L’ISIS e la responsabilità dei media

Screengrab from the ISIS video showing the execution of James FoleyC’è un esercizio semplice semplice che tutti possiamo fare per capire quanto poco affidabile sia l’informazione mainstream (quella dei grandi giornali e delle TV). Prendete i giornali del 2011 (fate una piccola ricerca su google) e leggete le opinioni dei vari opinionisti di regime (Concita Degregorio, Ezio Mauro, De Bortoli, eccetera) e vedete come presentevano la guerra del 2011 contro Gaddafi: una rivolta per portare la pace e la democrazia. Ti mettevano di fronte ad un bivio (tipico del fascismo): o con noi o contro di noi, dove il noi stava per democrazia, libertà e giustizia. Come essere contro questi principi? Chi può dirsi contrario alla libertà? Chi può dirsi contrario alla democrazia? Se non accettavi la guerra del 2011 (e non fummo in tanti a protestare allora) eri con la dittatura, eri con Gaddafi ed eri ovviamente contro la democrazia. Tutti sapevamo che la caduta di Gaddafi avrebbe comportato l’avanzata dei terroristi, ma gli opinionisti di regime questo lo omettevano. Napolitano, tutelando gli interessi atlantisti e non quelli dell’Italia,  spinse su un riluttante Berlusconi che, per vari motivi, era contrario alla guerra. Guerra che per l’Italia è stata e sarà un disastro: economico (le aziende italiane hanno perso contratti milionari) politici (era forte l’influenza italiana in Libia) e sociali (difficoltà a gestire il flusso immigratorio). Ma questo gli opinionisti di regime non ce lo dicevano. La guerra era cosa già decisa: il loro compito era quello di presentarcela con un volto più suadente.

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La dura lezione libica: la democrazia non si esporta militarmente

Massimo Ragnedda (Tiscali) “Tutto è cambiato in meglio. Le persone sono più distese e aperte con americani, francesi e inglesi. Sono benvoluti”. Così si era espresso, qualche settimana prima che fosse ucciso, l’ambasciatore statunitense Chris Stevens a proposito della situazione in Libia. L’ambasciatore Stevens, il primo alto funzionario statunitense ucciso all’estero negli ultimi decenni, si diceva molto ottimista sulla situazione della Libia “liberata” grazie ai bombardamenti della Nato e ai gruppi anti-Gheddafi armati e sostenuti dalla stessa Nato.  I fatti lo hanno tristemente smentito e la sua morte deve essere un monito per tutti noi. Una dura lezione che dovrebbe farci capire, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che non si esporta militarmente la democrazia, come si è cercato di fare in Iraq e in Afganistan. Una dura lezione che dovrebbe farci riflettere sul fatto che spetta al popolo scegliere da quale leader deve essere guidato. La morte dell’ambasciatore statunitense, e di altri tre suoi connazionali, deve necessariamente indurci a pensare che la strategia di armare e finanziare gruppi di estremisti e fondamentalisti non solo non funziona ma è anche masochista, perchè una volta destituito il “tiranno” saranno loro a prendere il sopravvento e a scagliarsi contro l’occidente. Come nei peggiori degli incubi, armiamo la mano del nostro assassino.  Continue reading “La dura lezione libica: la democrazia non si esporta militarmente”