati Uniti, senza un bombardamento massiccio che distrugga la flotta aerea siriana e spiani la strada alle milizie, difficilmente Bashar al-Assad cadrà. Ma gli Stati Uniti hanno bisogno di un casus belli, di una scusa legale per entrare ufficialmente in guerra: hanno insomma bisogno di una “giusta causa” da usare come espediente retorico per giustificare l’ennesima guerra del premio nobel per la pace Obama. E la scusa è lì, sotto gli occhi di tutti: l’uso delle armi chimiche. Non sono un esperto di armi chimiche, ma il buon senso mi dice che qualcosa in quel presunto attacco chimico da parte dell’esercito di Damasco non quadra. Non è una difesa di Bashar al-Assad, ma più semplicemente si tratta dell’uso dello spirito critico: qualcosa che tutti dovremmo fare prima di accettare acriticamente una tesi.

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Quale casus belli useranno Francia ed Inghilterra per intervenire in Siria?

siria_attentatoMassimo Ragnedda (Tiscali) L’esercito regolare siriano, dopo tre settimane di duri combattimenti, ha riconquistato la città strategica di al Qusayr, anche grazie all’apporto decisivo degli Hezbollah, le milizie sciite libanesi. Al Qusayr è una città di 30 mila abitanti (o meglio era una città di 30 mila abitanti, ora rimangono macerie e polvere), al confine con il Libano: una città simbolica e strategica per governo e oppositori, perché da una parte è lo snodo verso la costa mediterranea roccaforta degli alawiti (la religione di Assad) e dove ha sede la marina russa a Tartus, e dall’altra è lo snodo strategico per i ribelli anti-Assad.  Infatti è proprio da qui che passano le armi saudite e del Qatar e sopratutto jihadisti stranieri che vanno la guerra santa contro le truppe di Assad. Tra di loro non troviamo solo libici, ceceni, turchi, tunisini, ma anche europei. Gilles de Kerchove, il capo dell’anti-terrorismo dell’Unione Europea, ha parlato di  circa 500 europei (hanno passaporto europeo e sono cittadini europei a tutti gli effetti) che stanno ora combattendo con le forze ribelli in Siria contro il regime di Bashar al-Assad. Terroristi che oggi l’Occidente arma e che domani si ritroverà in casa: come fecero gli Stati Uniti con i talebani negli anni ottanta. Allevarono il nemico, lo armarono, lo addestrarono per combattere l’Unione Sovietica e poi se li sono ritrovati a casa. Una strategia tanto folle quanto pericolosa. Read the rest of this entry »

Siria: una guerra mondiale combattuta a livello locale che mira a ridisegnare il Medio Oriente

syria_31Massimo Ragnedda (Tiscali) Sono passati più di due anni dall’inizio della guerra civile in Siria. Decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di profughi, città distrutte e un Paese in ginocchio. La guerra in Siria è, a tutti gli effetti, una guerra mondiale anche se combattuta a livello locale. È una guerra che coinvolge i principali attori a livello internazionale: Francia, Inghilterra, Turchia, le petromonarchie (Arabia Saudita e Qatar in testa) e in maniera più defilata gli Stati Uniti che armano, finanziano e supportano i ribelli anti-Assad e dall’altra Russia, Iran e in maniera più defilita la Cina che supportano le forze filogovernative di Assad. La posta in gioco è molto alta: ridisegnare il Medio Oriente, limitare l’ascesa dell’Iran e limitare le interferenze russe e cinesi in Medio Oriente, oltre ovviamente alla scontro tra sciiti e sunniti. L’Occidente, vien da sè, ha da sempre interessi strategici nell’area e non è il caso di elencarli. La Turchia, con Erdogan (leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di ispirazione islamica sunnita), sogna di rifondare l’impero ottomano, così come le petromonarchie arabe (sunnite) sono interessate a contrastare l’ascesa economica, politica e religiosa dell’Iran (sciita) nella regione. Dall’altra, invece, troviamo gli interessi russi che proprio in Siria hanno un porto militare che si affaccia sul Mediterraneo. La cosa è ovviamente di vitale importanza da un punto di vista strategico, tanto che qualche settimana fa Sergeij Shoygu, ministro della difesa russo, ha ufficialmente comunicato che per tutelare gli interessi russi nella regione, istituirà una task force della Marina che presenzierà stabilmente nel Mediterraneo.  Il porto di Tartus in Siria è dunque strategicamente fondamentale e, difficilmente, permetterà che il regime di Assad cada (Cipro, eventualmente, sarebbe un’ottima alternativa). Questo è il motivo per cui gli Stati Uniti hanno un ruolo più defilato, perché intervenire direttamente nel conflitto siriano significherebbe scontrarsi con la Russia.

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Il sogno di un Medio Oriente senza armi nucleari bloccato da Israele

 Massimo Ragnedda (Tiscali) L’Iran, lo sappiamo tutti visto che da qualche anno è diventato uno degli argomenti principali dei mass media, sta cercando di costruire centrali nucleari. Per scopi civili, come il regime iraniano dice, anche per potenziali scopi bellici come Tel Aviv ritiene.
Io sono contrario al nucleare ovunque nel Mondo. Ho votato contro il ritorno al nucleare in Italia e sono ovviamente contro il nucleare in Iran, sia per scopi energetici e ancor di più per eventuali e non provati scopi bellici. Ma sono anche contro il nucleare in Israele, tanto più visto che viene usato anche e sopratutto per scopi bellici. Israele è l’unico stato nel Medio Oriente ad avere l’arma nucleare e, a differenza dell’Iran, non ha mai firmato gli accordi di non proliferazione nucleare. Israele ha sempre rifiutato di confermare la detenzione di ordigni nucleari, ponendosi al di sopra della legge e del diritto internazionale, ma non è affatto un mistero che detenga tra le 200 e le 400 testate nucleari pronte all’uso. Inoltre Israele non ha mai fatto mistero che è pronto ad usarle contro l’Iran qualora voglia dotarsi dell’arma atomica. Un paradosso: bombardare con (mini)bombe nucleari un paese colpevole di volersi dotare di armi nucleari.

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Autodifesa proattiva, l’ultima trovata retorico-giuridica per giustificare la guerra contro l’Iran

Massimo Ragnedda (Tiscali) Partiamo da un principio incontrovertibile: l’Iran, anche qualora lo volesse, non riuscirà mai e poi mai a dotarsi di un’arma nucleare, a differenza di Israele che detiene illegalmente centinaia di ordigni nucleari. Tel Aviv, e di questo non ne è mai fatto mistero, attaccherà Teheran prima che l’Iran possa avvicinarsi a questo traguardo. Farà come fece con l’Iraq, quando nel 1981 i caccia israeliani distrussero il reattore iracheno di Osirak, annientando così le ambizioni di Saddam di dotarsi dell’arma nucleare. Farà come fece contro Damasco, quando la notte del 6 settembre 2007 gli aerei da guerra israeliani bombardarono, nella Siria orientale, alcune “nuclear installations” costruite per ospitare materiali forniti dalla Corea del Nord. Insomma Israele vuole essere l’unico paese in tutto il Medio Oriente ad avere l’arma nucleare per dominare indisturbato e far valere la sua supremazia nella regione.

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