Disegno di “distruzione” dell’Università pubblica

di Paolo Bertinetti (l’Unità 29 ottobre 2009)

universita2Il disegno di legge sull’Università che verrà presentato in un prossimo consiglio dei Ministri nasce dall’assenza di un qualsiasi serio confronto con il mondo universitario, tranne forse con qualche Rettore, ben felice, tuttavia, di dare il proprio consenso a una legge che prevede maggiori poteri per i Rettori stessi. Una parte del disegno di legge riguarda gli organi di governo dell’Università: vengono previste meno cariche elettive, più nomine dall’alto, più esterni a valutare e ad amministrare, meno “logica pubblica” e più intervento privato. Ma curiosamente le università private (che in realtà sono tutte lautamente sovvenzionate dallo Stato) sono escluse dalla legge: potranno continuare a fare quel che gli pare. L’idea che sta dietro al disegno di legge, all’insegna di “più banche e meno democrazia”, è che l’Università come servizio pubblico venga smantellata.  La parte restante sembra essere stata pensata da persone che non hanno la minima esperienza pratica di gestione dell’attività universitaria a livello decisionale. Si prevede, ad esempio, che i corsi di laurea facciano capo non più alle Facoltà ma ai Dipartimenti. I Dipartimenti esistenti, che nei settori umanistici (ma in qualche caso anche negli altri) spesso non rispondono a criteri e raggruppamenti scientifici affini, quasi mai hanno le caratteristiche e i mezzi organizzativi che consentirebbero loro di gestire la didattica. Infatti, uscite dalla porta, le Facoltà rientrano dalla finestra come organismo amministrativo. La legge, a questo punto, dà i numeri, prevedendo che le Facoltà siano 12 nelle Università con più di 3000 docenti (cioè Roma e Napoli) e 9 se i docenti sono meno di 3000. E perché non 10? E perché il tetto è 3000 e non 2000? E perché si contano i professori e non gli studenti? E soprattutto, perché non dovrebbero valutare la cosa le singole Università, in base alle caratteristiche della loro offerta didattica? (In ogni caso una simile riforma non potrebbe che essere preceduta dalla riforma dei Dipartimenti, stabilendone per legge le caratteristiche scientifiche).

Il massimo della (apparente) incompetenza dei redattori della legge riguarda il reclutamento dei docenti. Si prevede un’abilitazione nazionale seguita dalla chiamata (per “concorsino”) da parte dell’Università locale. Il risultato sarà: o una mascherata promozione ope legis (tutti diventeranno professori) o la creazione di un esercito di illusi, professori di nome, ma che nessuna università chiamerà a prendere servizio. Con la scusa demagogica di bloccare i favoritismi dei baroni i concorsi sono fermi da quasi quattro anni (mentre centinaia di docenti sono andati e continuano ad andare in pensione). Ma i giovani la legge ci pensa: infatti potranno diventare titolari di un contratto (preferibilmente senza stipendio) o diventare ricercatori a tempo determinato. I migliori, cioè, andranno all’estero.

Per i concorsi dei professori la pensata consiste nell’estrazione a sorte dei commissari tra i professori votati dai colleghi, ma estrazione tra un “parco eletti” tre volte superiore al numero necessario: roba bizantina, fatta apposta per ritardare i concorsi e favorire i ricorsi. Il concorso nazionale con l’estrazione a sorte integrale andava bene a molti nel mondo universitario. Ma tale sistema ha un difetto: consentirebbe di fare subiti i concorsi. Questo è ciò che il Ministero non vuole: nessun concorso significa nessuna “spesa aggiuntiva”.

In realtà l’unico criterio ispiratore della legge è infatti quello stabilito un anno fa dal vero ministro dell’Università, Giulio Tremonti: riduzione della spesa. Una delle espressioni più spesso ricorrenti nel testo è “senza oneri aggiuntivi”. L’Italia si colloca agli ultimo posti tra i Paesi avanzati per investimento in università e ricerca. E’ un investimento vitale per il Paese, non per l’Università in sé, e dovrebbe essere decisamente accresciuto. E questo governo decide di ridurlo ulteriormente direttamente (meno fondi) e indirettamente con un turn-over per cui ogni due che vanno in pensione solo uno viene assunto (grazie alle proteste studentesche dell’anno scorso: Tremonti aveva previsto uno solo ogni cinque). Ogni commento è superfluo.

E tuttavia una cosa ancora bisogna aggiungere. A proposito del diritto allo studio si dice che verrà istituito un Fondo per il merito: non se ne occuperà l’Università ma il Ministero dell’Economia in base a prove valutate da un ente esterno che si occupa di previdenza. Evidentemente, per i nostri tecnocrati (si fa per dire) dichiarazione dei redditi più media dei voti, come fece quasi 50 anni fa il primo governo di centro-sinistra, è un criterio catto-comunista. Per loro bisogna fidarsi solo dell’Economia. Abbiamo già dato.

Paolo Bertinetti, Università di Torino

 

 

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