Ma davvero crediamo che ministri come la Gelmini ci possano tirare fuori dalla crisi?

Massimo Ragnedda (Tiscali) L’ennesima figuraccia della Gelmini, un ministro scelto per caso, sulla scoperta che i neutrini siano più veloci della luce, è la riprova di una classe dirigente incompetente e non all’altezza dei compiti e della situazione. Quella figuraccia internazionale getta una cupa ombra sulle nostre istituzioni e sulle modalità di reclutamento della classe dirigente. Un tempo i ministri, i consiglieri, i consulenti, erano scelti tra i migliori. Proprio come una squadra: per ogni ruolo si sceglie il migliore. L’allenatore di una squadra non si sognerebbe mai di selezionare e far giocare un pessimo giocatore. Invece, la nostra squadra di governo è composta da persone nominate non per vincere, ma semplicemente per fare una squadra e tenere in piedi un governo fine a se stesso. Mentre l’Italia precipita giù. Chi può tirarci fuori dalla crisi? Scilipoti? Romano? Consentino? Milanese? E l’elenco sarebbe lungo e, ahimè, tristemente noto.

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I costi della politica: più 100 milioni

I Palazzi del potere hanno aumentato le spese Dalle agende alle liquidazioni, sprechi e privilegi

Nelle bellissime agende da tavolo e agendine da tasca del Senato, appositamente disegnate per il 2009 dalla fashion house Nazareno Gabrielli, tra i 365 giorni elegantemente annotati ne manca uno. Il giorno con il promemoria: «Tagli ai costi della politica». A partire, appunto, dal costo delle agendine: 260.000 euro. Mezzo miliardo di lire. Per dei taccuini personalizzati. Più di quanto costerebbero di stipendio lordo annuo dodici poliziotti da assumere e mandare nelle aree a rischio. Il doppio, il triplo o addirittura il quadruplo di quanto riesce a stanziare mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova, la struttura che opera grazie a offerte private senza il becco di un quattrino pubblico e ospita la banca dati italiana dei bambini malati di tumore.
Sentiamo già la lagna: uffa, questi attacchi alle istituzioni democratiche! Imbarazza il paragone coi finanziamenti alle fondazioni senza fini di lucro? Facciamone un altro. Stando a uno studio del professor Antonio Merlo dell’Università della Pennsylvania, che ha monitorato gli stipendi dei politici americani, quelle agendine costano da sole esattamente 28.000 euro (abbondanti) più dello stipendio annuale dei governatori del Colorado, del Tennessee, dell’Arkansas e del Maine messi insieme. È vero che quei quattro sono tra i meno pagati dei pari grado, ma per guidare la California che da sola ha il settimo Pil mondia-le, lo stesso Arnold Schwarzenegger prende (e restituisce: «Sono già ricco») 162.598 euro lordi e cioè meno di un consigliere regionale abruzzese.
Sono tutti i governatori statunitensi a ricevere relativamente poco: 88.523 euro in media l’anno. Lordi. Meno della metà, stando ai dati ufficiali pubblicati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, degli emolumenti lordi d’un consigliere lombardo. Oppure, se volete, un quarto di quanto guadagna al mese il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, che porta a casa 320.496 euro lordi l’anno. Vale a dire quasi 36.000 euro più di quanto guadagna il presidente degli Stati Uniti.(…) Se è vero che non saranno le agendine o i menu da dieci euro a portare alla rovina lo Stato italiano, è altrettanto vero però che non saranno le sforbiciatine date dopo il deflagare delle polemiche a raddrizzare i bilanci d’un sistema mostruosamente costoso. Né tanto meno a salvare la cattiva coscienza del mondo politico. Certo, l’abolizione dell’insopportabile andazzo di un tempo, quando bastava denunciare la perdita o il furto di un oggetto per avere il risarcimento («Ho perso una giacca di Caraceni». «Prego onorevole, ne compri un’altra e ci porti lo scontrino»), è un’aggiustatina meritoria. Come obbligati erano la soppressione a Palazzo Madama del privilegio del barbiere gratuito e l’avvio di un nuovo tariffario (quasi) di mercato: taglio 15 euro, taglio con shampoo 18, barba 8, frizione 6… E così la cancellazione del finanziamento di 200.000 euro per i corsi di inglese che non frequentava nessuno. E tante altre cosette ancora. Un taglietto qua, una limatina là… (…) Sul resto, però, buonanotte. L’andazzo degli ultimi venti anni è stato tale che, per forza d’inerzia, i costi hanno continuato a salire. Al punto che i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord), nell’estate 2008, hanno ammesso una resa senza condizioni scrivendo amaramente nel bilancio: «Non è stato possibile conseguire l’obiettivo di inversione dell’andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida». Continue reading “I costi della politica: più 100 milioni”

L’istruzione non è più un bene pubblico!

di Everardo Minardi (Università di Teramo)

L’istruzione non è più un bene pubblico! Questa è in sintesi la conseguenza del d.l. 112, approvato in via definitiva dal Parlamento il 2 agosto, e che contiene la norma per cui le Università italiane da istituzioni pubbliche possono decidere (a maggioranza semplice dei senati accademici!) di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, con tutte le conseguenze che ciò comporta sui diversi piani giuridici e organizzativi (come quelli dei rapporti di lavoro).

Questa iniziativa del governo, già divenuta legge a tutti gli effetti, è stata ed è tuttora ampiamente trascurata non solo dai partiti, dell’opposizione in particolare, ma anche dagli organi accademici delle Università italiane, diversamente preoccupate dei tagli significativi alle risorse finanziarie (tra cui quelle del fondo di finanziamento ordinario f.f.o. e della ricerca scientifica.

In realtà la decisione di favorire e sostenere la trasformazione delle Università in istituzioni di diritto privato (al pari delle imprese in questo caso non profit), avvia indiscutibilmente il processo di privatizzazione di strutture da sempre pubbliche nel nostro ordinamento; ma tale provvedimento soprattutto introduce, con un vero colpo di mano, senza coinvolgere alcuna componente della Università, un principio che scardina la vocazione pubblicazione della istituzione universitaria.

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